Tutto quanto sia desiderabile per l’anno nuovo

Heinrich Heine lo scriveva alla fine del 1842, ma sono auguri che non hanno perso lo spirito e l’adattabilità:

Ich wünsche allen das wünschenswertheste: zunächst Gesundheit und ein gutes Gewissen. Ich wünsche den Dummen ein bischen Verstand und den Verständigen ein bischen Leichtsinn. Den Reichen wünsch ich ein Herz und den Armen ein Stückchen Brod das nicht getunkt in Thränen. Möge der Himmel uns bewahren vor allzuschnellen Dampfwagen, berühmten Löschanstalten, Erdbeben, baufälligen Dächern, Schiffbruch, Zahnweh, Tendenzpoesie, engen Stiefeln, ungeschickten Freunden und Feinden welche lügen.

(cfr. via a sua volta via altrui)

ovvero:

Auguro a tutti quanto sia più desiderabile: prima di tutto la salute e una coscienza tranquilla. Agli sciocchi auguro un po’ di senno e agli assennati un po’ di sconsideratezza. Ai ricchi auguro un cuore e ai poveri un tozzo di pane che non sia zuppo di lacrime. Possa il Cielo potreggerci da macchine a vapore troppo rapide, celebri istituzioni per lo spegnimento degli incendi, terremoti, tetti pericolanti, naugragi, mal di denti, poesia di tendenza, stivali stretti, amici goffi e nemici menzogneri.

Anche se Capodanno è passato da svariati giorni, questo resta il mio primo post del 2011 e per fare i migliori auguri ai miei cinque lettori (i manzoniani venticinque sarebbero già un lusso) approfitto dell’Epifania appena conclusa, l’Epifania che tutte le feste porta via, ma fortunatamente quest’anno ci lascia qualche giorno in più, a mo’ di malinconica coda.

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E ci pigliano pure in giro, a ragione, con il trapattonese

Nel tedesco attuale, almeno quello calcistico, il Trap c’è. Entrerà sicuramente nei dizionari di frasi fatte, i redattori del Duden dovranno fare i conti con Ich habe fertig (in tedesco corretto, ich bin fertig, ma ci si infila l’italiano ho finito) e Flasche leer (bottiglia vuota, nella locuzione, giocare come bottiglie vuote).

Lo asserisce anche Wikipedia.de che sottolinea sì lo scarso rispetto per la grammatica, ma la grande forza emotiva delle esternazioni trapattoniane:

In Deutschland wird der Name Giovanni Trapattoni vor allem mit einer am 10. März 1998, zwei Tage nach einer 0:1-Niederlage gegen den FC Schalke 04, gehaltenen Pressekonferenz verbunden. Als Trainer des FC Bayern München kritisierte er – grammatikalisch falsch, aber äußerst emotional – die Leistung einiger Spieler, insbesondere die Mehmet Scholls und Mario Baslers. Die in der hitzigen, dreieinhalbminütigen Rede[3] entstandenen Satzkonstrukte („Was erlauben Strunz“, „… ware’ schwach wie eine Flasche leer“ und „Ich habe fertig“) fanden Eingang in den deutschen Sprachgebrauch; so kommentierte z. B. die SPD die Abwahl Helmut Kohls auf einem Plakat mit dem berühmt gewordenen Schlusssatz aus Trapattonis Pressekonferenz: „Ich habe fertig!“ Der Wutausbruch brachte ihm so große Sympathien ein, dass er heutzutage damit immer noch Geld verdienen kann – wie beispielsweise als Werbestar für ein Sprudler-System („nicht Flasche leer …“).

Infatti oggi, nel giorno della disonorevole uscita della nostra nazionale dai Mondiali 2010, ecco Focus che intitola

Weltmeister wie Flasche leer

E l’autorevole Frankfurter Zeitung scrive, sornione,

Der Weltmeister hat fertig

Svegliarsi alle fine, pensare di poter sistemare tutto all’ultimo minuto, in fondo, è un male nazionale e in questo gli Azzurri ci rappresentano bene.

Amen.

Trascinante come la fisarmonica

La seconda sortita a Milano è stata ancora più bella della prima. Una settimana fa il caso ha voluto che provassi l’inedita ebbrezza di stare sul palcoscenico in quanto autrice in seconda, da sola. Due sere fa la gente mi salutava e mi sorrideva come se il personaggio fossi io e tutto ciò mi divertiva parecchio. E un po’ personaggio lo ero, visto che sono stata invitata, ospitata e trattata con guanti di pizzo. Esilarante (da darsi i pizzicotti pensando: Quand’è che suona la sveglia?)

Il Premio Edoardo Kihlgren Opera Prima (per il sito usare IE) – che dal prossimo anno sarà associato alla città di Milano – è un’iniziativa davvero lodevole. Da un’ottantina di libri si scelgono tre opere di autori esordienti al di sotto dei trentacinque anni che vengono poi lette e votate da giovani: quelli di sette scuole milanesi e quelli che frequentano il centro Barrio’s, una chiazza di cultura in mezzo alla Barona, un quartiere che non è esattamente Brera o l’Isola…

E’ stato tutto favoloso: favolosa l’organizzazione, favoloso l’albergo dove mi hanno offerto di dormire, favolose le persone, favoloso il folto pubblico giovane, favolose le musiche che accompagnavano le letture, favolosa soprattutto Lella Costa con la sua verve e la carica di emozioni che riusciva a infondere alle pagine.

Della Storia del soldato ha letto un medley sagacissimo del secondo capitolo (Quanto è dolce il rosso cupo, quanti buoi ci vogliono per una parete, perché il cavallo di Kraljevic Marko è parente di Superman e come può capitare che una guerra vada a una festa): vi impera l’inarrestabile bisnonno Nikola, ma per la prima volta, ancora latente e ancora dominabile, si intromette la guerra. Prima e dopo le musiche di un russo che io avrei detto irlandese per la lunga chioma fulva e ricciuta, un imperioso, impetuoso suonatore di fisarmonica, che ha strappato a ragione gli applausi più vivaci.

Poi Lella Costa ha letto il capitolo con le telefonate alla ricerca di Asija (Di trecentotrenta numero di Sarajevo scelti a caso, circa uno su quindici è una segreteria telefonica):** pagine che mi hanno straziato con una forza tutta nuova, la carica drammatica che Lella ha saputo trasfondergli, arrivando in fondo quasi in lacrime…

Un giorno un eccelso domandatore domandò:
chi è, cos’è? Perdonami!
Dov’è,
da dove viene,
dove va
questa Bosnia?
Dillo!
E il domandato diede una rapida risposta:
Da qualche parte c’è una specie di Bosnia, perdonami,
un paese gelido e arido,
nudo e affamato,
e oltre a ciò,
perdonami,
recalcitrante
al sonno.***

Ah, chi ha vinto?

Saša è arrivato secondo di tre, un ottimo risultato tenendo conto che giocava pesantemente in trasferta. Gli altri della terzina, infatti, erano una zoologa milanese malata d’Africa e un pugliese dalla scrittura interessante, o almeno una scrittura che Lella Costa ha saputo rendere con maestria. Uhm, forse lo leggerò. Si mormorava che ci fossero stati non più di cinque voti di scarto; e poi, non posso dire altro ma ho recepito favori da figure importanti che non rivelerò qui. Nel bailamme del post-proclamazione sono riuscita a comunicare a Saša il piazzamento via sms. Replica immediata, dalla Francia: SUPER, freue mich sehr, ecc. Insomma, gaudio di qua e di là delle Alpi (il mio, poi, perché mi sono guadagnata anche i complimenti di Lella, vergati pure sul libro. Me li guarderò nei momenti di scoramento).

P.S. Il video è terribile, lo so. Nemmeno Von Trier nei momenti più vagolanti di dogma spinto riuscirebbe a far tanto. E poi è tagliato malamente. A mia parziale giustificazione: è il primo video della mia vita. Quello con Lella Costa che legge lo sto manipolando con vari mezzi, a gran danno dell’audio, quindi forse rimarrà riservato al mio personal diletto. Se poi mi riuscisse di cacciare i video nei post, sarebbe anche bello; invece nisba.

* Da pag. 34 a pag. 45
** Pagg. 216-220
*** Poesia di Mak Dizdar, pag. 220.

AAA a Milano

Quando: stasera, mercoledì 28 maggio 2008, ore 21

Dove: Conservatorio di Milano

Al posto di chi: dell’autore, Saša Stanišić, che gira come un trottola per il mondo, trascinato da premi di ogni sorta. Ora è a NY, credo.

Perché: a chiacchierare del romanzo, rispondere alle domande dei giovani che lo hanno letto e a cercare di convincere la platea che Saša è quello che merita il premio Kihlgren.

Chi: l’editor della casa editrice e la scrivente. Non vestita di viola, come avrebbe voluto.

E domattina mi aspettano tre ore di esame scritto.