Slangopedia

È quella che stanno costruendo lessicografi non professionisti, ma autentici parlanti giovani, su «L’Espresso». Ne parla oggi un articolo su «La Repubblica»:

[…] oggi dopo 4 anni “Slangopedia” contiene più di 800 voci, tutte proposte dai lettori di ogni parte d’Italia (e dall’estero), che inviano la loro mail con età, luogo di provenienza e significato della parola prescelta. Un vocabolario autocostruito insomma, in cui ciascuno dice la sua e invia parole e gerghi (incomprensibili ai più) con cui i teenagers comunicano quotidianamente tra di loro.

Tra i vocaboli più gettonati, al primo posto rifulge lo spinello/canna: con le sue varianti regionali “bomba” (Abruzzo), “cecio” (Savona), “ciurmacca” (costa adriatica), “porro” (Cuneo), “tizzone” (Genova), “viola” (Milano). Come si definisce oggi una bella ragazza? “Cellona” o “verza”. Quella brutta, invece, è una “sdraiona”, “pitona”, “zebrona” o addirittura un “comò”. Mentre un ragazzo troppo fighetto è bollato come “cabinotto” a Torino, “sancarlino” a Milano e “chiattillo” a Napoli.

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Un brutto scrivere

Da Parole in corso di G.L. Beccaria del 24.9.2005, sul «ttL» de «La Stampa».

Per diventare scrittori non basta scriver bene

Al contrario, ci sono grandi narratori di formazione «antiletteraria», come Svevo accusato al suo debutto di inverosimile barbarie stilistica e di imperizia

COME si fa a diventare scrittori, mi chiede un mio giovane lettore? Per quanto m’ingegni, non so dare una risposta. Non conosco i trucchi del mestiere sul «genere romanzo», non sono in grado di imitare Fellini quando in E la nave va inquadra gli operatori svelando il trucco del mare finto.

Per mettere insieme un romanzo non basta avere una buona «trama» da raccontare. Né saper scrivere bene, seguire i modelli di una scrittura bloccata ad una consuetudine; alla quale, da Verga in poi, il romanziere piuttosto ha «trasgredito», optando per una più libera oralità. Ed ora è di moda un fraseggiare ricco di forti indici gestuali, la simulazione del parlato.

Spesso ha «scritto bene» addirittura chi era di formazione antiletteraria. Uno dei più grandi, Italo Svevo, fu giudicato dapprima uno scrittore cui mancava lo stile, un autore di libri «scritti male». Si sottolineò la sua «imperizia», la sua «inverosimile barbarie stilistica». Lo stesso Sergio Solmi parlava di uno Svevo che si era accontentato «del linguaggio scolorito e approssimativo degli impiegati di banca e dei commercianti triestini». Anche Debenedetti definiva la scrittura di Svevo «bruttissima», troppo lontana dalla nostra tradizione. Svevo ne era cosciente. Nella Coscienza di Zeno c’è un passo assai indicativo: «Il dottore presta una fede troppo grande a quelle mie benedette confessioni che non vuole restituirmi perché le riveda. Dio mio! Egli non studiò che la medicina e perciò ignora che cosa significhi scrivere in italiano per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto. Una confessione in iscritto è sempre menzognera. Con ogni nostra parola toscana noi mentiamo! Se egli sapesse come raccontiamo con predilezione tutte le cose per le quali abbiamo pronta la frase e come evitiamo quelle che ci obbligherebbero di ricorrere al vocabolario! È proprio così che scegliamo dalla nostra vita gli episodi da notarsi. Si capisce come la nostra vita avrebbe tutt’altro aspetto se fosse detta nel nostro dialetto».

«Grande violinista – diceva di lui Saba – che suonava su un violino che non era il suo: avrebbe dovuto scrivere in tedesco».

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Arriva l’autunno, che parta l’iracondo turpiloquio.

Ben ci stanno due articoli de «La Repubblica» sulla parolaccia: il primo è una traduzione dal «New York Times», e sottolinea il potere destressante delle trivialità che i soliti scienziati americani hanno dedotto dai loro studi et esperimenti (altro che creme hydra zen). Per l’angolino del guzzantiano Rieducational channel, segnalo la chicca etimologica della toilette:

Per esempio, “toilette” nasce dalla parola francese “little towel” (piccolo asciugamani), modo cortese di indicare il luogo nel quale si trovava il vaso da camera. Ma da allora la parola “toilette” è arrivata a designare la tazza stessa di porcellana, quindi suona troppo esplicita. Al suo posto ci sono la “stanza delle signore” (“Ladies’room”). E, soltanto se non se ne può fare a meno, il bagno (“bathroom”).

Il secondo è un bellissimo commento di Bartezzaghi che con finezza ironica accenna a disfemismi più sofisticati, più sottili dell’irruente sbocco di volgarità.

Dall’ira alla devozione: l’ipocrisia trionfa

di STEFANO BARTEZZAGHI

La parola pulita può cacciare quella sporca? Non sempre. La recentissima scomparsa dell’anziano presidente della Corte Suprema statunitense William Rehnquist ha fatto sobbalzare i lettori di Myron, un irresistibile romanzo di Gore Vidal. Era il 1974, e la stessa Corte aveva emesso sentenze censorie in merito alla pornografia. Così Vidal, in una premessa al suo nuovo romanzo, dichiarò di aver voluto evitare ogni volgarità sostituendo “le parole sporche con altrettante inequivocabilmente pulite: i nomi dei giudici che hanno contribuito alla decisione”. Rehnquist era già uno dei giudici eminenti, e i protagonisti del romanzo inveivano con bordate di “testa di Rehnquist!” e “non dire rehnquistate”.

Ancor oggi il turpiloquio è uno di quei campi in cui la fluidità dell’etnologia sembra più sfuggire alle possibilità della giurisprudenza. Non solo per la linguistica, ma anche per la società, la parolaccia è un uso che sfugge alla norma e ai codici, viaggiando sul confine sfumato fra conformismi e trasgressioni.

In linea di massima si può certo dire che dai tempi dell’ultimo studio italiano complessivo del fenomeno (Nora Galli dè Paratesi, Le brutte parole, 1964) molte parolacce sono entrate nell’uso pubblico, e almeno ufficioso. Riferimenti scatologici, anatomici e sessuali risultano spesso neutri, ovvero trasgressivi quanto una cravatta male annodata. Abbiamo già avuto presidenti del Consiglio che, citando Garibaldi o Zavattini, hanno fatto risuonare espressioni forti fino nelle aule parlamentari, risultando alla fine dei conti più simpaticamente schietti che cafoni.

La vecchia parolaccia è un tabù solo per iscritto (e lo scaltro Gore Vidal riuscì ad aggirare l’ostacolo con il suo comico espediente), dove è quasi sempre meno espressiva e molto più greve che nell’orale. La nuova parolaccia è la parola franca, che si abbatte contro le mura del contesto sociale. Nell’indicibile sono entrati i lemmi colpiti dal politicamente corretto, e non solo.

Persino nelle riunioni più informali, al varo di un progetto o di un evento o del progetto di un evento per essere considerati dei paria non bisogna ripetere la parola di Cambronne, ma basta dire: “non sono convinto: secondo me, questo non funziona affatto”. Massimo rispetto viene generalmente sottinteso per ogni nuovo devoto di Padre Pio, per le attricette già fotografate nude che ora raccontano il loro nuovissimo “cammino spirituale”, per il linguaggio aziendalmente corretto che impone ottimismi, “spirito di squadra” e complimenti continui ai sodali e ai sodali dei sodali.

La vecchia parolaccia era un gesto, d’ira o di nervi. La nuova parolaccia è un pensiero. Siamo ipocriti, più di prima.

Fantastico lo schemino del NYT:

Le chiacchiere non hanno farina

Da Parole in corso di G.L. Beccaria del 3.9.2005, sul «ttL» de «La Stampa».

Il letterato è fannullone e un po’ attaccabrighe

Così lo si immagina nel dialetto calabrese con il termine «litraru»: è un esempio di come il punto di vista condizioni il significato

IL “punto di vista” condiziona una lingua, le parole, le locuzioni, gli stessi proverbi, che rappresentavano nel mondo popolare un “sapere” largamente condiviso. Se l’incolto ha sempre guardato con un certo sospetto chi ha studiato e sa maneggiare bene la lingua, ciò ha generato quella gran quantità di proverbi sul non parlare troppo e sulla sua inutilità (“Le chiacchiere non fanno farina”, “A star zitti non si sbaglia mai”, “Chi assai ciarla spesso falla”, “Meno si parla, meno si sbaglia”, “Chi parla rado, è tenuto a grado”, “Una parola è poca e due sono troppe”, “Acqua e chiacchiere non impastan frittelle”, “La miglior parola è quella che non si dice”, e via seguitando). E vedi i significati di grammatico nei vari dialetti, oppure di letterato (come indica G. Rohlfs nel Dizionario delle tre Calabrie, il calabr. litraru significa “poltrone, fannullone, goloso, sporco, attaccabrighe”). In questo caso si tratta del punto di vista degli scolari.

C’è una “visione del mondo” che caratterizza una lingua o una famiglia di lingue. Il mondo circostante è “interpretato” attraverso il linguaggio. In genere, quando adottiamo una parola nuova per designare un nuovo oggetto, noi o la prendiamo tal quale dalla lingua che ce la “presta”, oppure l’adottiamo con modificazioni fonetiche più o meno accentuate. Quando scoprimmo il Muovo Mondo incorporammo nel nostro lessico mais, tabacco, canoa, ecc. Gli indigeni americani invece per designare un nuovo oggetto di solito inventavano parole descrittive. Franz Boas ci ricorda che gli Tsimshian della Columbia Britannica indicavano il riso con un termine che significa “simile alle larve”, i Kwakiutl il battello a vapore con “fuoco dietro che si muove sull’acqua”, gli eschimesi il tabacco trinciato con “ciò su cui si soffia sopra”. Sono ambiti di studio molto interessanti quelli cui sto accennando in modo cursorio. Per esempio, è particolarmente istruttivo esaminare le classificazioni generali, le “tassonomie”, elaborate da ogni cultura nei diversi settori dell’esperienza. Provate a pensare alla cosiddetta “deissi spaziale”, vale a dire alla strutturazione dello spazio e la sua denominazione nelle lingue più diverse: alto/basso, destra/sinistra, a monte/ a valle, e così via.