Schirmständer

L’unica parola imparata quest’estate.  Non è un magro bottino, per un mese in Kakania?

Pensavo or ora, cercando di mettere ordine in una vita parecchio disordinata e mangiando biscotti, che possono essere cotti al vapore quanto vuole Banderas e chi per lui, ma sicuramente non aiutano una linea altrettando disordinata.

Tra mille “maledetta la volta che…” e nella disperazione pre-e postviaggio, per eccesso di zavorra, sono riuscita davvero a portare la Nina in Kakania che dei suoi quasi cinque mesi di vita può già contare su un mese all’estero. D’altronde è molto probabile che all’estero sia stata concepita, quasi sicuramente in Kakania, per poi dover patire le prime avversità in una Budapest torrida e inospitale. Ma questa è un’altra storia. Per non smentirsi, l’estate l’ha tartassata anche quest’anno poverina, un caldo insopportabile pure in Kakania. Tappati in una casa anni ’70, ovviamente senza condizionatore, per fuggire l’afa.

Schirmständer è il portaombrellone, nella fattispecie quello di ferro che serve ai laghi kakanici, per infilare il bastone nel terreno erboso o per incastrarlo tra le assi delle Brücken. Brücke:  già qui sono di nuovo in dubbio, come si chiamano le strutture lignee dei laghi, moli no, come allora? Tipo questo, che è proprio quello di Klagenfurt:

Una delle tre Brücken della spiaggia di Klagenfurt

E l’ho imparato solo perché un tizio, al Faaker See, me l’ha insegnato, dopo che io avevo detto in tedesco il “coso che serve…”. Vivan le perifrasi.

E’ un mio cruccio da tempo, mi pare di non riuscire più a migliorare il mio tedesco. Tedesco raffermo, non fa proprio la muffa, è abbastanza stabile, ma non migliora. Dovrei fare un corso? Ma nemmeno per sogno. Dovrei mettermi a leggere con il dizionario e fare liste di parole, come ai tempi del liceo e dell’università? Ma chi ha tempo e possibilità. Eppure sarebbe interessante vedere se ci sono studi sugli sviluppi dell’apprendimento della lingua quando si arriva a livelli alti e – ahimè – non si vive nel paese in cui la lingua è parlata.

E poi devo studiare inglese, io, altroché, visti gli impegni che mi aspettano nei prossimi due intensi mesi.

La Nina ha iniziato – shhhh, forse dovrei tacere… – a tirar dritto di notte, che Morfeo sia lodato, e ora non ho più scuse per non terminare l’ennesimo corso di studi inutile, sempre in beneficenza all’università italiana.

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Stuff!

I miei allievi sono di un tipo mai avuto prima. Finora ho insegnanto italiano a stranieri in Italia (solo in un contesto turistico e comunque erano quasi tutti di lingua tedesca), italiano a studenti austriaci di un istituto tecnico in Austria, italiano ad austriaci in Austria in ambiente universitario e in ambiente dantealighieresco, italiano lingua seconda in Italia a una manager finlandese dell’EFSA, tedesco a italiani adulti in corsi privati e italiani adolescenti alle scuole medie pubbliche in Italia.

Ora insegno quel che nel didattichese più modaiolo viene indicato quale italiano “lingua etnica” o “lingua di origine”, ovvero italiano a discendenti di italiani, nati e cresciuti in Germania, per i quali la lingua normale è il tedesco.

Ovviamente non sono riuscita a trovare materiali didattici adatti, primariamente per le mille difficoltà logistiche (soprattutto per il fatto che prima comunque dovevo procurarmi un tetto). Ravanando in un armadione dimenticato in una delle scuole che offre l’aula, ho trovato alcuni libri di letture su cui campeggiava la scritta “Per corsi di italiano all’estero”, ma penso di non aver visto niente di così stantio e vecchio, se li presentassi ai ragazzi probabilmente scoppierebbe la rivolta. Altro che black bloc.

Allora mi sono arrangiata come potevo e durante le Herbstferien, le vacanze autunnali, in Italia ho comprato un libro di testo che è stato elaborato in Alto Adige e mi pare destinato proprio a questo pubblico, anche se secondo la casa editrice è per allievi stranieri tout court. Insomma, all’italiano lingua etnica in Germania si sopperisce con italiano lingua seconda in contesto altoatesino. La situazione lì è simile, da alcuni punti di vista, nella dualità tedesco-italiano, ma molto diversa da altri. Soprattutto la situazione di questi ragazzi copre una gamma di possibilità incredibilmente ampia. Alcuni parlano molto bene l’italiano e lo capiscono quasi a livello di un madrelingua normale, se in famiglia si parla italiano, anche se bisogna fare i conti con un vocabolario ridotto; altri capiscono molto ma parlano a malapena, e questo si dà se a casa si parla dialetto (e allora sarà più siculo o calabrese che italiano) o tedesco; se ormai il tedesco ha preso il sopravvento e anche i genitori, ambedue italiani o di origine italiana, parlano solo tedesco, è difficile anche la comprensione orale, tanto peggio se uno dei due genitori è di lingua tedesca o di altra origine. Praticamente tutti hanno problemi a scrivere, e qui sarebbe utile essere anche insegnante di italiano (043, per capirci tra noi insider delle graduatorie), per capire quanto le loro difficoltà ortografiche, morfologiche e sintattiche siano dissimili dai normali madrelingua italiani, perché se anche l’allievo italiano medio scrive così male, be’, potrei mettermi il cuoricino in pace.

La Mentecatta che mi ha preceduta (progetto di scriverne ampiamente più avanti) deve aver seguito una logica sopraffina: non sanno l’italiano o hanno un livello da bambini, uso i libri da bambini. C’è una maniera migliore di mortificare i ragazzi in quest’età ingrata, quando tutto il loro desiderio ruota attorno all’essere riconosciuti come “grandi”? I ragazzi mi hanno mostrato libercoli infantili e quaderni molto simili a quelli delle elementari, con pensierini ricorrenti a ogni festività, soprattutto religiosa (la Mentecatta si vanta d’essere estremamente pia), frasette insulse e sciocchezzuole assortite, per non parlare delle punizioni esemplari in forma di iterazione scritta (“Non devo piùà arrivare in ritardo” scritto una trentina di volte, oppure paginate di “La professoressa X non è una cretina”, questa sì che è didattica all’avanguardia).

Il testo di italiano come lingua seconda, fresco di stampa (è questo), ha il vantaggio di essere adatto all’età degli studenti, quindi con una grafica accattivante, situazioni consone al vissuto dei ragazzi (io ho solo libri di italiano per adulti, così rischierei di incorrere nel pericolo opposto, dai pensierini delle elementari a dialoghi di adulti su temi come lavoro e trasloco) e avere registrazioni di dialoghi più impegnativi rispetto al resto delle attività, quindi rispecchiando le maggiori capacità di comprensione orale dei miei attuali allievi. Quindi da questo punto di vista mi viene a fagiuolo.

Mi è venuto in mente il raffronto Alto-Adige / ragazzi di origine italiana ripensando alla lezione di questo pomeriggio, quando ho spiegato cosa volesse dire “essere stufi” e uno degli allievi ha detto “stuff, ja, stuff”. Non era il momento di approfondire, stavo cercando di tenerli concentrati su un compito per ben più di tre minuti (e che fatica immane), ma mi è venuto in mente che – se ricordo bene – “stuff” lo usano i Südtiroler, tra quelle parole che hanno adottato e adattato dall’italiano. E infatti trovo sul Web un sito, una Datenbank zur deutschen Sprache in Österreich (qui), in cui compare la voce “stuff” (con tanto di refuso nell’italiano…)

AT – Tirol dialektal überdrüssig
AT – Tirol Südtirol “d. Nase voll haben” -> stuff sein
AT – Tirol Tirol “Schnauze voll”
AT – Vorarlberg dialektal nicht in Vorarlberg
AT – Wien anderes Wort für Belegschaft
IT – Suedtirol ich bin stuff = ich habe genug, ueberdruessig sein (aus dem ital.: sono stuffo)
IT – Suedtirol regional österr. stuff sein (= genug haben, müde u.a. sein)

Comunque, è la parola del giorno, sicuramente!

Ich bin stuff!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Caota!

Vorrei scrivere qualcosa di bello o profondo o spiritoso o chennnessò, ma guardandomi attorno in questa camera che non ho voglia di riordinare, perché è temporanea, perché non ci sono scaffali, perché l’armadio è comunque piccolo e una valigia per terra da due settimane fa le veci di una cassettiera, perché il secondo letto è coperto di libri, fotocopie, giochini didattici e qualunque cosa capiti, perché il mio letto vero è coperto di calzini che non riesco ad appaiare, perché mi viene in mente solo il termine di cui si compiacciono gli strani allievi di quest’anno: caota. Come ti definiresti? Caota.

Si fa per dire “caotico”.

Così come sono – a volte preoccupati dai “termìni“, che altro non è se non l’italianizzazione del tedesco “Termine“, appuntamenti. Quanti termìni hanno i giovani moderni, tanti e tanti che poi il corso di italiano non lo possono proprio fare, si lamentano quelle prugne marce dei genitori.