Schirmständer

L’unica parola imparata quest’estate.  Non è un magro bottino, per un mese in Kakania?

Pensavo or ora, cercando di mettere ordine in una vita parecchio disordinata e mangiando biscotti, che possono essere cotti al vapore quanto vuole Banderas e chi per lui, ma sicuramente non aiutano una linea altrettando disordinata.

Tra mille “maledetta la volta che…” e nella disperazione pre-e postviaggio, per eccesso di zavorra, sono riuscita davvero a portare la Nina in Kakania che dei suoi quasi cinque mesi di vita può già contare su un mese all’estero. D’altronde è molto probabile che all’estero sia stata concepita, quasi sicuramente in Kakania, per poi dover patire le prime avversità in una Budapest torrida e inospitale. Ma questa è un’altra storia. Per non smentirsi, l’estate l’ha tartassata anche quest’anno poverina, un caldo insopportabile pure in Kakania. Tappati in una casa anni ’70, ovviamente senza condizionatore, per fuggire l’afa.

Schirmständer è il portaombrellone, nella fattispecie quello di ferro che serve ai laghi kakanici, per infilare il bastone nel terreno erboso o per incastrarlo tra le assi delle Brücken. Brücke:  già qui sono di nuovo in dubbio, come si chiamano le strutture lignee dei laghi, moli no, come allora? Tipo questo, che è proprio quello di Klagenfurt:

Una delle tre Brücken della spiaggia di Klagenfurt

E l’ho imparato solo perché un tizio, al Faaker See, me l’ha insegnato, dopo che io avevo detto in tedesco il “coso che serve…”. Vivan le perifrasi.

E’ un mio cruccio da tempo, mi pare di non riuscire più a migliorare il mio tedesco. Tedesco raffermo, non fa proprio la muffa, è abbastanza stabile, ma non migliora. Dovrei fare un corso? Ma nemmeno per sogno. Dovrei mettermi a leggere con il dizionario e fare liste di parole, come ai tempi del liceo e dell’università? Ma chi ha tempo e possibilità. Eppure sarebbe interessante vedere se ci sono studi sugli sviluppi dell’apprendimento della lingua quando si arriva a livelli alti e – ahimè – non si vive nel paese in cui la lingua è parlata.

E poi devo studiare inglese, io, altroché, visti gli impegni che mi aspettano nei prossimi due intensi mesi.

La Nina ha iniziato – shhhh, forse dovrei tacere… – a tirar dritto di notte, che Morfeo sia lodato, e ora non ho più scuse per non terminare l’ennesimo corso di studi inutile, sempre in beneficenza all’università italiana.

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Istantanee scolastiche

La scuola del lunedì e del martedì la vedo come un odioso arruffio di cose e bambini e adolescenti e insegnanti.

Arrivo alle 9.45 circa, durante l’intervallo lungo (große Pause), quello che dura venti minuti, e sia grazie a Dio, mi permette di poter prendere l’IC diretto a Karlsruhe delle 08.05 e non un treno ben un’ora prima. Sulla porta della sala professorir (Lehrerzimmer) c’è un cartello scritto a mano, Heute schon gegrüßt? Già salutato oggi? Non so chi l’abbia scritto, sicuramente qualcuno che si augurava ci fosse sempre cortesia tra gli umani che popolano la scuola. Invece non una voltasola, per fare un esempio di umana cortesia, mi sono trovata la porta sbattuta in faccia dal collega, con una dozzina di virgolette, che sgusciava nella stanza due secondi prima di me e che doveva non avermi visto frugare in borsa alla ricerca delle chiavi. Cose che capitano, è vero. Perchè in quei venti minuti c’è un baccano, una fretta, che mal si addice alla cortesia. Dentro c’è una teoria di visi parecchio torvi e qualche faccia tranquilla, la maggior parte dei docenti si assiepa attorno al tavolo grande a sinistra dell’entrata, dove quasi sempre qualcuno ha portato una focaccia, un dolce, del pane, qualcosa  da mangiare di cui tutti si servono. Non c’è bisogno di un’occasione, a quanto mi pare di capire, è un uso. I teutonici sono molto attaccati ai loro usi e costumi. Per esempio al rito del festeggiamento del compleanno del collega. Ho dovuto assistere ad agghiaccianti scene di persone attorno al tavolone della sala insegnanti che venivano celebrate da canti per me parecchio esotici, orchestrati da una maestra che a parer mio riproduce esattamente fattezze e sembianze della cattiva matrigna di Cenerentola, tutta intenta ad agitare le braccia per regolare i festanti colleghi. Sopra la fotocopiatrice – l’attezzo più usato in assoluto – c’è un calendario in cui mese per mese sono cerchiati i giorni dei compleanni, con tanto di foto dei Geburtagskinder nella parte superiore. Ovviamente io non c’ero, sarò o non sarò la forza lavoro gratis da usare come si vuole e che non merita considerazione?, ma hanno cercato di coinvolgermi comunque, quando è arrivato il mio mese natale, sicuramente perché faceva loro comodo aver più roba da mangiare. La cosa mi scocciava tanto da farne una malattia. Ma nel senso letterale della parola: infatti mi sono ammalata e ho saltato la giornata, con sollievo.

Non ricorderò questa scuola con gioia. Brutto è stato l’inizio e brutta la continuazione. È una scuoletta di periferia, con un’utenza da periferia e sospetto anche un corpo docente da periferia. Una Grundschule (scuole elementare) e insieme una Hauptschule, e Hauptschule è un tipo di scuola che ti bolla come fallito precoce da queste parti. Se vali qualcosina puoi andare alla Realschule (più o meno un nostro tecnico), se vali qualcosa a un Gymnasium (più o meno il nostro liceo), se ti valutano una nullità resti nella tua scuoletta e fai l’Hauptschule, una scuola di cinque anni per disgraziati, casualmente la scuola dove finisce la maggior parte degli stranieri.  L’elemento inquietante in tutto ciò è che la persona viene condannata a un futuro scadente o promossa a un possibile futuro brillante dopo soli quattro anni di scuola, quando ha la bellezza di dieci anni. Allora, o si ha un genitore combattivo e capace (anche linguisticamente) di far valere le proprie ragioni, che non sono sempre vaneggiamenti boriosi di genitori ciechi, oppure sei fritto, nel bel paese di Teutonia.

La scuola del mercoledì era una forma particolarmente invasiva di questa Hauptschule: piena zeppa di turchi e di testine convinte di essere scarti cerebrali (spesso, temo, a ragione).  I turchi li preferisco nei romanzi, dal vero me ne starei lontana. Infatti il corso che tenevo come Arbeitsgemeinschaft (leggi: corso pomeridiano facoltativo, qundi da non prendere sul serio in nessun caso) in quella Hauptschule è morto dopo aver stentatamente vissuto qualche mese.

Sono passata dunque alla scuola del giovedì, che ora è la scuola del mercoledì e del giovedì: una Realschule a due passi da casa mia, basta passare per l’alter Friedhof, il parco che era il vecchio cimitero della città, diventato in questa stagione un meraviglioso bosco frondoso, mercoledì scorso profumato di erba tagliata. La Realschule ha di buono un preside che assomiglia vagamente al famoso ritratto del più illustre figlio di Ulma, una brava persona che davvero ama i suoi allievi (perché qui i presidi insegnano, a differenza che da noi) e che è ormai all’ultimo anno di carriera.

Son tutte brutte le scuole del mondo? La brutta scuola del mercoledì mi era parsa interessante almeno nell’organizzazione degli spazi e dei materiali: ci sono tante cose che in Italia non ho mai visto, i ragazzi lasciano i quadernoni con i loro nomi e i loro materiali, ma c’è la lavagna dove sta scritto chi è di corvée con la pulizia della lavagna, lo scopettino per spazzare l’aula, la carta da buttare nel riciclo ecc., le foto della gita, le immancabili regole della classe (per quel che valgono agli occhi dei ragazzi…), annunci di tirocini, cartelloni, tazze e fornelletto, poster e locandine di film, tentativi di haiku, cd, giornali e riviste, cartine geografiche, quaderni e fogli puliti, forbici, colla, puntine, pinzatrici ma anche colori e fogli da disegno, un divanetto e il calcio balilla. Ma tanto ai ragazzi la classe non piaceva comunque.

L’aula in cui sono al giovedì è brutta come sono brutti gli ambienti non amati. Alle pareti ci sono solo un paio di pagine di riviste con le facce e le gambe di due calciatori (Torres e un altro, chissà). Ambienti non amati dall’insegnante, anche e forse in primo luogo. C’è una piantina stentata che forse preferirebbe stare nel Sahara che là. Fogli dimenticati o buttati per terra e già adorni di impronte di scarpe ginniche, libri buttati sul davanzale interno delle finestre, qualche volta una calcolatrice abbandonata, bottiglie semivuote, cartacce, tentativi fasulli di pulizie nell’angolo. Gessi non ce n’è mai, o ricordo di portarmene io qualche pezzetto nell’astuccio o è la disperazione. Ma i banchi vanno rimessi come sono stati trovati e la lavagna ripulita, pena l’ira funesta dell’insegnante di classe.

La scuola del venerdì pomeriggio puzza di piscio. Ne senti l’agra zaffata salendo le scale, spesso addobbate di rimasugli di merende – una fettina di cetriolo o di salame, un pezzo di pane  -, per il resto la scuola è deserta, ne sono scappati tutti a mezzogiorno. L’aula diventa più squallida man mano che l’anno avanza. C’è un ragazzo (lo suppongo di sesso maschile, sicuramente a ragione) che da qualche tempo ormai lascia il banco esattamente com’è nel momento in cui suona la campanella: il quaderno malconcio aperto, i libri affastellati malamente sul ripiano, l’astuccio , lo zainetto appeso al gancio laterale semiaperto. Poco dopo deve aver contagiato anche il compagno di banco che ha iniziato a imitarlo, anche se meno compiutamente. I banchi sono lerci, oggi uno aveva il trofeo di una cingomma.* A Ulma si annaspava con trenta inusualissimi gradi e l’aula era una trappola in cui tutti si sventagliavano con i quaderni e protestavano acuti malesseri.

Quando finisco il venerdì i ragazzi spariscono in un baleno, solo a volte riesco a trattenerli per indurli a sistemare i banchi (sempre per il principio che lasciarli non nell’ordine trovato costituisce reato quasi penale), e la donna delle pulizie mi aspetta paziente per finire di rassettare la scuola. Scambio due parole con lei, cercando di cogliere il senso delle sue fortemente modificate dall’accento, metto via le palate di libri che mi porto via non sapendo mai chi verrà e dunque su che livello impostare il corso, e stancamente finisco la settimana. Libera dalla puzza di piscio e dalla settimana lavorativa.

* Una nota sulla cingomma. Che bella parola! Non ricordavo di averla sentita in Italia, sicuramente non è in uso dalle mie parti, dove l’ho sempre chiamata semplicemente gomma, o forse al massimo ciunga (mimesi fonestica di chewingum), o più recentemente cicca. Lo dicono gli allievi, anzi, alcuni di loro, e mi piace parecchio.

Dammi tre parole, amore amore amore

Eravamo anche noi così?

Penso che se lo chieda ogni generazione appena viene sorpassata dalla seguente; a me aiutano poco una memoria selettiva che ha resettato molto dell’infanzia e dell’adolescenza e il fatto che sia sempre stata poco conformista. Però una migliore amica ce l’avevo al liceo e per anni ci siamo scambiati bigliettini che erano in verità romanzi di vita. Se già allora questi papiri su foglietti colorati erano forse una stranezza, oggi temo siano impensabili. SMS a valanga, Facebook a iosa, ma scrivere sulla carta lunghi pensieri… non deve essere divertente nemmeno fare l’insegnante di italiano, da questo punto di vista, se uno ancora sogna di avere alunni in grado di sviluppare una produzione scritta non dirò dannunziana (a proposito, io l’ho passata la fase dannunziana, la prof dovette liberarmi dagli orpelli di cui infiorettavo i miei temi), ma almeno guidodaveronesca?

Ciò che più mi lascia sconcertata è la altissima frequenza con cui i ragazzini si lanciano in dichiarazioni d’amore. Ma non per il morosetto o la morosetta, quello rientra nel gioco, ma per gli amici. Certo, è un fenomeno delle ragazze, i giovanotti esprimono il loro affetto per gli amici con insulti giocosi (come ai miei tempi), ma sulle pagine delle femmine è tutto un fiorire di “ti amo”, “vi amo”. Il fatto mi ha colpito anche le pochissime volte che mi è capitato di vedere o leggere qualcosa sul Grande Fratello: queste scene orripilanti in cui tizi qualsiasi piangevano davanti alla telecamera singhiozzando “Papà, ti amo!, “Mamma, ti amo!”.

Non è solo sconcerto, c’è pure un certo schifo in me. Non direi mai “Ti amo” a mia madre. “Ti voglio bene” come se piovesse, ma ti amo sono due paroline da riservare alle relazioni sentimental-sessuali, per me, e anche qui, prima di riuscire a dire “ti amo”, alla mia età, potrebbero passare anni. Evidentemente nel sentire comune, soprattutto per i più giovani, “ti amo” è diventato neutro. E dato che in questo periodo passo anche per le pagine dei miei allievi finti italiani, anche in tedesco “Ich liebe dich” deve essere meno pesante. Eppure ricordo non so più qualche lettrice di lingua tedesca all’università o forse era una considerazione scherzosa letta da qualche parte: i tedeschi hanno formulette come “Ich habe dich gern”, “Ich mag dich”, piuttosto di usare il verbo “lieben”.

Fatto sta che, insieme all’afasia generalizzata che si trasforma in copiatura ossessiva di link, agli insulti alla scuola e a chi vi fa parte e a qualche altra penetrante manifestazione di giovanile insipienza, tutti questi “ti amo” mi tengono ben lontana dalle pagine dei giovani virgulti facebookiani.

Cosa farebbe il tedesco senza il verbo “sich freuen”?

I più goffi e sottodotati come traduttori traducono il verbo “sich freuen” con “rallegrarsi”.

Ora alzi la mano, qui, subito, chi di voi dice quotidianamente “me ne rallegro”, “mi rallegro di vedervi” e analoghi. Forse non l’avete mai detto, siate sinceri, magari l’avrete sentito in qualche vecchio film o trovato in qualche libro ormai antiquato. O magari vi viene solo da ridere e basta.

Sarebbe invece interessante sapere la frequenza assoluta di questo verbo nella lingua tedesco. Se De Mauro sostiene che il vocabolo più pronunciato nella lingua italiana sia “cazzo”, ecco la papale differenza tra la mia lingua e quella che studio da anche troppo tempo: noi ci riempiamo la bocca di membri maschili, loro di questo verbo che si usa con ogni registro, in ogni occasione, si sciala in lungo e in largo con tutti questi “essere contenti di”.

Perché, diciamolo, “sich freuen” è  un imbucato di professione. Qualunque lettera, di quale sia il suo tenore e contenuto, avrà alla fine un “sich freuen“, ovvero si sbandiera la propria contentezza che un ospite venga all’albergo, che una persona risponda alla richiesta di informazioni, che il tal dei tali telefoni o chissà cos’altro.  Gli annunci per appartamenti e WG che leggevo su Web finivano spesso con un bel “Ich freue mich schon auf Eure Antwort” o qualcosa del genere, “aspetto con gioia (mah…come traduzione non forse il meglio) una vostra risposta”. Il Kaiser kakaniko Franz Joseph, il vecchio Francesco Giuseppe d’Asburgo,  concludeva qualunque occasione di incontro con la sua bella frasetta stereotipa: “Es war sehr schön, es hat mich sehr gefreut” “E’ stato bello, mi ha fatto piacere.”  Ma una mia allieva molto tosta ha appena scritto su Facebook, dopo aver annunciato con chi andrà alla festa domani: “Freu mich schon richtig drauuf mit euch ♥” “Sono davvero contenta, sono felicissima all’idea (di fare questa cosa) con voi”.

Tutti tentativi di traduzione veramente squallidi e sintetici. Perché noi un verbetto così non ce l’abbiamo. Una su FB avrebbe scritto, “Cazzo, gente, non vedo l’ora, cazzo, ragazzi, che forte che ci andiamo tutti insieme” o similia. E’ proprio un sistema mentale diverso.

Io stessa ho cercato di assimilarmi e dico “Ich freu’ mich“, “Das würde mich freuen” a piè sospinto, spesso come convenevole vuotissimo, mentre in verità penso: Cazzo, che palle.

Stuff!

I miei allievi sono di un tipo mai avuto prima. Finora ho insegnanto italiano a stranieri in Italia (solo in un contesto turistico e comunque erano quasi tutti di lingua tedesca), italiano a studenti austriaci di un istituto tecnico in Austria, italiano ad austriaci in Austria in ambiente universitario e in ambiente dantealighieresco, italiano lingua seconda in Italia a una manager finlandese dell’EFSA, tedesco a italiani adulti in corsi privati e italiani adolescenti alle scuole medie pubbliche in Italia.

Ora insegno quel che nel didattichese più modaiolo viene indicato quale italiano “lingua etnica” o “lingua di origine”, ovvero italiano a discendenti di italiani, nati e cresciuti in Germania, per i quali la lingua normale è il tedesco.

Ovviamente non sono riuscita a trovare materiali didattici adatti, primariamente per le mille difficoltà logistiche (soprattutto per il fatto che prima comunque dovevo procurarmi un tetto). Ravanando in un armadione dimenticato in una delle scuole che offre l’aula, ho trovato alcuni libri di letture su cui campeggiava la scritta “Per corsi di italiano all’estero”, ma penso di non aver visto niente di così stantio e vecchio, se li presentassi ai ragazzi probabilmente scoppierebbe la rivolta. Altro che black bloc.

Allora mi sono arrangiata come potevo e durante le Herbstferien, le vacanze autunnali, in Italia ho comprato un libro di testo che è stato elaborato in Alto Adige e mi pare destinato proprio a questo pubblico, anche se secondo la casa editrice è per allievi stranieri tout court. Insomma, all’italiano lingua etnica in Germania si sopperisce con italiano lingua seconda in contesto altoatesino. La situazione lì è simile, da alcuni punti di vista, nella dualità tedesco-italiano, ma molto diversa da altri. Soprattutto la situazione di questi ragazzi copre una gamma di possibilità incredibilmente ampia. Alcuni parlano molto bene l’italiano e lo capiscono quasi a livello di un madrelingua normale, se in famiglia si parla italiano, anche se bisogna fare i conti con un vocabolario ridotto; altri capiscono molto ma parlano a malapena, e questo si dà se a casa si parla dialetto (e allora sarà più siculo o calabrese che italiano) o tedesco; se ormai il tedesco ha preso il sopravvento e anche i genitori, ambedue italiani o di origine italiana, parlano solo tedesco, è difficile anche la comprensione orale, tanto peggio se uno dei due genitori è di lingua tedesca o di altra origine. Praticamente tutti hanno problemi a scrivere, e qui sarebbe utile essere anche insegnante di italiano (043, per capirci tra noi insider delle graduatorie), per capire quanto le loro difficoltà ortografiche, morfologiche e sintattiche siano dissimili dai normali madrelingua italiani, perché se anche l’allievo italiano medio scrive così male, be’, potrei mettermi il cuoricino in pace.

La Mentecatta che mi ha preceduta (progetto di scriverne ampiamente più avanti) deve aver seguito una logica sopraffina: non sanno l’italiano o hanno un livello da bambini, uso i libri da bambini. C’è una maniera migliore di mortificare i ragazzi in quest’età ingrata, quando tutto il loro desiderio ruota attorno all’essere riconosciuti come “grandi”? I ragazzi mi hanno mostrato libercoli infantili e quaderni molto simili a quelli delle elementari, con pensierini ricorrenti a ogni festività, soprattutto religiosa (la Mentecatta si vanta d’essere estremamente pia), frasette insulse e sciocchezzuole assortite, per non parlare delle punizioni esemplari in forma di iterazione scritta (“Non devo piùà arrivare in ritardo” scritto una trentina di volte, oppure paginate di “La professoressa X non è una cretina”, questa sì che è didattica all’avanguardia).

Il testo di italiano come lingua seconda, fresco di stampa (è questo), ha il vantaggio di essere adatto all’età degli studenti, quindi con una grafica accattivante, situazioni consone al vissuto dei ragazzi (io ho solo libri di italiano per adulti, così rischierei di incorrere nel pericolo opposto, dai pensierini delle elementari a dialoghi di adulti su temi come lavoro e trasloco) e avere registrazioni di dialoghi più impegnativi rispetto al resto delle attività, quindi rispecchiando le maggiori capacità di comprensione orale dei miei attuali allievi. Quindi da questo punto di vista mi viene a fagiuolo.

Mi è venuto in mente il raffronto Alto-Adige / ragazzi di origine italiana ripensando alla lezione di questo pomeriggio, quando ho spiegato cosa volesse dire “essere stufi” e uno degli allievi ha detto “stuff, ja, stuff”. Non era il momento di approfondire, stavo cercando di tenerli concentrati su un compito per ben più di tre minuti (e che fatica immane), ma mi è venuto in mente che – se ricordo bene – “stuff” lo usano i Südtiroler, tra quelle parole che hanno adottato e adattato dall’italiano. E infatti trovo sul Web un sito, una Datenbank zur deutschen Sprache in Österreich (qui), in cui compare la voce “stuff” (con tanto di refuso nell’italiano…)

AT – Tirol dialektal überdrüssig
AT – Tirol Südtirol “d. Nase voll haben” -> stuff sein
AT – Tirol Tirol “Schnauze voll”
AT – Vorarlberg dialektal nicht in Vorarlberg
AT – Wien anderes Wort für Belegschaft
IT – Suedtirol ich bin stuff = ich habe genug, ueberdruessig sein (aus dem ital.: sono stuffo)
IT – Suedtirol regional österr. stuff sein (= genug haben, müde u.a. sein)

Comunque, è la parola del giorno, sicuramente!

Ich bin stuff!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Caota!

Vorrei scrivere qualcosa di bello o profondo o spiritoso o chennnessò, ma guardandomi attorno in questa camera che non ho voglia di riordinare, perché è temporanea, perché non ci sono scaffali, perché l’armadio è comunque piccolo e una valigia per terra da due settimane fa le veci di una cassettiera, perché il secondo letto è coperto di libri, fotocopie, giochini didattici e qualunque cosa capiti, perché il mio letto vero è coperto di calzini che non riesco ad appaiare, perché mi viene in mente solo il termine di cui si compiacciono gli strani allievi di quest’anno: caota. Come ti definiresti? Caota.

Si fa per dire “caotico”.

Così come sono – a volte preoccupati dai “termìni“, che altro non è se non l’italianizzazione del tedesco “Termine“, appuntamenti. Quanti termìni hanno i giovani moderni, tanti e tanti che poi il corso di italiano non lo possono proprio fare, si lamentano quelle prugne marce dei genitori.

Malattie professionali ed eponimi

Conoscevo il gomito del tennista (che poi vedo chiamarsi “epicondilite”) e il ginocchio della lavandaia (“borsite prerotulea”), oggi sul Corriere si scriveva della “frattura dell’amante“.

Confesso di aver pensato a qualcosa di più lascivo.

Trattasi invece di

frattura del calcagno. Nei secoli scorsi, infatti, era un infortunio piuttosto comune fra gli amanti che, sorpresi dal ritorno a casa inaspettato del marito, non avevano altra via di fuga che il balzo fuori dalla finestra.

Incuriosita, mi sono accorta che il Corriere aveva già dedicato un articolo al tema “eponimi” due anni fa, spiegando innanzi tutto cosa sono gli eponimi:

gli eponimi, cioè il «mettere il nome sopra» (dal greco «epi») alle denominazioni scientifiche delle malattie. […] Gli eponimi rendono tutto più semplice e immediato, persino la percezione di ciò che serve per curare il problema in questione. Borsite prerotulea evoca chissà quali complicati trattamenti, ginocchio della suora, invece, magari fa prima venire in mente che, per cominciare, si potrebbe cominciare col mettere un cuscino sull’inginocchiatoio. Sia detto per inciso, per eponimo, si intende di solito il nome di una persona (Alzheimer, Parkinson eccetera) per definire una malattia, e non di una professione o d’altro, però per comodità espositiva usiamo il termine «eponimo» con entrambe le accezioni.

E poi attualizza gli eponimi facendo riferimento a nuovi mali:

Non a caso , accanto alla lombalgia del camionista, un ‘artrosi alla parte bassa della schiena particolarmente diffusa fra chi guida per lunghe ore i Tir (ma anche fra i motociclisti) si trova anche il celeberrimo gomito del tennista (epicondilite omerale) probabilmente il più celebre eponimo sportivo, ma non il solo. Anche se meno famosa, fa infatti la sua bella figura anche la spalla del nuotatore, e probabilmente è in attesa di apparizione qualche definizione adatta per le piccole «grane» di sport emergenti come lo snowboard (caviglia del surfista?) o il golf (schiena da swing?).

TECNO-EPONIMI – Quella che invece è già comparsa «alla grande» entrando dalla porta principale (una pubblicazione nientemeno che sul prestigiosissimo New England Journal of Medicine) è la Wiite, cioè una sofferenza della spalla cui può andare incontro chi fa un uso spropositato dell’ultima console per videogames Nintendo (la Wii appunto), che permette di interagire col televisore. L’ha segnalata un medico , sottolineando che la sua tendinite acuta isolata dell’infraspinato destro era una condizione compatibile, per esempio, con un’attività sportiva non appropriata a un individuo scarsamente allenato.

E si propone la “polsite da mouse” (al posto di sindrome del tunnel carpale), di cui ho sofferto pure io in un periodo di traduzioni senza sosta,  e si fa accenno a “Black berry, che ha sdoganato un «brandizzato» pollice da Blackberry, che affligge chi esagera con i messaggini”.