Ricomincio da A.L. pregnant

A Venezia – sono tornata in Italia e chissà se e quando ripartirò per qualche avventura estera di lunga durata – è in corso la Biennale e tra le statue più controverse ce n’è una di Marc Quinn installata sull’isola di San Giorgio:

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L’ho vista giorni fa, passando in battello davanti a San Giorgio, ignara della Biennale, come sono ignara di quasi tutto ciò che accade al mondo da un paio di mesi. Sentivo i commenti sciocchi degli studenti adolescenti e intanto guardavo la statua, una donna focomelica incinta, e sentivo che vi era rappresentata una persona vera (infatti) e soprattutto una madre, non importa se senza braccia e con due gambe troncate, una madre a venire, con una creatura già bell’e formata. Sentivo un misto di ammirazione, tenerezza ed empatia. Sensazioni che sicuramente non avrei avuto un anno fa.

Perché è passato un intero anno senza che scrivessi un rigo e sono profondamente, irreversibilmente cambiata. E il cambiamento è una bimba arrivata fresca fresca.

Nell’articolo l’artista focomelica dice: I never thought I would be a mum. Nemmeno io. Avevo perso la speranza, la voglia e – credevo – anche le possibilità tecniche. Più che Torschlusspanik era ormai certezza che la porta fosse chiusa. Forse non ho mai avuto meno tempo per me di ora, eppure mi è tornata voglia di bloggare e spero di reggere nell’intento. Ci sono così tante nuove parole che ho imparato in questi ultimi mesi, così tante nuove esperienze da denominare.

Istantanee scolastiche

La scuola del lunedì e del martedì la vedo come un odioso arruffio di cose e bambini e adolescenti e insegnanti.

Arrivo alle 9.45 circa, durante l’intervallo lungo (große Pause), quello che dura venti minuti, e sia grazie a Dio, mi permette di poter prendere l’IC diretto a Karlsruhe delle 08.05 e non un treno ben un’ora prima. Sulla porta della sala professorir (Lehrerzimmer) c’è un cartello scritto a mano, Heute schon gegrüßt? Già salutato oggi? Non so chi l’abbia scritto, sicuramente qualcuno che si augurava ci fosse sempre cortesia tra gli umani che popolano la scuola. Invece non una voltasola, per fare un esempio di umana cortesia, mi sono trovata la porta sbattuta in faccia dal collega, con una dozzina di virgolette, che sgusciava nella stanza due secondi prima di me e che doveva non avermi visto frugare in borsa alla ricerca delle chiavi. Cose che capitano, è vero. Perchè in quei venti minuti c’è un baccano, una fretta, che mal si addice alla cortesia. Dentro c’è una teoria di visi parecchio torvi e qualche faccia tranquilla, la maggior parte dei docenti si assiepa attorno al tavolo grande a sinistra dell’entrata, dove quasi sempre qualcuno ha portato una focaccia, un dolce, del pane, qualcosa  da mangiare di cui tutti si servono. Non c’è bisogno di un’occasione, a quanto mi pare di capire, è un uso. I teutonici sono molto attaccati ai loro usi e costumi. Per esempio al rito del festeggiamento del compleanno del collega. Ho dovuto assistere ad agghiaccianti scene di persone attorno al tavolone della sala insegnanti che venivano celebrate da canti per me parecchio esotici, orchestrati da una maestra che a parer mio riproduce esattamente fattezze e sembianze della cattiva matrigna di Cenerentola, tutta intenta ad agitare le braccia per regolare i festanti colleghi. Sopra la fotocopiatrice – l’attezzo più usato in assoluto – c’è un calendario in cui mese per mese sono cerchiati i giorni dei compleanni, con tanto di foto dei Geburtagskinder nella parte superiore. Ovviamente io non c’ero, sarò o non sarò la forza lavoro gratis da usare come si vuole e che non merita considerazione?, ma hanno cercato di coinvolgermi comunque, quando è arrivato il mio mese natale, sicuramente perché faceva loro comodo aver più roba da mangiare. La cosa mi scocciava tanto da farne una malattia. Ma nel senso letterale della parola: infatti mi sono ammalata e ho saltato la giornata, con sollievo.

Non ricorderò questa scuola con gioia. Brutto è stato l’inizio e brutta la continuazione. È una scuoletta di periferia, con un’utenza da periferia e sospetto anche un corpo docente da periferia. Una Grundschule (scuole elementare) e insieme una Hauptschule, e Hauptschule è un tipo di scuola che ti bolla come fallito precoce da queste parti. Se vali qualcosina puoi andare alla Realschule (più o meno un nostro tecnico), se vali qualcosa a un Gymnasium (più o meno il nostro liceo), se ti valutano una nullità resti nella tua scuoletta e fai l’Hauptschule, una scuola di cinque anni per disgraziati, casualmente la scuola dove finisce la maggior parte degli stranieri.  L’elemento inquietante in tutto ciò è che la persona viene condannata a un futuro scadente o promossa a un possibile futuro brillante dopo soli quattro anni di scuola, quando ha la bellezza di dieci anni. Allora, o si ha un genitore combattivo e capace (anche linguisticamente) di far valere le proprie ragioni, che non sono sempre vaneggiamenti boriosi di genitori ciechi, oppure sei fritto, nel bel paese di Teutonia.

La scuola del mercoledì era una forma particolarmente invasiva di questa Hauptschule: piena zeppa di turchi e di testine convinte di essere scarti cerebrali (spesso, temo, a ragione).  I turchi li preferisco nei romanzi, dal vero me ne starei lontana. Infatti il corso che tenevo come Arbeitsgemeinschaft (leggi: corso pomeridiano facoltativo, qundi da non prendere sul serio in nessun caso) in quella Hauptschule è morto dopo aver stentatamente vissuto qualche mese.

Sono passata dunque alla scuola del giovedì, che ora è la scuola del mercoledì e del giovedì: una Realschule a due passi da casa mia, basta passare per l’alter Friedhof, il parco che era il vecchio cimitero della città, diventato in questa stagione un meraviglioso bosco frondoso, mercoledì scorso profumato di erba tagliata. La Realschule ha di buono un preside che assomiglia vagamente al famoso ritratto del più illustre figlio di Ulma, una brava persona che davvero ama i suoi allievi (perché qui i presidi insegnano, a differenza che da noi) e che è ormai all’ultimo anno di carriera.

Son tutte brutte le scuole del mondo? La brutta scuola del mercoledì mi era parsa interessante almeno nell’organizzazione degli spazi e dei materiali: ci sono tante cose che in Italia non ho mai visto, i ragazzi lasciano i quadernoni con i loro nomi e i loro materiali, ma c’è la lavagna dove sta scritto chi è di corvée con la pulizia della lavagna, lo scopettino per spazzare l’aula, la carta da buttare nel riciclo ecc., le foto della gita, le immancabili regole della classe (per quel che valgono agli occhi dei ragazzi…), annunci di tirocini, cartelloni, tazze e fornelletto, poster e locandine di film, tentativi di haiku, cd, giornali e riviste, cartine geografiche, quaderni e fogli puliti, forbici, colla, puntine, pinzatrici ma anche colori e fogli da disegno, un divanetto e il calcio balilla. Ma tanto ai ragazzi la classe non piaceva comunque.

L’aula in cui sono al giovedì è brutta come sono brutti gli ambienti non amati. Alle pareti ci sono solo un paio di pagine di riviste con le facce e le gambe di due calciatori (Torres e un altro, chissà). Ambienti non amati dall’insegnante, anche e forse in primo luogo. C’è una piantina stentata che forse preferirebbe stare nel Sahara che là. Fogli dimenticati o buttati per terra e già adorni di impronte di scarpe ginniche, libri buttati sul davanzale interno delle finestre, qualche volta una calcolatrice abbandonata, bottiglie semivuote, cartacce, tentativi fasulli di pulizie nell’angolo. Gessi non ce n’è mai, o ricordo di portarmene io qualche pezzetto nell’astuccio o è la disperazione. Ma i banchi vanno rimessi come sono stati trovati e la lavagna ripulita, pena l’ira funesta dell’insegnante di classe.

La scuola del venerdì pomeriggio puzza di piscio. Ne senti l’agra zaffata salendo le scale, spesso addobbate di rimasugli di merende – una fettina di cetriolo o di salame, un pezzo di pane  -, per il resto la scuola è deserta, ne sono scappati tutti a mezzogiorno. L’aula diventa più squallida man mano che l’anno avanza. C’è un ragazzo (lo suppongo di sesso maschile, sicuramente a ragione) che da qualche tempo ormai lascia il banco esattamente com’è nel momento in cui suona la campanella: il quaderno malconcio aperto, i libri affastellati malamente sul ripiano, l’astuccio , lo zainetto appeso al gancio laterale semiaperto. Poco dopo deve aver contagiato anche il compagno di banco che ha iniziato a imitarlo, anche se meno compiutamente. I banchi sono lerci, oggi uno aveva il trofeo di una cingomma.* A Ulma si annaspava con trenta inusualissimi gradi e l’aula era una trappola in cui tutti si sventagliavano con i quaderni e protestavano acuti malesseri.

Quando finisco il venerdì i ragazzi spariscono in un baleno, solo a volte riesco a trattenerli per indurli a sistemare i banchi (sempre per il principio che lasciarli non nell’ordine trovato costituisce reato quasi penale), e la donna delle pulizie mi aspetta paziente per finire di rassettare la scuola. Scambio due parole con lei, cercando di cogliere il senso delle sue fortemente modificate dall’accento, metto via le palate di libri che mi porto via non sapendo mai chi verrà e dunque su che livello impostare il corso, e stancamente finisco la settimana. Libera dalla puzza di piscio e dalla settimana lavorativa.

* Una nota sulla cingomma. Che bella parola! Non ricordavo di averla sentita in Italia, sicuramente non è in uso dalle mie parti, dove l’ho sempre chiamata semplicemente gomma, o forse al massimo ciunga (mimesi fonestica di chewingum), o più recentemente cicca. Lo dicono gli allievi, anzi, alcuni di loro, e mi piace parecchio.

April, April – der macht, was er will

Aprile fa quel che vuole, si dice qui. Tempo mutevole, incerto e nemico di qualunque pianificazione. Bisogna sempre avere un ombrellino con sé e non fare lo sbaglio che ho commesso io venerdì, che nel prepararmi di corsa avevo colto fuggevolmente solo lo splendore del sole e non avevo visto, come ho fatto quando ormai stava arrivando il bus, che a nord si preparava un carico di nuvolone grigie. Ho comprato un ombrellino da Schlecker, sperando biecamente che i loro prezzi fossero particolarmente favorevoli visto che stanno fallendo, ma l’avvoltoio in me è rimasto frustrato, costava nella norma. (Schlecker è una catena di prodotti per la casa e l’igiene, come DM o Müller, ma mentre questi due fioriscono in competizione, Schlecker sta facendo bancarotta. Ho letto che tra i motivi della crisi si parlava della bruttezza degli ambienti, cosa effettivamente vera, ma allora come resistono orrori come Penny e Aldi?)

Non aggiorno il blog da un mese, prima perché il mio corpo ha deciso che era ora di farsi sentire in modo pesante, tanto da indurmi finalmente a trovare un medico crucco e a farmi krankschreiben, a farmi “scrivere malata”. Mi sono beccata un antibiotico a largo spettro che mi ha salvata dalla febbre a 39 che veniva a visitarmi ogni pomeriggio. Medico: “E’ stata ai Tropici ultimamente?” Io, nel mio anemico pallore: “Seee, magari.”

E poi le agognate vacanze, perché ormai le frustrazioni del lavoro unite ai fastidi della WG, anche grazie a una simpaticissima discussione con Paranoja che si è accanita contro di me mentre ero malata – sia lode alla sua sensibilità ippocratea degna di un boia medievale – , mi avevano ridotto a un fascio di nervi. Ma le vacanze non sono state rigeneranti quanto speravo, soprattutto a causa del meteo balordo, tale da causarmi un’altra infezione e un altro giro di antibiotici.

Ho letto poco e quel che ho letto mi è svanito dalla mente. (So di aver letto un romanzo della Mazzantini, ma non ricordo più nemmeno il titolo!!!) Non ho fatto quasi nulla. Non ho lavorato, non ho studiato, non sono andata da nessuna parte (errore fatale). Ho cercato di sbrigare le incombenze burocratiche che si accumulano mentre sono via e ho dannato per l’ennesima volta la decisione di venire via, stando sia di qua che di là, con il 730, il condominio, i problemi da risolvere in Italia tutti stipati in pochi giorni, senza tenere conto che la burocrazia italiana ha i suoi tempi che non collimano esattamente con le mie ferie. Bisogna decidersi, stare qui o stare lì, questo anfibio fastidioso crea solo il doppio degli affanni.

Ma ieri, chiacchierando con Hitlera, ho smollato la bomba: a fine luglio me ne vado. Non è stata particolarmente felice, perché ha subito intravisto le fatiche della nuova scelta. E’ che lei non sa che Paranoja complicherà le cose all’ennesima potenza. Non sa che Para gioirà per la mia uscita di scena e spererà che continuando con l’atteggiamento che sta tenendo ora – fatica a salutare, scappa appena si entra in una stanza, in casa fa il minimo possibile lasciando a noi due tutto quanto “dimentica” di fare, è sempre immusonita – farà scappare anche Hitlera che però si chiama Hitlera non a caso e non ha la minima intenzione di lasciarsi spostare di un millimetro dalla bislacca medica depressa. Hitlera vuole anche indire prossimamente un tavolo a tre per discutere di spese e di compiti, l’idea già mi riempie di smisurato entusiasmo.

Huschtensaft

Stamane, a dispetto dello sfasamento cronologico introdotto dal ritorno dell’ora legale anche qui in Teutonia (Paranoja cercava di dare la colpa agli italiani, asserendo che quest’affronto che fanno a lei affranta sempre dalla stanchezza sia stato introdotto da noi, perché lei non ha ricordi che si facesse così quando era bambina), sono riuscita a prepararmi in tempo e ad andare nella chiesa di St. Georg che chiamava suonando campane d’intorno nell’aria primaverile. Ed è a messa ho fatto – temo – le uniche risate di cuore di questa settimana sempre di corsa, comprensiva di farsesco collegio docenti di sabato.

Nella ex chiesa di guarnigione di St. Georg non c’era la solita accoppiata che avevo visto in precedenza, prete anziano e zoppicante retto dal bastone e pretino giovane, ce n’era uno altrettanto giovane che ha fatto una bella predica coinvolgente per i bambini assiepati nelle prime file. Ho esordito chiedendo: Se vedete qualcuno che è triste e malato, cosa fate? Habt ihr eine Idee? Ha ripetuto l’invito un paio di volte, con un tono dolce, per vincere la timidezza dei piccoli. Infine uno si è fatto coraggio e ha risposto:

Ich geb ihm Huschtensaft. Gli do lo sciroppo (in dialetto)

Risata generale, ma una bella risata, la risata che ci regalano i bambini con le loro uscite candide.

Il parroco ha sorriso e ha approvato. Parlava anche lui con accento locale. E come fai a dargli lo sciroppo?

Vado in farmacia, è stata la risposta pratica.

E cosa fai lì? Cosa ti serve?

I soldi.

Giusto! Vedi dunque che aiutare questa persona ti costa soldi, ti costa qualcosa, ha detto molto lentamente, scadendo bene le parole e i concetti.

Qualcuno ha azzardato: Glielo faccio io, lo sciroppo.

Al che il prete ha fatto un largo sorriso, chiosando: Das ist Schwabe. Questo è lo svevo. (I locali sono notoriamente parsimoniosi) Ma a parte questo, cosa ci devi mettere, in questo sciroppo fatto da te?

Kräuter. Le erbe.

Certo, ma non solo, continuava la voce suadente del prete. Ci metti anche altro. Ci metti il cuore. E il tempo. E gli dai lo sciroppo mica semplicemente dicendogli, Tieni, butta giù, Schluck!, ma con una carezza.

Ma non era proprio di questo che volevo parlare, ha sorriso il parroco. Al leggio è arrivata una signora anziana e ha letto le storie del quotidiano di tre bambini africani, come quello che lava le auto dentro e dopo tre ore di lavoro ha guadagnato sui 15 centesimi, umgerechnet, fatto il cambio. Poi il prete è tornato dietro il leggio, ha  continuato e con un filo logico semplice e convincente è passato dal malato curabile con lo “sciroppo” a chi non aiuta gli altri anche quando potrebbe, e questo qualcuno è malato, il vero malato, e come facciamo a curarlo? Ha richiesto alla platea giovane.

Una bambina bionda ha alzato la mano, ma non voleva dirlo davanti a tutti, il prete è sceso e si è avvicinato ai banchi, e la ragazzina glielo ha detto in un orecchio, dopodiché il parroco ha detto che le aveva dato il permesso di ripeterlo davanti a tutti: “Liebe“, amore.

Pensieri autunnali a inizio primavera

Passi otto anni con una persona, tra alti e bassi. Conviventi e separati. Lasciati e ripresi. Scontri e incontri. Ritorni spettacolari con tanto di brillocco e richiesta di matrimonio vecchio stile, in ginocchio da te. Fine immisericordiosa, sotto tono, che quasi si avrebbe voglia di un taglio violento, di un gesto plateale, di una conclusione forte e decisa. Invece no, il picciuolo che si stacca quasi impercettibilmente dopo che il frutto ha vissuto tutte le sue fasi ed è ormai fradicio. Non fa quasi male, dopo tutte le tempeste estive e il lavorio mortuario dell’autunno incalzante.

E cosa resta del tuo decennio dei trenta a zonzo nel nord Italia e per il mondo, courtesy of Mille Miglia Alitalia e Sheraton. Sì, ho ancora un certo numero di ciabatte con la pomposa dicitura. E foto che non ho più coraggio o  la voglia di sistemare e stanno impilate nella credenza sopra la tv, in Italia, lontane. Non resta quasi nulla.

Infatti l’unica persona che si è completamente dimenticata del tuo compleanno, è quella.

Vola leggero via da me. Se qualcuno mi si è conficcato con odio inestirpabile, qualcuno è rimasto come presenza sempre più traslucida ma buona, tu sei partito senza rumore, senza infamia e senza lode.

Un prodotto anni Settanta

I prati dell’Alter Friedhof si stanno chiazzando di color pervinca e finalmente si esce dal lavoro con il sole e quell’aria mite che dice cose nuove e antiche. Sono nata in una bella stagione, pensavo, incerta ma piena di promesse. Cercavo di ricordare il racconto di mia madre, entrata in ospedale con la neve e uscita nel sole con una frugoletta e un mazzo di rose rosse.

A occhio il padre non aveva tutta questa voglia di diventarlo per la seconda volta, dato che non aveva badato alle insistenze della moglie e l’aveva caricata in macchina solo all’ultimo momento, tanto che le si sono rotte le acque durante il tragitto. Ho rischiato di nascere in una automobile lungo la via Fausta che porta a Jesolandia, quando ancora c’era il reparto maternità. Non so nemmeno che auto fosse, mi immaginavo fosse la Fiat 128 familiare bianca di cui ho una labilissima memoria, ma è stata prodotta proprio quell’anno in cui sono sgusciata rapida nel mondo, all’una di notte, e non credo mio padre potesse permettersi un modello nuovo di zecca, anzi, forse allora i miei nemmeno avevano una macchina e se la fecero prestare dal nonno.

E dopo otto lustri tondi tondi, che non avrei mai immaginato di compiere in una cittadina teutonica, posso ritenermi fortunata di aver potuto passare questa giornata a me spesso invisa in compagnia del buonumore fatto persona, e per di più nel mio elemento acquoreo.

Non ci sono le mezze stagioni

In Italia è una cantilena per vecchi e per creature querule, eh, un tempo c’era il suo bell’invernino, la cara primaveruzza, l’estataccia afosa e il mite autunno, ma ora, signora mia, non ci sono più le mezze stagioni!

Ma qui in Teutonia è semplicemente un’osservazione che si può per strada in questi giorni e di cui forse tengono conto i produttori di abiti e calzature, spero, o forse qui risparmiano sugli abiti da mezza stagione, quelle simpatiche cose dai colori pastello in primavera, il cardigan rosa antico, lo spolverino blu, quei capi color foglia morta in autunno, l’impermeabile marroncino, la maglietta di viscosa. Fatto sta che in gira per Ulma si vede solo abbigliamento estivo, ma proprio estivo. Quindi nei guardaroba teutonici ci sono la bardatura invernale e le cosette leggere dell’estate, senza fasi di trapasso, senza capi intermedi. In questi giorni di sole i bambini corrono felici nel sole con i calzini corti e la t-shirt, i ragazzi girano torvi con bragacce di tela e magliette, oggi alla fermata del bus è arrivata sui suoi dodici centimetri di tacco un donzella bionda, magliettina di cotonina scollata e zero calze, mi sono congelata nel vederla. Saranno stati i molti tatuaggi da esibire sulle braccia, per carità…

Io invece ho freddo, sono stanca, sono stufa della settimana e non ci posso credere di dover aspettare ancora due settimane piene prima di poter avere una tregua. Devo anche cambiare il guardaroba.