Come il ripieno di un panino, quel che c’è in mezzo è il meglio

In fin dei conti il secondo corso con le mie sei madamine, su cui non ho scritto oltre per sopravvenuti travolgenti impegni personali,  è stato il migliore dei tre. Non va sottovalutato il fatto che un numero pari e un gruppo naturalmente omogeneo fa miracoli.  Quel che non è affatto successo per il terzo corso che m’ha guastato un po’ l’estate, come un dolce mal riuscito sciupa retroattivamente tutto il lauto banchetto.

Ma andiamo per ordine.

Per il terzo corso, che sulla carta dovevano essere un B1 e un B2, aspettavo il Filosofo-con-la-cuffia-di-ricci che doveva arrivare fresco fresco da qualche gradassata viennese, accompagnato dalla fidanzata medico figlia di ricchi e prestigiosi medici torinesi. Non sapendo tuttavia se saremmo riusciti a lavorare insieme e ricordando la lena con cui non ha fatto niente l’ultima volta che abbiamo lavorato insieme, ho cercato di crearne uno io, già il giovedì, facendo i salti mortali dato che avevo visite dall’Italia (che dramma quando si fa la giocoliera e si cerca di tenere tutte le palle in movimento senza che niente caschi) e sapendo che dovevo fare le fotocopie in tempo, memore del ritardo con cui abbiamo iniziato il lunedì del secondo corso. Dalla biblioteca dell’Uni-Clanforte ho preso un volume della Alma Edizioni, Da zero a cento, con test di autovalutazione su tutti i livelli, e ho scelto alcuni test del B1, adattandoli e aggiungendo alcune domandine che potevano far arrivare il livello a un B2. Visto che sovente mi difetta il tipico campanilismo italiano, ho cercato di rifarmi e ho scelto “Innamorarsi a Venezia”, questa kitschissima storia di amore tra la tedeschina a Venezia per un corso di italiano (ma va’) e il fratello del prof di italiano (strano, ancora più classico è la cotta per l’insegnante).

Inutile dire che non è stato un granché, perché – more solito – chi si sarebbe segnato come B1 era un A2 e chi si è segnato come B2, per lo più era un B1. Comunque questi test hanno forti poteri inibitori, bisognerà ragionarci sopra. Questo è un punto dolente da sempre, che mette in luce l’incapacità generale di lavorare in gruppo dell’insegnante medio e in ispecie dell’insegnante italiano, il quale ha sempre qualcosa di meglio da fare che mettersi a un tavolo e creare un test di qualità e affidabile (mentre i colleghi di Deutsch als Fremdsprache ce l’hanno; vero è che c’è una solida direzione didattica e una molto maggiore esperienza).

Lunedì mattina, dunque, sono arrivata con questo test “io speriamo che me la cavo e che capisco in che gruppo mettere ‘sti disgraziati”, mentre il Filosofo elargiva i suoi sorrisi sottilmente sarcastici. Come sapevo sarebbe successo, poco prima delle nove davanti alla porta ha fatto capolino LUI, il corsista sportivo affezionato, l’uomo che abita a Parigi, ma originario di qui e che dunque ogni estate viene a farsi la vacanza sul suolo patrio e a fare un piccolo show durante il corso di italiano. Lo chiameremo Rodolfo (come si chiama, in effetti). Ha ottant’anni suonati ed è cliente abituale da un bel numero di anni, ha fatto corsi con me, con Saicapisci, con il Filosofo, con chi non so più. Con me, tre annetti fa, è stato un gran bel disastro. (Magari una volta faccio un bel post sugli “allievi rompipalle: fenomenologia e casistica”). Ma quest’anno, tutta angelicata dai miei proponimenti di studio della geragogia, ero pronta e pronta positivamente.

Il seguito alla prossima!

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Grazie, dialogo a zig-zag

Giovedì. Dato che formalmente uso un libro “facile” e che sulla carta le mie studentesse sanno tutto, e in effetti la maggior parte di loro avrà fatto gli stessi argomenti solo quelle 5-6000 volte, già martedì le avevo invitate a studiarsi gli argomenti delle dieci lezioni proposte dal libro di testo e scegliere quali temi suscitavano maggiormente il loro interesse. Personalmente avevo pensato di tornare per l’ennesima volta sulla differenza tra passato prossimo e imperfetto, un aspetto grammaticale che i madrelingua tedeschi non riescono a padroneggiare alla perfezione nemmeno a livelli molto alti di competenza, e di trattare il futuro, come richiesto da Neolatina.  Poi ho fatto un piccolo sondaggio e il futuro risultava in quasi tutte le preferenze espresse, insieme alla cucina. Il passato non se l’è filato nessuno e così l’ho lasciato da parte nel programma.

Ripensandoci, è una liberazione non dover tornare di nuovo sul passato ed è più stimolante preparare temi che non ho incontrato così spesso. Per le altre opzioni espresse, sarà difficile proprio riuscire a fare granché, in due settimane fare quattro lezioni è già un’impresa. Soprattutto è molto meglio tenersi larghi con il programma sul libro – che in fondo è una copertina di Linus – e non dimenticare tutte quelle attività di contorno, soprattutto quelle comunicative, di cui gli studenti sono affamati e che fanno la differenza rispetto a “scuola”.

Queste attività vogliono il loro tempo. Tra l’altro ne richiedono molto anche a livello di preparazione ed è forse per questo che a volte un(‘)insegnante potrebbe non essere così pronto nell’offrirne. Ci vuole tempo per trovare le attività giuste, che abbiano un senso con quanto viene trattato a livello di funzioni comunicative, lessico e/o grammatica, per preparare spesso fotocopie, cartoncini e altro materiale. Gli anni scorsi mi sono prodigata di più e bisogna dire che il ritorno in termini di soddisfazione da parte dei corsisti è appagante.

Oggi abbiamo parlato dei media, dei giornali (associogramma!), di come ci si informa, con discussione plenaria, lettura di testi e lavori a coppie (oggi è arrivata la dolcissima Dermatologa, ora siamo in numero pari, sei), oltre a trattare gli avverbi, la differenza tra aggettivi e avverbi e il comparativo di maggioranza e minoranza, nella fattispecie la fastidiosissima alternanza “di”/”che”. Molto meglio il tedesco che ha solo “als” e morta là. D’altra parte sono stata estremamente completa nel trattare la differenza e forse le ho un po’ soverchiate.

Ma ciò che mi ha salvato la giornata e di sicuro mi ha fatto acquisire i “punti” di cui avevo bisogno è stato lo Zickzackdialog alla fine della lezione: me lo insegno la Nardarancia e in effetti è una tecnica efficacissima:

Ein Zickzack-Dialog ist eine Übungsform zur mündlichen Interaktion im Fremdsprachenunterricht. Er eignet sich zum Einüben von Diskursroutinen, besonders solchen zur Verständnissicherung. Diese Übungsform regt auch sonst weniger aktive Schüler durch sanften Gruppendruck zur mündlichen Interaktion an.

  • Die Klasse erhält als Aufgabe eine Dialogsituation zwischen zwei Personen. (Z. B. “Du bist umgezogen und stellst dich bei deinem Nachbarn vor.”) Es ist sicherzustellen, dass die Situation von allen Teilnehmern verstanden wird.
  • Die Klasse wird in zwei gleichgroße Gruppen (A und B) aufgeteilt. Die Gruppenmitglieder sitzen oder stehen sich in zwei Reihen gegenüber.
  • Jede Gruppe übernimmt nun eine Rolle des Dialogs. (Im Beispiel: Gruppe A ist “du” und Gruppe B “dein Nachbar”)
  • Der erste Schüler in Gruppe A (A1) beginnt den Dialog, der erste Schüler in Gruppe B (B1) reagiert auf die Äußerung von A1. Auf seine Äußerung reagiert wiederum A2, darauf B2 usw. Auf die Reaktion des letzten Schülers in Gruppe B reagiert wieder der erste in Gruppe A.
  • Die Lehrkraft achtet weniger auf die Korrektur sprachlicher Fehler als darauf, dass die Schüler nicht aus der Rolle fallen. (Quelle: wiki.zum.de)

Invece ovviamente la Sperduta 1, lei e la sua grossa bocca storta dipinta di fucsia, non faceva che scivolare via dal suo ruolo, perché, per dare più pepe al dialogo incrociato, avevo detto alle fautrici del Web di propugnare la causa del giornale cartaceo e il contrario, e lei, residuo bellico, è più che affezionata al suo giornaletto locale. Il risultato è stato parecchio divertente e le ragazze sono uscite contente. Nardarancia, tu non lo saprai mai, ma grazie.

Domani mi aspetta il futuro. Grammaticalmente parlando, eh.

Oggi il Kollega Siculo-Carinziano ha salutato dicendo: “Ci si vede domani. No?” (come “No?”, brutto menagramo, ho pensato io) “E se non ci si vede, si accende la luce.” Ha uno spirito tutto suo, questo.

Tra pasticci e prove

Mi soccorre una nuova aula, luminosa, ampia e con tavoli mobili, per cui è possibile sistemarli a isola. In compenso non riesco a collegare il pc alle casse e non funziona il lettore CD, sopperito almeno questo dal lettore DVD. E’ brutto quando ti trovi a trafficare con le tecnologia, i partecipanti si annotano tutto e questo viene percepito come sciatteria. Forse lo è. Sarei dovuta arrivare non cinque minuti prima ma trenta minuti prima, sapendo di avere una nuova aula. Figuriamoci, me ne ero dimenticata.

Mentre ancora traffico con cassetti e cavi do loro il mezzo A4 da riempire con il Diario di classe (ho spiegato perché e per come, ma temo di non essere stata molto convincente…boh. Sperduta 1 mi guarda sempre strizzando gli occhi e inclinando il capo, è sorda, è mezza cieca, che c’è?!?!? Le altre sono o sfingi, come Mistero e Neolatina, o sembrano sempre leggermente imbarazzate, come Albergo).

Domande da parte del pubblico pagante mi costringono a fare uno schema riassuntivo dei pronomi personali al complemento di termine (qui parlo di oggetto indiretto, secondo le diciture dei libri, magari una volta o l’altra te la chiarisci questa cosa, eh? Note to myself). Pensavo di aver bisogno di dare una sbirciatina ai miei materiali collaudati anno dopo anno, invece mi sono (felicemente) accorta di averceli ormai in testa perfetto per quanto riguarda la morfologia, magari sarebbe bene avere la medesima meccanica sicurezza anche per sintassi ed eccezioni (loro).

Quindi continuiamo con gli esercizi fino alla pausa. Ripasso che rende contenta per esempio Neolatina che chiede un argomentino di grammatica al giorno. E questo a dispetto del fatto che tutte siano state d’accordo nella condanna della grammatica. Porella grammatica. Ogni tanto infilo qualche panegirico per il lessico e introduco gli associogrammi, vediamo se anche in questo corso non ci bada nemmeno il cane della serva.

Durante la pausa, coup de theatre. Una Anzianotta del gruppo 1 vuole venire da me. Già si sollazza in compagnia delle altre Anzianotte durante la pausa caffè, come ogni anzianotta degna di questo nome vuole fare i gruppi a suo piacimento (e per di più è ex insegnante o forse ancora in attività e quindi sa lei come vanno queste cose, eh, figurati). D’altronde nell’altro corso si sono accumulate svariate personalità eccentriche, due studenti superiori probabilmente loquaci come grizzly, una studentella tanto dolce quanto sperduta (la variante giovanile delle mie Sperdute), una buzzurra mandata dall’ente che eroga i contributi per la disoccupazione, motivata quanto un bradipo, e la nostra Diversamente Creativa, povera cara. Anzianotta prova a venire nel gruppo Anzianotte e si trova – inspiegabilmente, parliamo come automi sull’orlo della fine delle batterie – travolta dal troppo italiano e dopo dieci minuti, quasi in lacrime, se ne vorrebbe andare. La rassicuro e la convinco a restare fino alle 12.30 (tanto non resisti comunque ma almeno non farmi queste scenate melodrammatiche, bitte sehr).

Mistero ha preparato i vocaboli per oggi. Strano come negli anni scorsi quasi tutti abbiano colto al volo come preparare il lessico e quest’anno continui a trovare persone che interpretano l’attività in modo strano. Ma insomma, Mistero se la cava abbastanza bene, anche se è fluente come una che sia appena uscita dal dentista e abbia subito un trapianto di gran parte dei denti.

Le attività di ascolto sulle parole preferite dagli italiani procedono abbastanza bene (io sbircio spaventata le Sperdute, mi sembrano reagire bene). Belle le scelte delle corsiste sulla parola italiana che preferiscono, compito che ho rinnovato per domani in forma scritta (vorrei farne un poster, almeno uno). Interessante anche la scelta della parola tedesca più amata (ho mostrato loro il risultato del concorso Scegli la parola tedesca più bella del 2004, Habseligkeiten)

Anche di questo seguirà comunque compito scritto (sperolo, almeno).

Finiamo con ipotesi su dove si parla italiano e lettura (in verità un po’ troppo veloce!) del testo in cui si narra e conta dei luoghi dove si parla italiano. Fa un po’ pena la cosa, tra il dover citare il Vaticano e San Marino, ricordare vergogne tipo la Somalia e calcare la mano sulla nostra emigrazione un po’ in tutto il mondo. Io testi del genere li eviterei alla grande in un testo di italiano. Bah.

Alla fine Anzianotta disperata getta la spugna. Io non la trattengo.

Si parte davvero

Il secondo giorno è il giorno in cui bisogna presentare le scelte fatte in base al test, all’ascolto dell’interazione orale (e a mille altri fattori che non si dicono ai corsisti e che non entreranno in nessuna pubblicazione scientifica).

Leggo invece sulle pubblicazioni scientifiche che il discente adulto va reso partecipe delle scelte del docente e così provo a fare. Spiego il perché di un volume A2 se il corso è formalmente B1, spiego come intendo dirigere il corso, introduco le tecniche cui sono affezionata (la scatola dei vocaboli, sempre sia lodata la Assirelli), esplico la struttura del libro (che però è abbastanza ignoto anche a me, ma l’esperienza qualcosa dà e mi sono premurata di dare una lunga occhiata e di appuntarmi le sezioni principali con vari post-it).

L’aula non aiuta molto a vivacizzare la situazione, siamo in un Hörsaal, un’aula per professori concionatori, banchi da università, e le cinque partecipanti che mi restano dopo la suddivisione si assiepano, tre e due, e per di più lontane da me. A volte hanno paura anche a quest’età.

Cominciamo con una lezione che a me personalmente piace molto, da innamorata della lingua: l’italiano, perché studi l’italiano, le parole più belle in italiano. Iniziamo con un sondaggino sulle attività preferite in classe da cui risulta che tutte vogliono parlare, parlare, parlare. Ho stampato un questionario trovato sul sito del libro (che è Chiaro della Hueber, ci tornerò su), le partecipanti dovrebbero intervistarsi su motivi, interessi, difficoltà e facilità della lingua italiana, ma le cose vanno a rilento e le 10.30, ovvero la pausa, arrivano troppo presto. Per dare una forma “rotonda” all’attività, mi accontento che tutte abbiano almeno un’intervista sul foglio e rimando a dopo il break la sessione plenaria.

Alla lavagna mi appunto cosa viene ritenuto facile e difficile, come sempre la grammatica viene ritenuta spinosa, mentre sul lato “facile” c’è la pronuncia. A questi livelli in effetti gli errori di produzione di suoni sono limitati, è un sollievo non dover sentire dire “ciacierare”.

C’è da annotare un certo grado di soporiferume. La donna-albergo (d’ora in poi Albergo) sbadiglia. Le due anzianotte (d’ora in poi Sperduta 1 e Sperduta 2) sono incantevolmente perse, una coppia di sperdute amanti dell’italiano. La donna-mistero (d’ora in poi Mistero) e la donna-volevo-studiare-spagnolo-ma-il-corso-non-è-partito (d’ora in poi Neolatina) sono calme fino a livello valium. Anche le attività di lettura individuale e discussione dei contenuti procedono nella quiete quasi mortale. Ovviamente in questi casi mi sento in colpa come una ladra: chi ha rubato l’allegria da questa stanza?!

Quando arrivano le 12.30 e io assegno due paginette di compiti, chiarendo che non sono obbligatori, tiro un sospiro di sollievo.

C’è da lavorare per riportare vita in questo obitorio.

Da cosa nasce cosa. Intanto è nato il 2° corso.

Ieri è iniziato il secondo corso. Il tempo vola. I livelli previsti erano A2 e B1. Come sempre queste sono gabbie che stanno bene sull’opuscolo, poi la realtà è franta e complicata. Su una dozzina di partecipanti (tra persone che arrivano dopo, indecisi e last minute è difficile dire quanti siano prima di mercoledì), era chiaro che ci dovesse essere un livello basso per accogliere la ragazzina che continuava il corso da principiante assoluto iniziato il 10. Ciò significa proporre un corso A1, il che è perfetto anche per la partecipante molto particolare che continuava il corso tenuto da me, un A1+. Ma chi altri aggiungere? Ogni persona che incontro ai corsi è un universo a sé, non soltanto per l’età che va dai 17 in su, ma per il percorso di studi, l’attitudine verso le lingue, le aspettative e il metodo di studio.

Anche il mio corso che deve essere di livello superiore vede una congerie di allieve (perché forse l’unico comune denominatore è il sesso, visto che abbiamo uno o due partecipanti di sesso maschile a corso, purtroppo, perché la diversità di genere porta spesso pepe nelle interazioni del gruppo e ciò facilita grandemente il lavoro dell’insegnante). Infine l’altro insegnante e io abbiamo deciso una suddivisione equilibrando test scritto – che in quanto multiple choice secondo me ha un grado di affidabilità molto basso – e interazione orale svolta durante un’ora di penoso “presentati”. Questo è un fattore di sicura criticità. Come disastroso è stato l’impiego di un lucido per un quiz sull’Italia a squadre: buono il quiz, ma ormai lo strumento lavagna luminosa è antidiluviano. Senza contare che a me è sempre stato tremendamente antipatico e forse ciò trapela.

Nel gruppo A2 (che è un A1) abbiamo messo le due persone che continuano, un’insegnante che ha studiato italiano trent’anni fa e due ragazzini delle superiori che sicuramente sono qui per tirar su qualche votaccio, personcine spinose perché essenzialmente pensano di “sapere” tutta la grammatica ma non spiccicano parola. Una poi ha detto candidamente che frequenta il corso perché speditavi dalla madre.

Nel gruppo B1 (A2) trovano posto due anzianotte che fanno corsi di italiano a ripetizione perché è il loro passatempo preferito, laddove una delle due è fluente ma la cosa è in qualche modo “compensata” da problemi strutturali dovuti all’età, probabilmente (questo dovrò scoprirlo con tatto) da un cattivo udito o da altri problemi “tecnici”, già evidenziati quando si è parlato di lettura (forse non soltanto non sente bene, ma nemmeno vede bene o non distingue bene le lettere o forse i caratteri sono troppo piccoli). Poi c’è una signora che è nell’età giusta per i miei studi, cinquantacinque anni, che sa bene il francese e lo spagnolo ed è la dimostrazione vivente di come si possa parlare una lingua neolatina sapendone bene altre due. A queste si aggiungono una donna sulla trentina che lavora in un albergo a Passo Pramollo e quindi ha a che fare continuamente con clienti italiani e una donna sulla quarantina, precisa e attenta, di cui si è capito solo che è single e che l’italiano potrebbe servirle per lavoro (ma la professione non l’ho colta).

Un gruppo maturo, insomma, che fin dal primo giorno ha espresso un grande e comune desiderio: parlare, parlare, parlare! Non hanno bene idea di come vada realizzato questo desiderio, ma in fondo sono là per questo: per farsi guidare da una persona esperta e competente. (E quella persona si sente gravata dalla responsabilità)

Vediamo come evolvono le cose. “Da cosa nasce cosa” è il primo modo di dire uscito fuori durante la plenaria.