Spataf(f)iate risparmiate e spataf(f)iate regalate

Quante spatafiate nell’ultimo mese, e molte sono state tutte mentali, fortunatamente, oppure a livello di ciancia lagnosa con qualche intimo, insomma, ho risparmiato di fare l’imbrattatela (laddove la tela non è quella dell’artista ma quella che ci ha cambiato la vita negli ultimi anni).

Spatafiata è la parola che mi sta portando più accessi che se avessi digitato paroline sconce e lascive. E il bello è che non ho idea da dove venga questa parola e quindi chi giunge qui con il desiderio, l’ansia, l’urgenza di sapere… viene tristemente deluso. Nei dizionari online non si trova. Ho visto che c’è la grafia con due “f” (qui potrebbe giocare il fatto che da veneta ho naturalmente problemi di geminazione…) e con spataffiata si trovano dotti riferimenti, tutti riassunti in questo thread di discussione.

Comunque, dove l’ho imparata? Perché fa parte del mio vocabolario? Forse non l’ho mai letta, visto che le testimonianze scritte sono così misere. Misteri del lessico.

Ieri sera il mio Personal Motivator mi ha scritto in chat: “è bellissimo sentirti parlare con così tanti vocaboli, che riesci sempre a trovare aggettivi nuovi e così bello e divertente…”. Il che mi ha sorpreso e poi, ovviamente, lusingato.

Gli raccontavo delle ultime miserie di questo lavoro in terra teutonica, ripreso lunedì scorso dopo una settimana di vacanze dalle quali sono tornata con uno stato d’animo radicalmente diverso da quello che avevo dopo le vacanze di Natale. Allora pensavo che il trasferimento a Ulma avrebbe portato frutti vistosamente positivi e per una settimana mi sono cullata nell’entusiasmo. Ora sono tornata con il gelo del conto alla rovescia, quanti mesi, quanti giorni, quanti singoli lunedì aberranti ancora? Ho calendari ovunque, sul piano della scrivania, davanti agli occhi sul muro (due persino, uno bello con i gattini, regalo del Personal Motivator, e una fotocopie con le vacanze della scuola di Roitlinga), calendari nel pc, calendari nelle agendine che poi dimentico di guardare…Ed è iniziato marzo, il mese più lungo. Meno 30 alle prossime vacanze.

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Pazzie assortite

In una fredda e umida mattina domenicale di fine gennaio – sono i giorni della merla, il gelo è previsto – finalmente faccio il punto della situazione.

La settimana è stata sgradevole, e se dico “sgradevole” è perché ho la tranquillità di sentirmi lessicalmente molto raffinata. Lunedì e martedì sono due giornate che mi riducono in poltiglia e poi mi trovo senza forze per tutto il resto della settimana. Durante una supplenza annuale, due anni fa, ho avuto lunedì libero e devo dire che mi piaceva parecchio, il lunedì è legato a così tante sensazioni negative che poter rimandare di un giorno l’inizio mi pareva sempre un sollievo e anche un po’ un bel “tiè” al resto del mondo che, brontolando e digrignando i denti, doveva andare incontro all’odioso inizio settimana.

Invece lunedì scorso sveglia alle 5.45, purtroppo c’era già Paranoia sparsa per la cucina che aveva deciso che io dovevo prima andare alla toilette e poi al bagno, o al contrario, non ricordo più, fortunatamente (voi sapete sì che in Teutonia una cosa è il bagno e una cosa è il cesso, no? Già questo fa dei teutonici un popolo di disgraziati, ma qui cerco di avere comprensione, perché la casa è un Altbau). Alle 6.41 tram. Alle 6.59 primo treno, un IC fortunatamente meno pieno della settimana precedente. Alle 7.49 Schnellbahn da Plochingen a Wendlingen. Alle 8.01 treno regionale fino a Roitlinga. E alle 8.30…bus? No, niente bus. Warnstreik, ovvero sciopero di avvertimento.

Mannò! Quando il viaggio è organizzato al minuto secondo, il minimo intoppo distrugge il domino, pensavo di avercela fatta quando sono arrivata di corsa alla fermata del bus, ma ovviamente non avevo idea dello sciopero. Questo è un altro svantaggio di abitare in un’altra città. Ho pensato di prendere un taxi, perché la scuola non è così lontana, purtroppo però sono quindici-venti minuti a piedi, anche a causa della salita non dolcissima per il primo tratto. E io come sempre avevo una quantità di carta sulle spalle che non favoriva l’ascesa. Ma poi ho visto un bus arrivare, vuoi vedere che esistono i crumiri* anche qui? Salgo e accidenti, restiamo bloccati dentro il mezzo a due passi dalla fermata successiva a causa delle manifestazioni degli scioperanti, perché l’autista non ci può far scendere in mezzo alla strada (ovvio, se ci becca un’auto, commenta una snervata passeggera, poi ne risponde lui). Io intanto telefono e parlo con la vicepreside, che avverta per favore l’insegnante con cui dovevo cominciare quel giorno. Sì sì, fa lei. Infine, una volta liberati dal bus, tra pezzi a piedi sotto la pioggia (e l’ombrello l’avevo lasciato a Ulma) e un bus preso al volo, arrivo con mezz’ora di ritardo e la faccia della maestrucola è un inceneritore naturale. Perché solo dopo vengo a sapere che la vicepreside si è dimenticata di avvertire e si sa, in Teutonia il ritardo è di per sé peccato capitale, se poi nemmeno ci si premura di avvertire, tanto vale suicidarsi prima.

Con simili presupposti e dopo aver lavorato senza interruzioni fino alle 17.30, quando sono arrivata a casa, verso le otto di sera, non avevo sicuramente voglia di sentire le lamentele croniche di Paranoia e l’ho evitata. Credo che per lei , la quale vede congiure e intrighi ovunque, sia stato il segnale che ero passata dall’altra parte della barricata o chissà cosa, fatto sta che il nostro rapporto è vistosamente precipitato. Per tutta la settimana si sono accumulati problemi, nottate con scarso sonno e di pessima qualità, fastidi fisici e Paranoia si deve essere convinta che io ce l’abbia con lei. Il che non è del tutto inesatto, ma semplicemente non avevo più voglia di sentire altri flussi negativi anche finito il lavoro.

Martedì è stato relativamente leggero, senonché mi è saltato in mente di fare la paladina del terroncello che seguo e cui dovrei insegnare tedesco in supporto alla docente della Vorbereitungsklasse, una classe dove vengono raccolti tutti gli stranieri che arrivano alla scuola e vi si insegna tedesco e quel poco di matematica basica, orari ridotti (iniziano quasi sempre alla seconda ora e alla quinta di solita hanno finito), a me pare una pacchia, ma i miei due siculi è già carcere duro ex art. 41-bis comma 2. Il terroncello è stato beccato, grazie a un simpatico e ben rodato sistema di avvertimenti incrociati, insomma, una altezzosa e alta tirocinante delle elementari ha fatto la spia, al di fuori del cortile scolastico. Nota con punizione seguente:  restare nel pomeriggio e aiutare l’Hausmeister. È interessante il sistema delle punizioni teutoniche che per ora riesco a cogliere solo a sprazzi: Strafarbeit del tipo scrivere trenta volte frasi insulse come “Non devo disturbare continuamente a lezione”

oppure nachsitzen che il dizionario traduce con “restare a scuola per castigo” (pensa te, una parola del genere quasi me l’ero dimenticata, castigo**!), ovvero restare oltre l’orario scolastico, ma non so ancora a far cosa, oppure appunto dover tornare nel pomeriggio a fare lavori indicati dall’Hausmeister.

Dovrei aprire una parentesi sull’Hausmeister. I miei due siculi lo traducevano con bidello, ma sorry, è troppo poco. È vero che lo strapotere delle bidelle nelle scuole italiane meriterebbe trattati sociologici, ma un Hausmeister è una specie di deità scolastica, è il padrone di fatto della scuola. È colui che assolutamente non pulisce, ma ripara danni se ci sono e soprattutto è il custode, quello che possiede tutte le chiavi, quello cui bisogna andare in atteggiamento debitamente gentile e riguardoso per farsi concedere la possiblità di usare le aule, cui bisogna dichiarare nome, cognome, indirizzo e numero di telefono e quello da cui spesso noi disgraziati insegnanti gratis di italiano dipendiamo per riuscire a fare partire un corso. L’Hausmeister è dipendente della città, ha determinati orari e può essere più o meno malleabile (è “colante”, kulant…***), quindi dare il permesso di usare la scuola anche se lui non c’è o fare l’assertivo e dire che a una certa ora devi essere raus, fuori, e non ci sono santi.

Ma per tornare al mio inutile impegno per persone poco utili. Il ragazzino si è lamentato con me asserendo che, essendo già stato beccato una volta, la lezione l’aveva imparata e che questa volta non era vero che fosse al di fuori del cortile. Ho cercato di fargli capire che non potevo fare molto, soprattutto per il fatto che non ero presente e non potevo dire niente. Ma le sue insistenze erano tali che gli ho voluto dare la possiblità di parlare con la professoressa per tramite mio (vedi che brutto essere afasici in un paese straniero e sentirsi in balia). Il risultato non è stato esaltante, l’insegnante si è definitivamente inalberata e avrà anche pensato di me che sono davvero della stessa pasta infida e insulsa dei due poveri terruncelli. In verità io volevo solo evitare che il ragazzo passasse dall’entusiasmo iniziale per la scuola, già in fase di calo, all’avversione totale, perché se inizia a odiare anche questa scuola, è bello che spacciato. E infatti… Ma vedremo.

Mercoledì la goccia che ha fatto traboccare il mio vaso turco: questa Arbeitsgemeinschaft è da chiudere. Peccato che non riesca a trovare qualcosa per rimpiazzarla, nonostante stia tramando da almeno dieci giorni con alcune mezze italiane ulmensi molto brave che potrebbero darmi il destro di creare un altro corso. Quando la cosa arriverà al capo, scoppierà una bomba. Ma sono così stanca di questa gente che per quel che mi riguarda potrei anche licenziarmi seduta stante.

Giovedì e venerdì sono stati abbastanza normali, ma le ombre di questi corsi malconci e tutta la fatica accumulata nei primi due giorni della settimana, oltre ai malesseri fisici, hanno lavorato molto contro il mio buonumore. Hitlera è via da giovedì per un qualche corso nella Frisia orientale, Paranoia l’ho vista ieri sera ma poi è sparita sbattendo la porta e senza salutare, dopo essersi informata se era passato il suo alleato nella WG, ovvero quello che mi ha preceduto, T., uno spilungo di due metri che è passato ieri e ha cercato, pure lui, di aizzarmi contro Hitlera che definisce una “sociopatica”, ma io non ci sto, gliel’ho detto, e spero che abbia colto il sottotesto: Ma mi lasciate in pace con le vostre insopportabili beghe?

Certo che questa è una WG di pazze. Sentenziò la pazza italiana.

* crumiro
dal francese kroumir, e questo dall’arabo volgare Khrumīr ( dall’arabo classico Khumair,, nome degli abitanti della regione tunisina della Crumìria, noti soprattutto per le loro scorrerie; il termine fu usato per la prima volta, in Francia in segno di disprezzo per gli operai che accettarono di lavorare nonostante l’ordine di sciopero (da)

** castigo
Se l’idea è che il castigo renda casti, a scuola non ci siamo affatto, neh.

*** kulant
Questa parola mi diverte e soprattutto non penso di averla mai usata prima di averla sentita dire da una che mi avrebbe volentieri affittato un appartamento carinissimo a Bad Cannstatt, che diceva che il padrone di casa era molto kulant. I dizionari lo riportano come linguaggio economico, ma evidentemente l’uso è anche quotidiano.

kulant adj com
1 (entgegenkommend) {GESCHÄFTSPARTNER, KAUFMANN} accomodante, condiscendente, compiacente, elastico: kulante Zahlungsbedingungen, condizioni di pagamento oneste
2 (annehmbar) {PREIS} accettabile, onesto.

Etimologia: kulant viene dal francese coulant, fluido, liquido, ma anche flessibile,  sciolto, cortese, dal latino colare.

Simmel e il callo sull’anima

Sarebbe contenta Seia, se lo sapesse (ma glielo sto dicendo ora, anche se non so quando, se le capiterà sotto l’occhio), che vo leggendo un bel librone di Johannes Mario Simmel, Liebe ist nur ein Wort, ovvero L’amore è solo una parola, del 1963, comprato per euro 2 in una libreriuccia vicino alla Schwabstrasse a Stoccarda.

L’ho preso perché speravo di trovare una storia coinvolgente che mi distraesse mentalmente dalle beghe onnipresenti del mio quotidiano sgradevole. Speravo anche di leggerlo nei miei eterni viaggi con la Deutsche Bahn, ma è troppo grosso e io già vo carca di pesi che nemmeno un asino mobbizzato dal padrone, ormai le braccia sono quelle di un gibbone. Finisco per leggerlo la sera, ma giusto un paio di paginette, molte di più quando mi strozza l’insonnia. Eppure si tratta di libri che non andrebbero forse centellinati, sarebbero forse libri da leggere quando c’è il tempo lungo delle ferie. (Ma tanto io non ne faccio praticamente mai, quindi mettiamoci sopra una pietra tombale e via.)

In effetti la sua pagina in tedesco su Wikipedia classifica Simmel come “Trivialautor, „Bestseller-Mechaniker“ oder Fließbandschreiber“, autore di letteratura triviale, meccanico del bestseller o scrittore da catena di montaggio. Ma vendeva! Ma piaceva! Anche se negli ultimi tempi, per mancanza acutissima di tempo ricreativo, non ho più seguito le vicissitudini della letteratura teutonica, direi che il problema generale delle belletristica attuale prodotta in lingua tedesca resta l’incapacità di narrare storie e la tendenza assassina, anzi, suicida, ad arzigogolarsi nello stile. Poi finisce che nessuna casa editrice italiana è disposta a comprare i diritti di traduzione (e le aspiranti traduttrici restano senza lavoro; oddio, per una che si lagna qui ce ne sono altre che non sanno come venir a capo degli incarichi, soprattutto le Grandi Sgomitatrici e le Venditrici della Propria Nonna).

Storia interessante è anche la vita di Simmel,  nato nella capitale della Kakania nel 1924, figlio di chimico ed egli stesso chimico. La sua biografia mi pare ingarbugliata, perché si dice che il padre riparò a Londra per scampare ai nazisti, ma poi si aggiunge che durante la seconda guerra mondiale Simmel lavorò per la Kapsch, che ha sede in Austria. Forse è paradigmatico della situazione dei tedeschi e degli austriaci in quel periodo, in cui tutti erano invischiati nel regime e non tutti gli ebrei finirono in KZ (ci hai mai pensato? Forse in ossequio all’idea che i tedeschi sono gründlich, vanno sempre a fondo, uno pensa che non gli fosse sfuggita nemmeno una briciola).

Questa storia, questo L’amore è solo una parola, che ovviamente ho scelto tra altri di Simmel attratta dal titolo, ha un inizio fantastico. Crea suspence, crea orrore incalzante, è cinematografico, è avvinghiante. Flashback, piedi che penzolano, e poi prendi a leggere la storia di quei piedi, è la storia di quello coi piedi penzolanti? Non si sa. A raccontare in prima persona è un giovanotto, figlio di oscuro e delinquenziale padre, giovanotto che a ventun anni ancora gira per collegi destinati a tristi figli di ricchi, che si innamora di bellissima e giovane moglie triste con bambina nata fuori dal presente matrimonio.

Sono solo a pagina 180 di 560, Simmel mi farà compagnia ancora per un bel po’. L’altra sera, leggendo, mi sono appuntata mentalmente una pagina: 116. Oggi mi è tornata in mente e sono andata a guardare.

“Sie müssen Hornhaut auf der Seele bekommen, Herr Herterich. Sonst machen die Jungen Sie fertig!”
“Hornhaut auf der Seele”, murmelt er traurig. “So etwas ist leicht gesagt”. Dann nickt er mir noch einmal zu und schlurft den Gang hinab zu seinem Zimmer. Ich glaube nicht, dass diesem Mann zu helfen ist.

“Deve farsi venire il callo sull’anima, signor Herterich [che è un educatore del collegio]. Altrimenti i ragazzini la faranno a pezzi!”
“Il callo sull’anima”, sussurra con tristezza. “Più facile a dirsi…” Poi fa un cenno con il capo e si allontana lungo il corridoio, strascicando i piedi verso la sua camera. Mi sa che per quest’uomo non c’è niente da fare.

Hornhaut! All’inizio ho pensato al mio gelido oculista che mi diceva che mi ero die Hornhaut verletzt, mi ero ferita la cornea. Oddio, non credevo di sapere la parola per “cornea”, ma ho fatto 2+2, e a volte confesso di essere piacevolmente sopresa da me stessa, dove le ho imparate queste parole?! (Ok, secoli di studio non sono passati del tutto invano). Ho tradotto: Si deve far venire la cornea sull’anima. La cornea? Per vederci meglio? Non capivo.

Ho controllato:

Horn·haut f (-,-häute)
1 (Schwiele) callo m, durone m
2 ANAT. (im Auge) cornea f
(c) 2002 Langenscheidt KG e Paravia Bruno Mondadori Editori SpA

E poi, da brava, nel monolingue:

Horn|haut,  die [2: wohl deshalb, weil die Hornhaut kurz nach dem Tode einem dünnen, hornartigen Plättchen gleicht]:
1. durch Druck od. Reibung verhärtete äußerste Schicht der Haut, die aus abgestorbenen Zellen besteht: sich die H. an den Füßen, an den Schwielen abschneiden; Ü die H., mit der sich die Brust in all den Jahren gepanzert hatte (Apitz, Wölfe 235).
2. uhrglasartig gewölbte, durchsichtige Vorderfläche des Augapfels.
© 2000 Dudenverlag

Bastava pensarci, cornea e Hornhaut, pelle di corno. Hornhaut indica la cornea dell’occhio secondo l’etimologia del Duden perché dopo la morte la cornea assomiglia a una placchetta sottile, come fatta di corno. L’etimo italiano dice: Ma per tornare al romanzo, è il giovinotto, io narrante, che consiglia all’educatore di farsi le spalle grosse, per evitare che gli allievi lo riducano male. Per non “farse magnar i risi in testa”, ricordi il piccoletto tre anni fa, nelle lande venete?

Qui ora invece mi devo far venire il callo per tutti, altrimenti i risi in testa me li magnano da tutte le parti, ragazzi, bambini, colleghi, dirigenti, segretarie, amministrativi, e ancora, dirigenti teutonici, segretarie teutoniche, colleghe teutoniche, un vero magna magna.

Ritorni da vamp

Novembre è iniziato, con un certo numero di buoni propositi da parte mia. Tra questi, riprendere a bloggare, con giudizio ma anche regolarmente. Capito, o voi che non lo seguite? Come darvi torto, d’altronde.

I motivi della pausa sono molteplici, non da ultimo mi sono lasciata vampirizzare da Facebook che sta al blog come la televisione al libro: una forma di pigrizia intellettuale. A proposito di vampirizzare, eccolo qua, cadeau dello Zingarelli, parole del giorno del 31 ottobre. Fortunatamente ci siamo lasciati alle spalle gli scimmiottamenti halloweeniani.

vampiriẓẓàre // [da vampiro ☼ 1986] v. tr.
1 Dissanguare, esaurire (spec. fig.).
2 (fig.) Monopolizzare l’attenzione dello spettatore di uno spot pubblicitario, distogliendola dal prodotto reclamizzato | (fig.) Far proprio, fagocitare: vampirizzare i concetti di una cultura diversa; SIN. Incorporare.

Da notare che il verbo è relativamente giovane. Invece, indovina indovinello, da dove viene la parola vampiro, attestata dal 1749? Dal serbo è passatao al tedesco e a noi è arrivata per tramite del francese.

vampìro // [fr. vampire, dal ted. Vampir, a sua volta dal serbo vampir ☼ 1749]
A s. m. (f. -a, raro -essa)
1 Nelle credenze popolari, spettro che abbandona di notte la tomba e assale i viventi, per succhiarne il sangue.
2 (zool.) Genere di Chirotteri che si nutrono di insetti e frutta oppure che provocano leggere ferite ad altri animali e ne lambiscono il sangue.
3 (fig.) Dissanguatore, strozzino, sfruttatore. 4 (scherz.) Donna vampiro, vamp.
B agg. ● (fig.) Vampiresco: sguardo vampiro; fisco vampiro.

Se cerco nell’etimologico del Duden, non trovo Vampir, ma Vamp, donna seducente, sensuale e spesso fredda calcolatrice. Non avevo mai collegato la gelida arrapatrice al vampiro, eppure il collegamento è lampante.

Vamp: Die Bezeichnung für eine verführerische, erotisch anziehende, oft kühl berechnende Frau (besonders als Typ des amerikanischen Films) wurde im 20. Jh. aus gleichbed. engl.-amerik. vamp entlehnt. Dies ist eine Kürzung aus engl. vampire Vampir, das – wie unser Vampir (18. Jh.) – aus serbokroat. vampir Verstorbener, der nachts aus dem Grab steigt, um Lebenden Blut auszusaugen stammt.

Trapa, graspa, sgnapa

Che si dica trapa, graspa o sgnapa, bisogna dirlo: fa miracoli con il raffreddore. Altro che aspirine, due giorni a ingoiarne e l’unico effetto è stato grovierare lo stomaco, altro che spray nasali produttori di soffocamenti.

Che poi l’altro effetto benefico è stata una certa pace d’animo nell’affrontare la correzione dei compiti delle seconde.

(Sono agli inizi della “carriera” scolastica. Immagino che nel volgere di qualche anno finalmente farò parte di un’associazione, quella degli amanti dell’alzata di gomito)

Dicono qui (ma saranno affidabili? Scrivono po’ con l’accento) che sgnapa deriva effettivamente dal tedesco, Schnaps, che a sua volta significava originariamente un boccone o un sorso rapido, come si suol fare con la grappa. E’ infatti il sostantivo da schnappen,  addentare o afferrare, agguantare.

Empatia

Parola di Duden

Em|pa|thie, die; – [engl. empathy (unter Einfluss von dt. Einfühlung) < spätgriech. empátheia = Leidenschaft] (Psych.): Bereitschaft u. Fähigkeit, sich in die Einstellungen anderer Menschen einzufühlen.

E’ interessante che tra parentesi quadre si dica che la parola viene sì dall’inglese, ma è influenzata dal tedesco Einfühlung, sentire-dentro, sentire dentro l’altro.

E infatti Etymonline dice che empathy è una traduzione di Einfühlung. Quindi il tedesco ha tradotto dal greco (con la sua nota e mirabile plasticità di prefissi e suffissi), gli inglesi hanno tradotto dal tedesco e poi i tedeschi si sono andati a prendere e adattare il Fremdwort. Giri e rigiri di parole.

empathy
1903, translation of Ger. Einfühlung (from ein “in” + Fühlung “feeling”), coined 1858 by Ger. philosopher Rudolf Lotze (1817-81) from Gk. empatheia “passion,” from en- “in” + pathos “feeling” (see pathos). A term from a theory of art appreciation. Empathize (v.) was coined 1924; empathic (adj.) is from 1909.

Luridume

lurido
[vc. dotta, lat. luridu(m), da luror ‘colore giallo-verdastro’, di etim. incerta; av. 1498]
agg. * Disgustosamente sporco, sozzo, schifoso: vestito lurido | (fig.) Turpe, sordido, spregevole: gente lurida.

lurid
Etymology: Latin luridus pale yellow, sallow Date: 1603
1 a
: causing horror or revulsion : gruesome b : melodramatic, sensational; also : shocking <paperbacks in the usual lurid covers — T. R. Fyvel>
2 a : wan and ghastly pale in appearance b : of any of several light or medium grayish colors ranging in hue from yellow to orange
3 : shining with the red glow of fire seen through smoke or cloud

Mi parrebbe dunque che l’esordio dell’odierno articolo di Repubblica sia stato redatto un po’ di fretta:

LONDRA – Il padrone di casa del G8, il summit dei grandi della terra che si tiene la settimana prossima all’Aquila, ha “tanti luridi scandali” domestici: ma il più grosso dovrebbe essere il suo rifiuto di riconoscere i problemi economici dell’Italia. (da)

The host of the G8 summit, Silvio Berlusconi, faces many lurid scandals at home. But the biggest should be his refusal to accept the extent of Italy’s economic woes (da)