Gace e altre delizie

Stanotte la Nina si è svegliata e ha cominciato a invocare “nonna”. La sentivo dal mio letto, nel dormiveglia, e pensavo: ‘Che strano, non chiama mamma né papà’ . Immagino che sia il peso rilevante che stanno assumendo le nonne nella sua mente. Dopo aver fatto un povero tentativo di “inserimento al nido” in ottobre, ho disinserito mia figlia e per ora ricorro, con giudizio e ritegno, alle nonne per i giorni in cui lavoro. Mia madre è estasiata al sentirsi appellata in questo modo. Forse la Nina sta anche cercando di distinguere tra le due nonne – giustamente le articola già anche al plurale, per una sorta di inconsapevole prudenza – e mia madre è stata battezzata “nonna nana”, che immagino sia una deformazione di Ivana.

Caccapupu

Ho la sensazione che il linguaggio della Nina stia per esplodere. Ora che “acqua” viene pronunziato con un’ottima articolazione. “Latte” invece è ancora più “ate”, ma siamo sulla buona strada. “Qua” è il deittico imperante, non usato tuttavia solo per i luoghi prossimi bensì anche per “là”, e significa, volta per volta, ‘Portami in quel posto’, ‘Voglio rimanere in questa stanza’, ‘Mettimi sulla sedia della scrivania e fammi girare’ ecc. Di solito viene emesso con toni di vibrante pathos. Chiama perfettamente col suo nome la bambolaccia di pezza che porto in giro, per via della sua lavabilità rapida, e che ho battezzato Anna, da Anna dei capelli rossi. Fanno parte di un repertorio ormai collaudato il meraviglioso “gace”, perché da almeno un paio di mesi la Nina ringrazia a destra e a manca e usa “gace” anche per chiedere qualcosa o quando ci porge un oggetto. E poi “ciao” (con la variante “tao”), “pappa”, “nanna”, “pipì” e “cacca”, queste ultime due già scatenano l’ilarità, probabilmente perché le associamo sempre noi a risatelle ed esclamazioni di stupore, repulsione teatrale e divertimento. Ovviamente col padre mi bisticcio anche sulla cacca: io sono per la solidità dell’occlusiva velare sorda /k/, lui è per “pupù” che non appartiene al mio lessico familiare. A volte ricorro al titolo di un libro per bambini e faccio una bella parola composta, caccapupù. A me però sembrano predominare le occorrenze di “cacca”. A livello di competenza passiva, la parola “sederino” si è aggiunta a “braccia”, “gambe”, “collo”, “mento”, “guancia” (che ogni tanto però viene comprensibilmente confusa con “pancia”), “fronte”. “Sederino” nella collocazione “aria dal sederino”, anche questo, ovvio, fonte di grandi risate da ambo le parti. (Io faccio ancora la puritana, per quanto sia possibile, e contrasto la parola “culetto”, per non parlare dei termini più bassi che designano l’emissione di gas intestinali)

Quel che stavo aspettando è che la Nina dicesse il proprio nome. Nome che, per inciso, non è Nina, è un trisillabo con tanto di affricata alveolare sorda (una “z”, insomma) che forse un po’ complicato per una bambina. Da qualche tempo – non succede spesso, ma d’altronde, chi è chiama se stesso per nome? – capita che lei effettivamente lo dica. Se si vede allo specchio o in una foto e le si chiede: ‘Chi è quella?’, dice una cosa molto simile al suo nome, senza affricata ma con occlusiva dentale al suo posto (una “t”, insomma).

L’occlusiva dentale mi porta a un’altra considerazione. Data la sua fondamentale importanza, il ciuccio rientra tra i vocaboli di competenza attiva. La cosa buffa è che lo pronuncia quasi più come se fosse una anglofona che dice “tutto”, dunque con una occlusiva alveolare ( [t̪] ) e quando mi imita e ripete quel che dico, per esempio, “Ecco, ti sei sporcata tutta”, usa parimenti questa “t” da inglese.

HungryCaterpillarNo, non le leggo in inglese. Ho un unico libro in inglese, The Very Hungry Caterpillar, di Eric Carle (comprato a Berlino in questo tempio della cultura), un grande classico di grande bellezza, ma quel paio di volte che ho cercato di leggerglielo in inglese, mi è parsa irritata. Possibile? Medito di aggiungere a mano la traduzione in italiano e rimandare a più avanti gli altri tentativi in lingua. Mentre possiede alcuni libri in tedesco, regalo di un’amica austriaca, che sembrano piacerle molto e che sfoglia spesso con grande attenzione. Se cerco di leggerglieli, ascolta, ma – come con quelli italiani – è troppo impaziente di girare le pagine e non riesco a fare letture con capo e coda.

Ma il discorso sulle lingue è troppo lungo.

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Simmel e il callo sull’anima

Sarebbe contenta Seia, se lo sapesse (ma glielo sto dicendo ora, anche se non so quando, se le capiterà sotto l’occhio), che vo leggendo un bel librone di Johannes Mario Simmel, Liebe ist nur ein Wort, ovvero L’amore è solo una parola, del 1963, comprato per euro 2 in una libreriuccia vicino alla Schwabstrasse a Stoccarda.

L’ho preso perché speravo di trovare una storia coinvolgente che mi distraesse mentalmente dalle beghe onnipresenti del mio quotidiano sgradevole. Speravo anche di leggerlo nei miei eterni viaggi con la Deutsche Bahn, ma è troppo grosso e io già vo carca di pesi che nemmeno un asino mobbizzato dal padrone, ormai le braccia sono quelle di un gibbone. Finisco per leggerlo la sera, ma giusto un paio di paginette, molte di più quando mi strozza l’insonnia. Eppure si tratta di libri che non andrebbero forse centellinati, sarebbero forse libri da leggere quando c’è il tempo lungo delle ferie. (Ma tanto io non ne faccio praticamente mai, quindi mettiamoci sopra una pietra tombale e via.)

In effetti la sua pagina in tedesco su Wikipedia classifica Simmel come “Trivialautor, „Bestseller-Mechaniker“ oder Fließbandschreiber“, autore di letteratura triviale, meccanico del bestseller o scrittore da catena di montaggio. Ma vendeva! Ma piaceva! Anche se negli ultimi tempi, per mancanza acutissima di tempo ricreativo, non ho più seguito le vicissitudini della letteratura teutonica, direi che il problema generale delle belletristica attuale prodotta in lingua tedesca resta l’incapacità di narrare storie e la tendenza assassina, anzi, suicida, ad arzigogolarsi nello stile. Poi finisce che nessuna casa editrice italiana è disposta a comprare i diritti di traduzione (e le aspiranti traduttrici restano senza lavoro; oddio, per una che si lagna qui ce ne sono altre che non sanno come venir a capo degli incarichi, soprattutto le Grandi Sgomitatrici e le Venditrici della Propria Nonna).

Storia interessante è anche la vita di Simmel,  nato nella capitale della Kakania nel 1924, figlio di chimico ed egli stesso chimico. La sua biografia mi pare ingarbugliata, perché si dice che il padre riparò a Londra per scampare ai nazisti, ma poi si aggiunge che durante la seconda guerra mondiale Simmel lavorò per la Kapsch, che ha sede in Austria. Forse è paradigmatico della situazione dei tedeschi e degli austriaci in quel periodo, in cui tutti erano invischiati nel regime e non tutti gli ebrei finirono in KZ (ci hai mai pensato? Forse in ossequio all’idea che i tedeschi sono gründlich, vanno sempre a fondo, uno pensa che non gli fosse sfuggita nemmeno una briciola).

Questa storia, questo L’amore è solo una parola, che ovviamente ho scelto tra altri di Simmel attratta dal titolo, ha un inizio fantastico. Crea suspence, crea orrore incalzante, è cinematografico, è avvinghiante. Flashback, piedi che penzolano, e poi prendi a leggere la storia di quei piedi, è la storia di quello coi piedi penzolanti? Non si sa. A raccontare in prima persona è un giovanotto, figlio di oscuro e delinquenziale padre, giovanotto che a ventun anni ancora gira per collegi destinati a tristi figli di ricchi, che si innamora di bellissima e giovane moglie triste con bambina nata fuori dal presente matrimonio.

Sono solo a pagina 180 di 560, Simmel mi farà compagnia ancora per un bel po’. L’altra sera, leggendo, mi sono appuntata mentalmente una pagina: 116. Oggi mi è tornata in mente e sono andata a guardare.

“Sie müssen Hornhaut auf der Seele bekommen, Herr Herterich. Sonst machen die Jungen Sie fertig!”
“Hornhaut auf der Seele”, murmelt er traurig. “So etwas ist leicht gesagt”. Dann nickt er mir noch einmal zu und schlurft den Gang hinab zu seinem Zimmer. Ich glaube nicht, dass diesem Mann zu helfen ist.

“Deve farsi venire il callo sull’anima, signor Herterich [che è un educatore del collegio]. Altrimenti i ragazzini la faranno a pezzi!”
“Il callo sull’anima”, sussurra con tristezza. “Più facile a dirsi…” Poi fa un cenno con il capo e si allontana lungo il corridoio, strascicando i piedi verso la sua camera. Mi sa che per quest’uomo non c’è niente da fare.

Hornhaut! All’inizio ho pensato al mio gelido oculista che mi diceva che mi ero die Hornhaut verletzt, mi ero ferita la cornea. Oddio, non credevo di sapere la parola per “cornea”, ma ho fatto 2+2, e a volte confesso di essere piacevolmente sopresa da me stessa, dove le ho imparate queste parole?! (Ok, secoli di studio non sono passati del tutto invano). Ho tradotto: Si deve far venire la cornea sull’anima. La cornea? Per vederci meglio? Non capivo.

Ho controllato:

Horn·haut f (-,-häute)
1 (Schwiele) callo m, durone m
2 ANAT. (im Auge) cornea f
(c) 2002 Langenscheidt KG e Paravia Bruno Mondadori Editori SpA

E poi, da brava, nel monolingue:

Horn|haut,  die [2: wohl deshalb, weil die Hornhaut kurz nach dem Tode einem dünnen, hornartigen Plättchen gleicht]:
1. durch Druck od. Reibung verhärtete äußerste Schicht der Haut, die aus abgestorbenen Zellen besteht: sich die H. an den Füßen, an den Schwielen abschneiden; Ü die H., mit der sich die Brust in all den Jahren gepanzert hatte (Apitz, Wölfe 235).
2. uhrglasartig gewölbte, durchsichtige Vorderfläche des Augapfels.
© 2000 Dudenverlag

Bastava pensarci, cornea e Hornhaut, pelle di corno. Hornhaut indica la cornea dell’occhio secondo l’etimologia del Duden perché dopo la morte la cornea assomiglia a una placchetta sottile, come fatta di corno. L’etimo italiano dice: Ma per tornare al romanzo, è il giovinotto, io narrante, che consiglia all’educatore di farsi le spalle grosse, per evitare che gli allievi lo riducano male. Per non “farse magnar i risi in testa”, ricordi il piccoletto tre anni fa, nelle lande venete?

Qui ora invece mi devo far venire il callo per tutti, altrimenti i risi in testa me li magnano da tutte le parti, ragazzi, bambini, colleghi, dirigenti, segretarie, amministrativi, e ancora, dirigenti teutonici, segretarie teutoniche, colleghe teutoniche, un vero magna magna.

Cancre

Il libro di Pennac l’ho comprato esattamente un anno fa, quando abitavo nella Maria-Luigianesca cittade. Leggendo la recensione della traduzione in tedesco  mi ha fatto venire una gran voglia di piluccarmelo di nuovo.

Tra le perle di saggezza questa – credo che fondamentalmente valga per qualunque professione (forse addirittura per televisine e sculettatrici di professione), ma soprattutto dopo le lezioni di questi giorni come dargli torto quando scrive:

Nur ein ausgeschlafener Lehrer ist ein guter Lehrer

Solo un insegnante che ha riposato a sufficienza è un buon insegnante.

Il protagonista di Diario di scuola è il “somaro” che traduce cancre. In tedesco è rimasta la parola francese; ecco perché:

Pennac spricht im übrigen nur selten vom schlechten Schüler. Häufiger ist statt dessen vom Cancre die Rede. Der Autor hält es für gut, diesen Begriff im Deutschen beibehalten zu haben, wie er in einer Vorbemerkung zum Buch in ethymologischer Ausführlichkeit festhält, die für das anthropologische Verständnis seines Buchs höchst aufschlussreich ist. Dort steht über den Cancre zu lesen: Dieses seit dem 14. Jahrhundert im Französischen belegte Wort bedeutete zunächst nur „Krebs“, „Krabbe“. Dass es seit dem 17. Jahrhundert auch den Schüler bezeichnet, der die Schule nicht schafft, ist überaus beredt, denn der Cancre ist ein Kind, das aus verschiedenerlei Gründen die Schule nicht geradlinig durchläuft, sondern – wie der Krebs – sich immer wieder seitwärts bewegt und äußerst langsam vorankommt. Dabei ist der Cancre nicht einfach ein schlechter Schüler, wie die zweisprachigen Wörterbücher es verzeichnen, sondern ein Kind, das vom Cancre-Sein befallen ist wie von einer Krankheit – was noch einmal auf die Etymologie des Wortes verweist, geht cancre doch zurück auf das lateinische cancer „Krebs“ im Sinne von „bösartige Geschwulst“.

Una bella recensione che punta sull’andare a passo di gambero come modus vivendi, anzi, come l’esistenza vera e propria: procedere lenti e zigzaganti verso l’incomprensibile.

Cancre-Sein ist Dasein schlechthin: ein langsames Vorankommen im Unbegreiflichen, vorzugsweise seitwärts statt geradlinig. Für den Menschen als konstitutionellen Nichtbegreifer gilt es, „den Cancre als den Normalfall“ (Cannac) zu begreifen.

E proprio bella è anche la copertina.

Non è sempre vacanza

Una sorta di dizionario concreto bilingue: Krankenhaus-Ospedale. Aufnahme – Accettazione. L’accento dell’operatrice che parla italiano è molto tedesco. Ne arrivano parecchi in tenute da sci, in Moonboot che ancora vanno dopo vent’anni (mancavo da molto al settore moda montagna), in tutine ipertecniche e berrettini di pile. Un paio sopraggiungono su due ruote, con ancora gli scarponi ai piedi, prelevati freschi dalle piste. Per esempio una ragazza con la gamba rigida e fasciata e l’espressione di chi ha già superato il dolore, la paura, lo sconforto, e ormai si trova un’agritudine da vacanza rovinata. Rovinata anche al giovane che spinge la carrozzella (compagno o fidanzato o marito che sia) e tenta di metterci un po’ di buon umore, muovendo la carrozzella con estro goliardico, un po’ da ospedale pazzo. La donna si spaventa, “Sta’ attento!”, sorride un po’ distentendo la faccia terrea, chissà come si sente in colpa e chissà lui come cerca di superare la delusione con la sua amorevole buffoneria.

Per il resto è una catena ordinata nel lindo Krankenhaus: accettazione, numerino duplice, consegna all’infermiera di uno dei due numerini (dovrebbero chiamare per numero per la noiosa e ipocrita questione della privacy, ma poi le vecchiette non reagiscono, e allora si sentono rieccheggiare nei corridoio nomi e cognomi, alla faccia), attesa, chiamata numero uno, visita rapida e routinaria, attesa, radiografia, attesa, visita numero due, diagnosi rapida mentre il dottore si guarda le sagome chiare delle ossa, bendaggio, accettazione, diagnosi stampata nitida e precisa sul foglietto bilingue – distorsione, stiramento, sospetta lesione del menisco – , conto, pagamento, auf Wiederschau’n.

Insomma, l’ennesima vittima della settimana bianca alto-atesina, eccomi qui. Dopo l’inizio gelido e innevato sulle piste, la mia visita al pronto soccorso di un’amena località bilingue ha dato una svolta rilassante alla vacanza: piscine, sauna, grandi dormite, lunghe letture, succulente mangiate di leccornie pusteresi. Siamo tornati rosei, paffuti e beati come bimbi, carichi di Käseknödel, Speck, HonigHandschüttelbrot, Toblacher Stangenkäse und so weiter.

A proposito di prelibatezze: devo dar ragione a Seia che fortissimamente voleva leggere Non è sempre caviale di Johannes Mario Simmel (orig. Es muss nicht immer Kaviar sein. Die tolldreisten Abenteuer und auserlesenen Koch-Rezepte des Geheimagenten wider Willen Thomas Lieven, Zürich, 1960,  trad. di Amina Pandolfi). Me lo son gustato negli ultimi due giorni, mi mancano circa le ultime cento delle 622 pagine di questo vecchio mattoncino Garzanti del 1967 – carta brutta e da nessuna parte si legge il nome per esteso dell’autore, soltanto le iniziali dei due nomi, perché mai? Politica editoriale? Vezzo dell’autore? Si tratta delle rocambolesche e godibilissime avventure di un affascinante tedesco poliglotta, giovane banchiere a Londra prima della seconda guerra mondiale, che suo malgrado inizia una strepitosa carriera come doppio, triplo, quadruplo agente segreto, sempre attorniato da ufficiali accaniti, simpatici delinquenti e bellissime donnine. Ma soprattutto la storia di un cuoco sopraffino che risolve parecchie situazioni apparentemente senza scampo con un menù ben congegnato ed eseguito. Il romanzo è costellato di ricette di paesi diversi che glorificano il potere seduttivo e pacificatore di un buon desinare in compagnia. [Su Simmel torno perché qualche giorno fa se ne è scritto, e non per la pubblicazione di un nuovo libro.]

Per finire, il Christkindl (Gesù Bambino) mi ha portato un nuovo portatile: un Sony Vaio con un forestiero e antipatico Vista che non pare animato da sentimenti benevoli verso tutti i miei dizionari. (Che oggi sia dovuta tornare a squola, non salvata dalla neve che imperversa soltanto sul lato occidentale del nord Italia, nemmeno lo scrivo.)

Continua a leggere

La concentrazione assoluta

[…] Una volta un carbone ardente era caduto dalla stufa, a due passi da lui il palchetto mandava già odore di bruciato e fumava, e fu solo allora che per via di quella puzza infernale un cliente si rese conto del pericolo e si precipitò a soffocare il fumo; mentre lui, Jakob Mendel, a una spanna di distanza e già avvolto nelle esalazioni, non s’era accorto di nulla. Perché lui leggeva come altri pregano, come i giocatori giocano e gli ubriachi tengono lo sguardo fisso nel vuoto, storditi; il suo rapimento quando leggeva era così commovente che, da allora, il modo in cui gli altri leggono mi è sempre parso profano. In Jakob Mendel, in quel piccolo rivendugliolo galiziano con i suoi libri, avevo visto personificato per la prima volta – ero giovane allora – il grande mistero della concentrazione assoluta, che rende tali l’artista e lo studioso, il vero saggio e il perfetto monomane, la tragica ventura e sventura della piena possessione. (p. 15)

Novella perfetta, questa di Stefan Zweig. Perfetta. Invidio la traduttora.

[…] mentre io, io per anni avevo dimenticato Mendel dei libri, proprio io che avrei dovuto sapere che i libri si fanno solo per legarsi agli uomini al di là del nostro breve respiro e difendersi così dall’inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l’oblio. (p. 53)

Tra l’uss e l’assa

Ero curiosa di leggere questo libercolino, perché, insomma, chi non vorrebbe leggere qualcosa di pubblicato sul posto dove gli/le è capitato di vivere? Un omaggio alla Maria-Luigianesca città, in certo qual modo.

Il libro doveva essere una guida del capoluogo di regione, ma si dava il caso, spiega Nori con quel suo solito scrivere divagante e distratto (fintamente distratto, fintamente da scemo del villaggio), che fosse appena tornato a vivere nella Maria-Luigianesca città, e allora ha ragionato che sì, tutto sommato, se quando viveva a Mosca, anzi nell’estrema periferia di Mosca, ci metteva un’ora ad arrivare in centro:

Allora poi quando sono tornato a P. io pensare che andare a Bologna ci si mette un’ora, in treno, io mi ricordo avevo pensato che P. era una specie di quartiere di periferia della città Bologna Modena Reggio Emilia P. così come Medvedkovo, che era il quartiere su su dove abitavo era un quartiere della capitale della Moscovia sovietica, significa dell’orso, Medvedkovo, per dire, ma non importa. (p. 11)

Così scrive di questo e quello, come capita (sembra), con quel suo stile che dà assuefazione, ma che strappa sovente risatelle: i vecchi all’Esselunga della Maria-Luigianesca città, o le lugubri biblioteche, tutto vero!

Ci sono delle biblioteche anche a P., solo sono dei posti, le biblioteche di P., non la Pala*tina, quelle altre, tristi, come se leggere i libri fosse una cosa triste. (p. 136)

Al che mi verrebbe da chiedergli, al signor Nori (che penso abiti persino non troppo lontano da casa mia, sempre che abiti ancora qui): e perché la Pala*tina no? A me sembra il posto più triste di tutti, un posto che ti fa venire un diavolo per capello, con tutto quel consegnare documenti, prendere cedoline e documenti, prendere chiavine, sistemare borse, riempire cedoline per lettura, aspettare in ambienti dalla temperatura costante di 40 gradi anche in inverno (sarà per i libri, per carità), riempire cedoline per prestito, riconsegnare cedoline al banco, all’uscita, all’entrata, a chi passa di là, ripigliare borse, riconsegnare chiavine…Senza accorgertene, sei arrivata la mattina e ne esci la sera soltanto per prendere a prestito tre libri.

Ma io volevo scrivere del modo di dire che sta in cima alla presente post-illa:

A Genova ci son stato tre mesi fa in un periodo strano della mia vita quei periodo* lì che sei tra l’uscio e l’assa, come dicono a P., i periodi più belli della mia vita, se devo dire. (p. 111)

In internet, sempre a cura del gentile signor Gugl, si trova un antico vocabolario par*migiano-italiano, che dice:

esser tra l’uss e l’assa: essere tra l’ancudine e il martello, esser tra Scilla e Cariddi

(Che Nori intendesse questo, però, non l’avrei detto. Boh, del Maria-Luigianesco dialetto non so nulla)

* Il refuso è nel testo.

Tu fa’ manichi e tu fa’ quartara

Naturalmente Il bell’Antonio ha anche una faccia linguistica parecchio siciliana (oltre che lo splendido viso di Mastroianni in copertina Mondadori: io amo Mastroianni!).

p. 118 Perché, invece di mandare làstime, non ringraziavo il Signore a lingua strasciconi per avermi dato un figlio così bello che le ragazze me lo mangiavano con gli occhi?

Siciliano làstima = lamento, fastidio, dallo spagnolo: làstima = pena, da Lessico del siciliano sul sito Linguasiciliana.org.

[NB ho trovato il termine anche in un Dizionario sardo-nuorese…]

p. 123 Sei bella come una rosa, di salute ne hai da buttarne, gli occhi verdi, i capelli neri di giaietto, la carne bianca come la tuma… eh, sembri fatta apposta per piacere ad Antonio!

tuma: il sito Formaggio.it dice che la tuma sicula è “un formaggio a pasta dura semicotta, a forma cilindrica con facce piane o leggermente concave, di sapore piccante. Prodotto con latte di pecora intero crudo con microflora d’origine naturale, pasta d’agnello usata come caglio. La prima salatura a secco è praticata a mano il giorno successivo alla produzione. Non richiede stagionatura.”

p. 126 Le assicuro che negl’imbrogli dei giovani, io non mi ci voglio immischiare! Loro si son fatto il manico e loro si facciano la quartara! Io non c’entro, non c’entro, non c’entro!

La quartara è un recipiente in terracotta, dalle antiche origini contadine, di medie dimensioni e fornito di due grossi manici nella parte superiore; molto simile ad una giara è stato per millenni utilizzato in Sicilia per trasportare e conservare acqua o vino. (Wikipedia)

Tu fa’ manichi e tu fa’ quartara, fai sia i manici che le anfore. (Di chi vuol fare tutto da sé), da Detti, proverbi, filastrocche e indovinelli su La vocecentrosicula.it.