Un finesettimana kakaniko

Per trovarsi a metà strada tra Germania e Italia, dove si va? In Kakania, che sta lì, con il suo becco, a frapporsi tra i due paesi. In un paesetto vicino a Innsbruck, nella Foresta della Grazia (Gnadenwald). A rilassarsi in una pensione dove tutto è caruccio, lindo e grazioso, la camera enorme, il bagno ha il pavimento caldo, i piumini sono morbidi e c’è persino una pletora di regali ad aspettarmi, quando io invece, presa nel vortice della preoccupazioni, non ho pensato a niente.

In Kakania, mi sa, la gente sorride di più. Se poi lo fa per vezzo, per vecchia abitudine, per ipocrisia o per paresi facciale, non mi interessa poi molto.

 

Annunci

Il meteo patrigno e altre amenità

In questo tentativo di recupero si potrebbe andare per argomenti, cominciando dal tempo.

In una sorta di variante leopardiana, direi che il meteo è patrigno indifferente e nella fattispecie incurante del fatto che io sia partita il 12 settembre temendo che in Teutonia avrebbe presto, anzi prestissimo, fatto freddo e portando dunque meco pochi indumenti estivi, quindi poco preparata a un settembre di sole e gradevoli temperature.

Né il meteo ha tenuto conto del fatto che a Reutlingen, profonda periferia sveva con una sola lavanderia automatica e parecchio dislocata rispetto al mio luogo di pernottamento, sarei finita in una Einliegerwohnung priva di lavatrice e quindi non avrei saputo come (quando trovare il tempo per) lavarmi i vestiti sporchi e sudaticci.

Dovrei aprire una parentesi linguistica su questa Einliegerwohnung. Quando la proprietaria – una collega nella scuola dove lavoro – mi ha offerto aiuto dicendo che aveva una Einliegerwohnung da affittare, ho cercato nel dizionario e non mi sono raccapezzata:

Einliegerwohnung: appartamento dell’inquilino.

Spero vivamente che quanto mi è stato propinato non sia l’Einliegerwohnung modello. Nel mio caso era una camera, completa di bagno sproporzionatamente grande, facente parte di un grande appartamento su due piani più cantina.  Nella cameruccia era stato messo uno di quei mobili con due piastre elettriche e un lavello e ci sono stati aggiunti un frigoriferino (dimensioni inversamente proporzionali al rumore che produceva) e qualche scaffale. Per terra campeggiava una bella moquette vecchia, bianco sporchiccio, adorna qua e là di bitorzoli e rigonfiamenti, con chiazze scure di umidità negli angoli. Un intero lato era finestrato e dava esattamente sul vialetto di passaggio della Wohnanlage, dell’insieme di case a schiera assemblate però non molto a schiera le une con le altre. Le finestre avevano solo una tendina leggera a mezza altezza, il che è stata immediata fonte di turbamento per me, cui ho dato espressione, tacendomi sullo squallore generale. Alla cosa i proprietari hanno dato poca attenzione (massì, la solita mania degli italiani di mettere le tende). Inoltre la camera era rivolta solo a nord, oltre il vialetto c’era una rigogliosa siepe e non era mai possibile capire come fosse il tempo, il sole non entrava mai. Umido, asfittico, rassettato alla maniera tedesca (come si lavano i gatti, così puliscono i tedeschi), il letto con le doghe aggiustate alla buona con adesivo da pacchi, un materasso con le molle vecchie, mobili scadenti e fragili e… nessuna lavatrice, appunto.

Io lo chiamavo teneramente “il loculo”.

Perciò ho cercato di scamparvi quanto prima, ma la padrona non deve averla presa molto bene, se invece di lasciarmi il tempo di cercare un’altra sistemazione (anche se le avevo proposto un pagamento sicuro fino a gennaio), mi ha lasciato un biglietto in cui mi chiedeva di “fare miracoli” e uscire per il 6 settembre. L’avidità è una forza potente nei rapporti umani. Poi ha fatto finta di essere umana e mi ha lasciato tempo fino al 15. Come se io potessi tranquillamente darmi alle ricerche; il lavoro, i viaggi, le riunioni, la preparazione didattica (quella che è stata per me la vera cenerentola finora) invece mi hanno assorbito quasi del tutto.

Non si narrano le traversie e le vicissitudini, si può solo accennare alla diffidenza dei tedeschi quando ci si presenta per una camera in WG, alla diffidenza dei tedeschi quando ci si propone per un appartamento, alla diffidenza dei tedeschi in genere, agli appartamenti di indiani molto cordiali al telefono, ma evidentemente con un concetto abitativo lontano mille luce da quella di un italiano, a camere vuote (perché così è l’abitudine), a studenti disperatamente alla ricerca di un qualunque buco, a preti missionari che mettono in guardia dai conterranei del sud, ad appartamenti belli ma troppo fuori dal mondo, a camere belle ma che sfuggono perché i tedeschi non ammettono i rpensamenti, a camere lasciate andare per fretta e poi ripescate, a prezzi indecenti, ma così si fa quando si ha l’acqua alla gola.

Ma tutto ciò, vediamo il lato positivo, con il bel tempo.

Che poi, al solito, è Internet a dare una mano quando si tratta di capire concetti che il dizionario lascia misteriosi.

Als Einliegerwohnung wird eine zusätzliche Wohnung in einem Eigenheim bezeichnet, die gegenüber der Hauptwohnung von untergeordneter Bedeutung ist. Dies definierte das von 1956 bis 2001 geltende Wohnungsbau- und Familienheimgesetz (Zweites Wohnungsbaugesetz, II. WoBauG) in § 11.[1]

Si definisce Einliegerwohnung un appartamento aggiunto in una casa di proprietà che assuma valore subordinato rispetto all’abitazione principale. Si veda in merito la legge sulla costruzione edilizia e sulle case familiari vigente dal 1956 al 2001.

Inizialmente, leggo, questo tipo di appartamenti erano previsti nelle fattorie per alloggiarvici i lavoratori della terra privi di alcuna proprietà, gli Einlieger. Ecco, io mi sentivo così, in quel loculo. La proprietaria mi ha fatto entrare in casa sua solo una volta. Mentre da noi è normale mostrare tutta la casa agli ospiti, quella mi ha portato in soggiorno e non ho visto altro che le scale per arrivarci. Accampava qualcosa sul dover pulire…quando è una donna cui le pulizie non interessano affatto, le si legge in faccia. Ho dovuto andarmene per non sentirmi appunto come un bracciante. E per non sentirmi dire: Dammi i soldi dell’affitto che compro gli stivali a mia figlia. (e più di un annuncio l’ho accantonato perché è un brutto vizio di queste mammucce, affittare per bisogni materiali bellamente messi in mostra).

Gita a Lubiana

Come per qualunque gita limitata al centro storico e a poche ore, non può essere che un giudizio limitato, però Lubiana mi ha fatto una bella impressione. Tutte le foto* hanno quel che di plumbeo che ci ha regalato un cielo nuvoloso, nevischioso in mattinata, ma tutta quell’architettura a metà barocco e a metà Jugendstil deve rilucere sotto il sole. Pochissimi i lubianesi in giro, mentre gli italiani sono arrivati a frotte, chiassosi, pigri, ciondolanti lungo i baracchini del mercato natalizio che però non presentava niente di straordinario rispetto ai vari Christkindlmärkte austriaci che conosco. Abbiamo avuto la fortuna di seguire una guida dai modi gentili e dall’eloquio chiaro, se solo non avesse detto “praticamente” ogni due parole sarebbe stato perfetto, questo triestino expat per amore.

Ho avuto due delusioni: non si parla tedesco, alla faccia del passato austro-ungarico così vivo nell’architettura e alla faccia della vicinanza con l’Austria che si vede in molte cose (persino i cartelli in autrostrada erano uguali) e mi son dovuta arrangiare con l’inglese, ma soprattutto non sono riuscita ad assaggiare specialità slovene, io che sono una patita del turismo gastronomico. Io già che sillabavo cevapcici e palacinke e … (Lonely planet, piantala di elencare specialità). La globalizzazione della cucina è un fatto.

* Facebook, solo per amici…

Hundertwasser-Freuden

Ah, due giorni alle terme – e in uno stabilimento splendido, finora il più bello in cui sia mai stata. E’ stato ideato da Friedrich Hundertwasser, architetto viennese morto una decina d’anni fa, un genio del colore, della forma ondulata e della sistematica mancanza di sistematicità. Pensare che in Nuova Zelanda sono voluta andare a Kawakawa, un grumetto di case sperduto nel nulla che ha un’unica attrazione turistica: i bagni di Hundertwasser.(da)

Se ripenso alla mia nuova home, a questi appartamenti tutti standard, tutti tagliati al risparmio in blocchi anonimi, mi viene la tristezza. Ci vorrebbero davvero i medici dell’architettura:

Da quando ci sono urbanisti indottrinati e architetti standardizzati, le nostre case sono malate. Non si ammalano, sono già concepite e costruite come case malate. Tolleriamo migliaia di questi edifici, privi di sentimento ed emozioni, dittatoriali, spietati, aggressivi, sacrileghi, piatti, sterili, disadorni, freddi, non romantici, anonimi, il vuoto assoluto. Danno l’illusione della funzionalità. Sono talmente deprimenti che si ammalano sia gli abitanti sia i passanti. (…) Le costruzioni uniformi simili a campi  di concentramento e a caserme distruggono e appiattiscono quanto di più prezioso un giovane può apportare alla società: la creatività spontanea dell’individuo. Gli architetti non possono risanare queste case malate, che rendono malati, altrimenti non le avrebbero costruite. Si rende quindi necessaria una nuova professione: il medico dell’architettura. Il medico dell’architettura non fa altro che ristabilire la dignità umana e armonizzare la creazione umana con la natura. (…) È necessario (…) spezzare la sterile e piatta skyline, trasformare i tetti in una superficie discontinua e ondulata, agevolare la crescita della vegetazione spontanea nelle fessure dei muri e dei marciapiedi, dove non arreca disturbo, modificare le finestre e arrotondare in modo irregolare angoli e spigoli. (da)

Oltre al fascino architettonico e alla gioia estetica che danno le curve e i salti cromatici di Hundertwasser, le terme sono eccellenti – e anche parecchio care – e non ci si stanca mai tra saune con salette dalle più dolci alla vera e propria sauna finlandese a 90 gradi, laghetti di acqua salina di origine vulcania a 37,5 gradi, percorsi acquatici nel caldo azzurro, idromassaggi,

IMG_1780

e fuori virenti prati, elefanti di terracotta e amache nel giardino.

IMG_1748

Epperò…

… tanta cura e tanto sbandierare qualità e poi le traduzioni in italiano le hanno fare alla cugina della cognata, quella che abita due strade più in là, ed ecco alcuni esempi della sua perizia:

Zona nuda
(che è tutta la zona delle saune, e giuro che non è un ambiente spoglio)

Sui simpatici cassetti del pattume ci sono
bicchiere (che traduce Glas!)
scarti (che traduce Restmüll, quello che di solito chiamiamo “secco”, altri rifiuti rispetto all’umido)
materiale sintetico (che traduce Kunststoff, ovvero “plastica”!)

Per non parlare di certi tagli imbarazzanti, passati del tutto inosservati, come

IMG_1743

Na ja. Per il resto, che sogno.

Gita fuoriporta

Parola dello Zingarelli (preghiamo):

Lunedì, 13 Aprile 2009
La parola di oggi è: gita / fuoriporta

gìta
[f. sost. di gito, part. pass. di gire; av. 1306] s. f.
1 Escursione, breve viaggio di svago: g. al mare; g. turistica; g. scolastica; una g. a piedi in montagna.
2 (tosc.) Giro di garzone o fornitore presso i clienti.
3 †Nel gioco degli scacchi, mossa.
4 †Andata; CONTR. Ritorno.
|| gitàccia, pegg. | gitarèlla, giterèlla, dim. | gitarellìna, dim.

fuoripòrta o fuòri pòrta
[comp. di fuori e porta (1); 1818] A avv. Oltre le porte, le mura di una città | (est.) Nei dintorni di una città: fare una gita f.
B anche agg. inv.: una trattoria f.

Il concetto di fuoriporta è variabile. Da parte mia, che già mi ero smazzata il viaggio per tornare nella Maria-Luigianesca cittade,  l’altro ieri sono andata con Mr Quant fuoriporta di centotrentachilometri qui:

porto-l

(dove tra l’altro ho notato, non troppo in vista a dire il vero, questa targa a memoria di

targa commemorativa

)

e ieri, fuoriporto, qui

castello p.

E poi, ciliegina, qui a incontrare Straffie und Familie 🙂

Oggi torno nelle patrie lagune, perché domani c’è il Dativ da spiegare…

Non è sempre vacanza

Una sorta di dizionario concreto bilingue: Krankenhaus-Ospedale. Aufnahme – Accettazione. L’accento dell’operatrice che parla italiano è molto tedesco. Ne arrivano parecchi in tenute da sci, in Moonboot che ancora vanno dopo vent’anni (mancavo da molto al settore moda montagna), in tutine ipertecniche e berrettini di pile. Un paio sopraggiungono su due ruote, con ancora gli scarponi ai piedi, prelevati freschi dalle piste. Per esempio una ragazza con la gamba rigida e fasciata e l’espressione di chi ha già superato il dolore, la paura, lo sconforto, e ormai si trova un’agritudine da vacanza rovinata. Rovinata anche al giovane che spinge la carrozzella (compagno o fidanzato o marito che sia) e tenta di metterci un po’ di buon umore, muovendo la carrozzella con estro goliardico, un po’ da ospedale pazzo. La donna si spaventa, “Sta’ attento!”, sorride un po’ distentendo la faccia terrea, chissà come si sente in colpa e chissà lui come cerca di superare la delusione con la sua amorevole buffoneria.

Per il resto è una catena ordinata nel lindo Krankenhaus: accettazione, numerino duplice, consegna all’infermiera di uno dei due numerini (dovrebbero chiamare per numero per la noiosa e ipocrita questione della privacy, ma poi le vecchiette non reagiscono, e allora si sentono rieccheggiare nei corridoio nomi e cognomi, alla faccia), attesa, chiamata numero uno, visita rapida e routinaria, attesa, radiografia, attesa, visita numero due, diagnosi rapida mentre il dottore si guarda le sagome chiare delle ossa, bendaggio, accettazione, diagnosi stampata nitida e precisa sul foglietto bilingue – distorsione, stiramento, sospetta lesione del menisco – , conto, pagamento, auf Wiederschau’n.

Insomma, l’ennesima vittima della settimana bianca alto-atesina, eccomi qui. Dopo l’inizio gelido e innevato sulle piste, la mia visita al pronto soccorso di un’amena località bilingue ha dato una svolta rilassante alla vacanza: piscine, sauna, grandi dormite, lunghe letture, succulente mangiate di leccornie pusteresi. Siamo tornati rosei, paffuti e beati come bimbi, carichi di Käseknödel, Speck, HonigHandschüttelbrot, Toblacher Stangenkäse und so weiter.

A proposito di prelibatezze: devo dar ragione a Seia che fortissimamente voleva leggere Non è sempre caviale di Johannes Mario Simmel (orig. Es muss nicht immer Kaviar sein. Die tolldreisten Abenteuer und auserlesenen Koch-Rezepte des Geheimagenten wider Willen Thomas Lieven, Zürich, 1960,  trad. di Amina Pandolfi). Me lo son gustato negli ultimi due giorni, mi mancano circa le ultime cento delle 622 pagine di questo vecchio mattoncino Garzanti del 1967 – carta brutta e da nessuna parte si legge il nome per esteso dell’autore, soltanto le iniziali dei due nomi, perché mai? Politica editoriale? Vezzo dell’autore? Si tratta delle rocambolesche e godibilissime avventure di un affascinante tedesco poliglotta, giovane banchiere a Londra prima della seconda guerra mondiale, che suo malgrado inizia una strepitosa carriera come doppio, triplo, quadruplo agente segreto, sempre attorniato da ufficiali accaniti, simpatici delinquenti e bellissime donnine. Ma soprattutto la storia di un cuoco sopraffino che risolve parecchie situazioni apparentemente senza scampo con un menù ben congegnato ed eseguito. Il romanzo è costellato di ricette di paesi diversi che glorificano il potere seduttivo e pacificatore di un buon desinare in compagnia. [Su Simmel torno perché qualche giorno fa se ne è scritto, e non per la pubblicazione di un nuovo libro.]

Per finire, il Christkindl (Gesù Bambino) mi ha portato un nuovo portatile: un Sony Vaio con un forestiero e antipatico Vista che non pare animato da sentimenti benevoli verso tutti i miei dizionari. (Che oggi sia dovuta tornare a squola, non salvata dalla neve che imperversa soltanto sul lato occidentale del nord Italia, nemmeno lo scrivo.)

Continua a leggere

Casa, Heim, home

E rieccomi in Kakania, sistemata per il prossimo mese e qualcosa. “Casa”, un’altra “casa” temporanea; perlomeno è la stesso locale che occupo dall’estate 2004, il che mi pare già un record di continuità. E’ buffo quando si era in viaggio, per esempio durante l’ultimo in Canada, e facendo programmi si diceva “…questo e quello e poi torniamo a casa“, intendendo il B&B, hotel, motel … di turno. Casa? Tenendo conto, poi, che abbiamo dormito nello stesso letto per due notti di fila soltanto due volte in 15 giorni.

I miei, che vengono da un’altra epoca, mi premono addosso da anni cercando di farmi comprare casa. Ma casa dove? Per non  dire “come” (cumquibus)? La casa è ormai un lusso da svariati punti di vista.  Per il posto di lavoro statalaccio, si prospetta una ventina (decina?) d’anni d’attesa, e per comprare casa ci vuole anche un lavoro fisso. Qualche giorno fa, girando nella mia unica attuale proprietà, la fiammante Micrina, ascoltavo un urbanista o analogo che prospettava nuove modalità di casa per il futuro. La seconda contemplata dall’esperto mi interessava particolarmente: una casa semovente, una specie di guscio della chiocciola. Un futuro di camperisti evoluti?

Casa dolce casa. Intanto buttiamoci sul lavoro. Temporaneo, va da sé, nel centro linguistico migliore della Kakania. Che aspettate a venire a fare un corso di tedesco?!