Schirmständer

L’unica parola imparata quest’estate.  Non è un magro bottino, per un mese in Kakania?

Pensavo or ora, cercando di mettere ordine in una vita parecchio disordinata e mangiando biscotti, che possono essere cotti al vapore quanto vuole Banderas e chi per lui, ma sicuramente non aiutano una linea altrettando disordinata.

Tra mille “maledetta la volta che…” e nella disperazione pre-e postviaggio, per eccesso di zavorra, sono riuscita davvero a portare la Nina in Kakania che dei suoi quasi cinque mesi di vita può già contare su un mese all’estero. D’altronde è molto probabile che all’estero sia stata concepita, quasi sicuramente in Kakania, per poi dover patire le prime avversità in una Budapest torrida e inospitale. Ma questa è un’altra storia. Per non smentirsi, l’estate l’ha tartassata anche quest’anno poverina, un caldo insopportabile pure in Kakania. Tappati in una casa anni ’70, ovviamente senza condizionatore, per fuggire l’afa.

Schirmständer è il portaombrellone, nella fattispecie quello di ferro che serve ai laghi kakanici, per infilare il bastone nel terreno erboso o per incastrarlo tra le assi delle Brücken. Brücke:  già qui sono di nuovo in dubbio, come si chiamano le strutture lignee dei laghi, moli no, come allora? Tipo questo, che è proprio quello di Klagenfurt:

Una delle tre Brücken della spiaggia di Klagenfurt

E l’ho imparato solo perché un tizio, al Faaker See, me l’ha insegnato, dopo che io avevo detto in tedesco il “coso che serve…”. Vivan le perifrasi.

E’ un mio cruccio da tempo, mi pare di non riuscire più a migliorare il mio tedesco. Tedesco raffermo, non fa proprio la muffa, è abbastanza stabile, ma non migliora. Dovrei fare un corso? Ma nemmeno per sogno. Dovrei mettermi a leggere con il dizionario e fare liste di parole, come ai tempi del liceo e dell’università? Ma chi ha tempo e possibilità. Eppure sarebbe interessante vedere se ci sono studi sugli sviluppi dell’apprendimento della lingua quando si arriva a livelli alti e – ahimè – non si vive nel paese in cui la lingua è parlata.

E poi devo studiare inglese, io, altroché, visti gli impegni che mi aspettano nei prossimi due intensi mesi.

La Nina ha iniziato – shhhh, forse dovrei tacere… – a tirar dritto di notte, che Morfeo sia lodato, e ora non ho più scuse per non terminare l’ennesimo corso di studi inutile, sempre in beneficenza all’università italiana.

Un finesettimana kakaniko

Per trovarsi a metà strada tra Germania e Italia, dove si va? In Kakania, che sta lì, con il suo becco, a frapporsi tra i due paesi. In un paesetto vicino a Innsbruck, nella Foresta della Grazia (Gnadenwald). A rilassarsi in una pensione dove tutto è caruccio, lindo e grazioso, la camera enorme, il bagno ha il pavimento caldo, i piumini sono morbidi e c’è persino una pletora di regali ad aspettarmi, quando io invece, presa nel vortice della preoccupazioni, non ho pensato a niente.

In Kakania, mi sa, la gente sorride di più. Se poi lo fa per vezzo, per vecchia abitudine, per ipocrisia o per paresi facciale, non mi interessa poi molto.

 

Simmel e il callo sull’anima

Sarebbe contenta Seia, se lo sapesse (ma glielo sto dicendo ora, anche se non so quando, se le capiterà sotto l’occhio), che vo leggendo un bel librone di Johannes Mario Simmel, Liebe ist nur ein Wort, ovvero L’amore è solo una parola, del 1963, comprato per euro 2 in una libreriuccia vicino alla Schwabstrasse a Stoccarda.

L’ho preso perché speravo di trovare una storia coinvolgente che mi distraesse mentalmente dalle beghe onnipresenti del mio quotidiano sgradevole. Speravo anche di leggerlo nei miei eterni viaggi con la Deutsche Bahn, ma è troppo grosso e io già vo carca di pesi che nemmeno un asino mobbizzato dal padrone, ormai le braccia sono quelle di un gibbone. Finisco per leggerlo la sera, ma giusto un paio di paginette, molte di più quando mi strozza l’insonnia. Eppure si tratta di libri che non andrebbero forse centellinati, sarebbero forse libri da leggere quando c’è il tempo lungo delle ferie. (Ma tanto io non ne faccio praticamente mai, quindi mettiamoci sopra una pietra tombale e via.)

In effetti la sua pagina in tedesco su Wikipedia classifica Simmel come “Trivialautor, „Bestseller-Mechaniker“ oder Fließbandschreiber“, autore di letteratura triviale, meccanico del bestseller o scrittore da catena di montaggio. Ma vendeva! Ma piaceva! Anche se negli ultimi tempi, per mancanza acutissima di tempo ricreativo, non ho più seguito le vicissitudini della letteratura teutonica, direi che il problema generale delle belletristica attuale prodotta in lingua tedesca resta l’incapacità di narrare storie e la tendenza assassina, anzi, suicida, ad arzigogolarsi nello stile. Poi finisce che nessuna casa editrice italiana è disposta a comprare i diritti di traduzione (e le aspiranti traduttrici restano senza lavoro; oddio, per una che si lagna qui ce ne sono altre che non sanno come venir a capo degli incarichi, soprattutto le Grandi Sgomitatrici e le Venditrici della Propria Nonna).

Storia interessante è anche la vita di Simmel,  nato nella capitale della Kakania nel 1924, figlio di chimico ed egli stesso chimico. La sua biografia mi pare ingarbugliata, perché si dice che il padre riparò a Londra per scampare ai nazisti, ma poi si aggiunge che durante la seconda guerra mondiale Simmel lavorò per la Kapsch, che ha sede in Austria. Forse è paradigmatico della situazione dei tedeschi e degli austriaci in quel periodo, in cui tutti erano invischiati nel regime e non tutti gli ebrei finirono in KZ (ci hai mai pensato? Forse in ossequio all’idea che i tedeschi sono gründlich, vanno sempre a fondo, uno pensa che non gli fosse sfuggita nemmeno una briciola).

Questa storia, questo L’amore è solo una parola, che ovviamente ho scelto tra altri di Simmel attratta dal titolo, ha un inizio fantastico. Crea suspence, crea orrore incalzante, è cinematografico, è avvinghiante. Flashback, piedi che penzolano, e poi prendi a leggere la storia di quei piedi, è la storia di quello coi piedi penzolanti? Non si sa. A raccontare in prima persona è un giovanotto, figlio di oscuro e delinquenziale padre, giovanotto che a ventun anni ancora gira per collegi destinati a tristi figli di ricchi, che si innamora di bellissima e giovane moglie triste con bambina nata fuori dal presente matrimonio.

Sono solo a pagina 180 di 560, Simmel mi farà compagnia ancora per un bel po’. L’altra sera, leggendo, mi sono appuntata mentalmente una pagina: 116. Oggi mi è tornata in mente e sono andata a guardare.

“Sie müssen Hornhaut auf der Seele bekommen, Herr Herterich. Sonst machen die Jungen Sie fertig!”
“Hornhaut auf der Seele”, murmelt er traurig. “So etwas ist leicht gesagt”. Dann nickt er mir noch einmal zu und schlurft den Gang hinab zu seinem Zimmer. Ich glaube nicht, dass diesem Mann zu helfen ist.

“Deve farsi venire il callo sull’anima, signor Herterich [che è un educatore del collegio]. Altrimenti i ragazzini la faranno a pezzi!”
“Il callo sull’anima”, sussurra con tristezza. “Più facile a dirsi…” Poi fa un cenno con il capo e si allontana lungo il corridoio, strascicando i piedi verso la sua camera. Mi sa che per quest’uomo non c’è niente da fare.

Hornhaut! All’inizio ho pensato al mio gelido oculista che mi diceva che mi ero die Hornhaut verletzt, mi ero ferita la cornea. Oddio, non credevo di sapere la parola per “cornea”, ma ho fatto 2+2, e a volte confesso di essere piacevolmente sopresa da me stessa, dove le ho imparate queste parole?! (Ok, secoli di studio non sono passati del tutto invano). Ho tradotto: Si deve far venire la cornea sull’anima. La cornea? Per vederci meglio? Non capivo.

Ho controllato:

Horn·haut f (-,-häute)
1 (Schwiele) callo m, durone m
2 ANAT. (im Auge) cornea f
(c) 2002 Langenscheidt KG e Paravia Bruno Mondadori Editori SpA

E poi, da brava, nel monolingue:

Horn|haut,  die [2: wohl deshalb, weil die Hornhaut kurz nach dem Tode einem dünnen, hornartigen Plättchen gleicht]:
1. durch Druck od. Reibung verhärtete äußerste Schicht der Haut, die aus abgestorbenen Zellen besteht: sich die H. an den Füßen, an den Schwielen abschneiden; Ü die H., mit der sich die Brust in all den Jahren gepanzert hatte (Apitz, Wölfe 235).
2. uhrglasartig gewölbte, durchsichtige Vorderfläche des Augapfels.
© 2000 Dudenverlag

Bastava pensarci, cornea e Hornhaut, pelle di corno. Hornhaut indica la cornea dell’occhio secondo l’etimologia del Duden perché dopo la morte la cornea assomiglia a una placchetta sottile, come fatta di corno. L’etimo italiano dice: Ma per tornare al romanzo, è il giovinotto, io narrante, che consiglia all’educatore di farsi le spalle grosse, per evitare che gli allievi lo riducano male. Per non “farse magnar i risi in testa”, ricordi il piccoletto tre anni fa, nelle lande venete?

Qui ora invece mi devo far venire il callo per tutti, altrimenti i risi in testa me li magnano da tutte le parti, ragazzi, bambini, colleghi, dirigenti, segretarie, amministrativi, e ancora, dirigenti teutonici, segretarie teutoniche, colleghe teutoniche, un vero magna magna.

Stuff!

I miei allievi sono di un tipo mai avuto prima. Finora ho insegnanto italiano a stranieri in Italia (solo in un contesto turistico e comunque erano quasi tutti di lingua tedesca), italiano a studenti austriaci di un istituto tecnico in Austria, italiano ad austriaci in Austria in ambiente universitario e in ambiente dantealighieresco, italiano lingua seconda in Italia a una manager finlandese dell’EFSA, tedesco a italiani adulti in corsi privati e italiani adolescenti alle scuole medie pubbliche in Italia.

Ora insegno quel che nel didattichese più modaiolo viene indicato quale italiano “lingua etnica” o “lingua di origine”, ovvero italiano a discendenti di italiani, nati e cresciuti in Germania, per i quali la lingua normale è il tedesco.

Ovviamente non sono riuscita a trovare materiali didattici adatti, primariamente per le mille difficoltà logistiche (soprattutto per il fatto che prima comunque dovevo procurarmi un tetto). Ravanando in un armadione dimenticato in una delle scuole che offre l’aula, ho trovato alcuni libri di letture su cui campeggiava la scritta “Per corsi di italiano all’estero”, ma penso di non aver visto niente di così stantio e vecchio, se li presentassi ai ragazzi probabilmente scoppierebbe la rivolta. Altro che black bloc.

Allora mi sono arrangiata come potevo e durante le Herbstferien, le vacanze autunnali, in Italia ho comprato un libro di testo che è stato elaborato in Alto Adige e mi pare destinato proprio a questo pubblico, anche se secondo la casa editrice è per allievi stranieri tout court. Insomma, all’italiano lingua etnica in Germania si sopperisce con italiano lingua seconda in contesto altoatesino. La situazione lì è simile, da alcuni punti di vista, nella dualità tedesco-italiano, ma molto diversa da altri. Soprattutto la situazione di questi ragazzi copre una gamma di possibilità incredibilmente ampia. Alcuni parlano molto bene l’italiano e lo capiscono quasi a livello di un madrelingua normale, se in famiglia si parla italiano, anche se bisogna fare i conti con un vocabolario ridotto; altri capiscono molto ma parlano a malapena, e questo si dà se a casa si parla dialetto (e allora sarà più siculo o calabrese che italiano) o tedesco; se ormai il tedesco ha preso il sopravvento e anche i genitori, ambedue italiani o di origine italiana, parlano solo tedesco, è difficile anche la comprensione orale, tanto peggio se uno dei due genitori è di lingua tedesca o di altra origine. Praticamente tutti hanno problemi a scrivere, e qui sarebbe utile essere anche insegnante di italiano (043, per capirci tra noi insider delle graduatorie), per capire quanto le loro difficoltà ortografiche, morfologiche e sintattiche siano dissimili dai normali madrelingua italiani, perché se anche l’allievo italiano medio scrive così male, be’, potrei mettermi il cuoricino in pace.

La Mentecatta che mi ha preceduta (progetto di scriverne ampiamente più avanti) deve aver seguito una logica sopraffina: non sanno l’italiano o hanno un livello da bambini, uso i libri da bambini. C’è una maniera migliore di mortificare i ragazzi in quest’età ingrata, quando tutto il loro desiderio ruota attorno all’essere riconosciuti come “grandi”? I ragazzi mi hanno mostrato libercoli infantili e quaderni molto simili a quelli delle elementari, con pensierini ricorrenti a ogni festività, soprattutto religiosa (la Mentecatta si vanta d’essere estremamente pia), frasette insulse e sciocchezzuole assortite, per non parlare delle punizioni esemplari in forma di iterazione scritta (“Non devo piùà arrivare in ritardo” scritto una trentina di volte, oppure paginate di “La professoressa X non è una cretina”, questa sì che è didattica all’avanguardia).

Il testo di italiano come lingua seconda, fresco di stampa (è questo), ha il vantaggio di essere adatto all’età degli studenti, quindi con una grafica accattivante, situazioni consone al vissuto dei ragazzi (io ho solo libri di italiano per adulti, così rischierei di incorrere nel pericolo opposto, dai pensierini delle elementari a dialoghi di adulti su temi come lavoro e trasloco) e avere registrazioni di dialoghi più impegnativi rispetto al resto delle attività, quindi rispecchiando le maggiori capacità di comprensione orale dei miei attuali allievi. Quindi da questo punto di vista mi viene a fagiuolo.

Mi è venuto in mente il raffronto Alto-Adige / ragazzi di origine italiana ripensando alla lezione di questo pomeriggio, quando ho spiegato cosa volesse dire “essere stufi” e uno degli allievi ha detto “stuff, ja, stuff”. Non era il momento di approfondire, stavo cercando di tenerli concentrati su un compito per ben più di tre minuti (e che fatica immane), ma mi è venuto in mente che – se ricordo bene – “stuff” lo usano i Südtiroler, tra quelle parole che hanno adottato e adattato dall’italiano. E infatti trovo sul Web un sito, una Datenbank zur deutschen Sprache in Österreich (qui), in cui compare la voce “stuff” (con tanto di refuso nell’italiano…)

AT – Tirol dialektal überdrüssig
AT – Tirol Südtirol “d. Nase voll haben” -> stuff sein
AT – Tirol Tirol “Schnauze voll”
AT – Vorarlberg dialektal nicht in Vorarlberg
AT – Wien anderes Wort für Belegschaft
IT – Suedtirol ich bin stuff = ich habe genug, ueberdruessig sein (aus dem ital.: sono stuffo)
IT – Suedtirol regional österr. stuff sein (= genug haben, müde u.a. sein)

Comunque, è la parola del giorno, sicuramente!

Ich bin stuff!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Grazie, dialogo a zig-zag

Giovedì. Dato che formalmente uso un libro “facile” e che sulla carta le mie studentesse sanno tutto, e in effetti la maggior parte di loro avrà fatto gli stessi argomenti solo quelle 5-6000 volte, già martedì le avevo invitate a studiarsi gli argomenti delle dieci lezioni proposte dal libro di testo e scegliere quali temi suscitavano maggiormente il loro interesse. Personalmente avevo pensato di tornare per l’ennesima volta sulla differenza tra passato prossimo e imperfetto, un aspetto grammaticale che i madrelingua tedeschi non riescono a padroneggiare alla perfezione nemmeno a livelli molto alti di competenza, e di trattare il futuro, come richiesto da Neolatina.  Poi ho fatto un piccolo sondaggio e il futuro risultava in quasi tutte le preferenze espresse, insieme alla cucina. Il passato non se l’è filato nessuno e così l’ho lasciato da parte nel programma.

Ripensandoci, è una liberazione non dover tornare di nuovo sul passato ed è più stimolante preparare temi che non ho incontrato così spesso. Per le altre opzioni espresse, sarà difficile proprio riuscire a fare granché, in due settimane fare quattro lezioni è già un’impresa. Soprattutto è molto meglio tenersi larghi con il programma sul libro – che in fondo è una copertina di Linus – e non dimenticare tutte quelle attività di contorno, soprattutto quelle comunicative, di cui gli studenti sono affamati e che fanno la differenza rispetto a “scuola”.

Queste attività vogliono il loro tempo. Tra l’altro ne richiedono molto anche a livello di preparazione ed è forse per questo che a volte un(‘)insegnante potrebbe non essere così pronto nell’offrirne. Ci vuole tempo per trovare le attività giuste, che abbiano un senso con quanto viene trattato a livello di funzioni comunicative, lessico e/o grammatica, per preparare spesso fotocopie, cartoncini e altro materiale. Gli anni scorsi mi sono prodigata di più e bisogna dire che il ritorno in termini di soddisfazione da parte dei corsisti è appagante.

Oggi abbiamo parlato dei media, dei giornali (associogramma!), di come ci si informa, con discussione plenaria, lettura di testi e lavori a coppie (oggi è arrivata la dolcissima Dermatologa, ora siamo in numero pari, sei), oltre a trattare gli avverbi, la differenza tra aggettivi e avverbi e il comparativo di maggioranza e minoranza, nella fattispecie la fastidiosissima alternanza “di”/”che”. Molto meglio il tedesco che ha solo “als” e morta là. D’altra parte sono stata estremamente completa nel trattare la differenza e forse le ho un po’ soverchiate.

Ma ciò che mi ha salvato la giornata e di sicuro mi ha fatto acquisire i “punti” di cui avevo bisogno è stato lo Zickzackdialog alla fine della lezione: me lo insegno la Nardarancia e in effetti è una tecnica efficacissima:

Ein Zickzack-Dialog ist eine Übungsform zur mündlichen Interaktion im Fremdsprachenunterricht. Er eignet sich zum Einüben von Diskursroutinen, besonders solchen zur Verständnissicherung. Diese Übungsform regt auch sonst weniger aktive Schüler durch sanften Gruppendruck zur mündlichen Interaktion an.

  • Die Klasse erhält als Aufgabe eine Dialogsituation zwischen zwei Personen. (Z. B. “Du bist umgezogen und stellst dich bei deinem Nachbarn vor.”) Es ist sicherzustellen, dass die Situation von allen Teilnehmern verstanden wird.
  • Die Klasse wird in zwei gleichgroße Gruppen (A und B) aufgeteilt. Die Gruppenmitglieder sitzen oder stehen sich in zwei Reihen gegenüber.
  • Jede Gruppe übernimmt nun eine Rolle des Dialogs. (Im Beispiel: Gruppe A ist “du” und Gruppe B “dein Nachbar”)
  • Der erste Schüler in Gruppe A (A1) beginnt den Dialog, der erste Schüler in Gruppe B (B1) reagiert auf die Äußerung von A1. Auf seine Äußerung reagiert wiederum A2, darauf B2 usw. Auf die Reaktion des letzten Schülers in Gruppe B reagiert wieder der erste in Gruppe A.
  • Die Lehrkraft achtet weniger auf die Korrektur sprachlicher Fehler als darauf, dass die Schüler nicht aus der Rolle fallen. (Quelle: wiki.zum.de)

Invece ovviamente la Sperduta 1, lei e la sua grossa bocca storta dipinta di fucsia, non faceva che scivolare via dal suo ruolo, perché, per dare più pepe al dialogo incrociato, avevo detto alle fautrici del Web di propugnare la causa del giornale cartaceo e il contrario, e lei, residuo bellico, è più che affezionata al suo giornaletto locale. Il risultato è stato parecchio divertente e le ragazze sono uscite contente. Nardarancia, tu non lo saprai mai, ma grazie.

Domani mi aspetta il futuro. Grammaticalmente parlando, eh.

Oggi il Kollega Siculo-Carinziano ha salutato dicendo: “Ci si vede domani. No?” (come “No?”, brutto menagramo, ho pensato io) “E se non ci si vede, si accende la luce.” Ha uno spirito tutto suo, questo.

Tra pasticci e prove

Mi soccorre una nuova aula, luminosa, ampia e con tavoli mobili, per cui è possibile sistemarli a isola. In compenso non riesco a collegare il pc alle casse e non funziona il lettore CD, sopperito almeno questo dal lettore DVD. E’ brutto quando ti trovi a trafficare con le tecnologia, i partecipanti si annotano tutto e questo viene percepito come sciatteria. Forse lo è. Sarei dovuta arrivare non cinque minuti prima ma trenta minuti prima, sapendo di avere una nuova aula. Figuriamoci, me ne ero dimenticata.

Mentre ancora traffico con cassetti e cavi do loro il mezzo A4 da riempire con il Diario di classe (ho spiegato perché e per come, ma temo di non essere stata molto convincente…boh. Sperduta 1 mi guarda sempre strizzando gli occhi e inclinando il capo, è sorda, è mezza cieca, che c’è?!?!? Le altre sono o sfingi, come Mistero e Neolatina, o sembrano sempre leggermente imbarazzate, come Albergo).

Domande da parte del pubblico pagante mi costringono a fare uno schema riassuntivo dei pronomi personali al complemento di termine (qui parlo di oggetto indiretto, secondo le diciture dei libri, magari una volta o l’altra te la chiarisci questa cosa, eh? Note to myself). Pensavo di aver bisogno di dare una sbirciatina ai miei materiali collaudati anno dopo anno, invece mi sono (felicemente) accorta di averceli ormai in testa perfetto per quanto riguarda la morfologia, magari sarebbe bene avere la medesima meccanica sicurezza anche per sintassi ed eccezioni (loro).

Quindi continuiamo con gli esercizi fino alla pausa. Ripasso che rende contenta per esempio Neolatina che chiede un argomentino di grammatica al giorno. E questo a dispetto del fatto che tutte siano state d’accordo nella condanna della grammatica. Porella grammatica. Ogni tanto infilo qualche panegirico per il lessico e introduco gli associogrammi, vediamo se anche in questo corso non ci bada nemmeno il cane della serva.

Durante la pausa, coup de theatre. Una Anzianotta del gruppo 1 vuole venire da me. Già si sollazza in compagnia delle altre Anzianotte durante la pausa caffè, come ogni anzianotta degna di questo nome vuole fare i gruppi a suo piacimento (e per di più è ex insegnante o forse ancora in attività e quindi sa lei come vanno queste cose, eh, figurati). D’altronde nell’altro corso si sono accumulate svariate personalità eccentriche, due studenti superiori probabilmente loquaci come grizzly, una studentella tanto dolce quanto sperduta (la variante giovanile delle mie Sperdute), una buzzurra mandata dall’ente che eroga i contributi per la disoccupazione, motivata quanto un bradipo, e la nostra Diversamente Creativa, povera cara. Anzianotta prova a venire nel gruppo Anzianotte e si trova – inspiegabilmente, parliamo come automi sull’orlo della fine delle batterie – travolta dal troppo italiano e dopo dieci minuti, quasi in lacrime, se ne vorrebbe andare. La rassicuro e la convinco a restare fino alle 12.30 (tanto non resisti comunque ma almeno non farmi queste scenate melodrammatiche, bitte sehr).

Mistero ha preparato i vocaboli per oggi. Strano come negli anni scorsi quasi tutti abbiano colto al volo come preparare il lessico e quest’anno continui a trovare persone che interpretano l’attività in modo strano. Ma insomma, Mistero se la cava abbastanza bene, anche se è fluente come una che sia appena uscita dal dentista e abbia subito un trapianto di gran parte dei denti.

Le attività di ascolto sulle parole preferite dagli italiani procedono abbastanza bene (io sbircio spaventata le Sperdute, mi sembrano reagire bene). Belle le scelte delle corsiste sulla parola italiana che preferiscono, compito che ho rinnovato per domani in forma scritta (vorrei farne un poster, almeno uno). Interessante anche la scelta della parola tedesca più amata (ho mostrato loro il risultato del concorso Scegli la parola tedesca più bella del 2004, Habseligkeiten)

Anche di questo seguirà comunque compito scritto (sperolo, almeno).

Finiamo con ipotesi su dove si parla italiano e lettura (in verità un po’ troppo veloce!) del testo in cui si narra e conta dei luoghi dove si parla italiano. Fa un po’ pena la cosa, tra il dover citare il Vaticano e San Marino, ricordare vergogne tipo la Somalia e calcare la mano sulla nostra emigrazione un po’ in tutto il mondo. Io testi del genere li eviterei alla grande in un testo di italiano. Bah.

Alla fine Anzianotta disperata getta la spugna. Io non la trattengo.

Si parte davvero

Il secondo giorno è il giorno in cui bisogna presentare le scelte fatte in base al test, all’ascolto dell’interazione orale (e a mille altri fattori che non si dicono ai corsisti e che non entreranno in nessuna pubblicazione scientifica).

Leggo invece sulle pubblicazioni scientifiche che il discente adulto va reso partecipe delle scelte del docente e così provo a fare. Spiego il perché di un volume A2 se il corso è formalmente B1, spiego come intendo dirigere il corso, introduco le tecniche cui sono affezionata (la scatola dei vocaboli, sempre sia lodata la Assirelli), esplico la struttura del libro (che però è abbastanza ignoto anche a me, ma l’esperienza qualcosa dà e mi sono premurata di dare una lunga occhiata e di appuntarmi le sezioni principali con vari post-it).

L’aula non aiuta molto a vivacizzare la situazione, siamo in un Hörsaal, un’aula per professori concionatori, banchi da università, e le cinque partecipanti che mi restano dopo la suddivisione si assiepano, tre e due, e per di più lontane da me. A volte hanno paura anche a quest’età.

Cominciamo con una lezione che a me personalmente piace molto, da innamorata della lingua: l’italiano, perché studi l’italiano, le parole più belle in italiano. Iniziamo con un sondaggino sulle attività preferite in classe da cui risulta che tutte vogliono parlare, parlare, parlare. Ho stampato un questionario trovato sul sito del libro (che è Chiaro della Hueber, ci tornerò su), le partecipanti dovrebbero intervistarsi su motivi, interessi, difficoltà e facilità della lingua italiana, ma le cose vanno a rilento e le 10.30, ovvero la pausa, arrivano troppo presto. Per dare una forma “rotonda” all’attività, mi accontento che tutte abbiano almeno un’intervista sul foglio e rimando a dopo il break la sessione plenaria.

Alla lavagna mi appunto cosa viene ritenuto facile e difficile, come sempre la grammatica viene ritenuta spinosa, mentre sul lato “facile” c’è la pronuncia. A questi livelli in effetti gli errori di produzione di suoni sono limitati, è un sollievo non dover sentire dire “ciacierare”.

C’è da annotare un certo grado di soporiferume. La donna-albergo (d’ora in poi Albergo) sbadiglia. Le due anzianotte (d’ora in poi Sperduta 1 e Sperduta 2) sono incantevolmente perse, una coppia di sperdute amanti dell’italiano. La donna-mistero (d’ora in poi Mistero) e la donna-volevo-studiare-spagnolo-ma-il-corso-non-è-partito (d’ora in poi Neolatina) sono calme fino a livello valium. Anche le attività di lettura individuale e discussione dei contenuti procedono nella quiete quasi mortale. Ovviamente in questi casi mi sento in colpa come una ladra: chi ha rubato l’allegria da questa stanza?!

Quando arrivano le 12.30 e io assegno due paginette di compiti, chiarendo che non sono obbligatori, tiro un sospiro di sollievo.

C’è da lavorare per riportare vita in questo obitorio.