Il lusso della pagina

Da Parole in corso di G.L. Beccaria del 5.11.2005, sul «ttL» de «La Stampa».

La struttura sociale, l’attività, l’economia, la cultura insomma di un popolo è sempre ben rispecchiata dalla lingua. Mi limito alla nostra culla latina. Fu un popolo di pastori e di contadini a fondare Roma, e nessuno avrebbe potuto pensare che un popolo di pastori e di contadini avrebbe in seguito fondato un impero dieci volte più grande dell’Italia d’oggi.

Di quelle origini rende testimonianza la lingua. Moltissime parole latine sono legate al lavoro della terra. Appartiene all’ambito contadino un verbo come derivare (da rivus «ruscello»), che passa da «far defluire un ruscello da un altro corso d’acqua» al senso più generale «provenire, per diramazione»; o l’aggettivo rivalis (ancora da rivus), perché «rivali» (e di solito in lite) erano coloro che confinavano sul rivo che divideva la proprietà. Un verbo come putare «stimare, contare», era dapprima «potare, mondare». Dal mondo rurale viene pecunia, derivato da pecus «bestiame», che ci rimanda alla fase arcaica del baratto, prima che si introducesse la moneta; da un mondo di pastori il verbo aggregare «aggiungere al gregge », e poi «riunire». Vedi il caso di pagina, lat. pangere «piantare, conficcare». Per i latini pagina era una piantagione, specialmente di viti: di qui il nome dato in seguito ad un insieme di righe scritte, quindi al foglio di carta che le conteneva, foglio che con quelle righe parallele pareva per l’appunto un campo con tanti filari. Di etimo rurale delirare «uscire dal solco», e così esagerare, che è il lat. exaggerare, da agger, originariamente «ammassare, fare argine, accumulare il terreno», poi «ingrandire la proprietà», perciò, in senso figurato, «amplificare». Notevole ancora il caso di aggettivi come il lat. pauper «povero», che si attribuiva al terreno “che produce poco”, mentre felix «felice» in un primo tempo voleva dire soltanto «[TERRENO] che produce», e anche luxus «rigoglio, esuberanza» era riferito dapprima soltanto alla vegetazione eccessiva.

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Un brutto scrivere

Da Parole in corso di G.L. Beccaria del 24.9.2005, sul «ttL» de «La Stampa».

Per diventare scrittori non basta scriver bene

Al contrario, ci sono grandi narratori di formazione «antiletteraria», come Svevo accusato al suo debutto di inverosimile barbarie stilistica e di imperizia

COME si fa a diventare scrittori, mi chiede un mio giovane lettore? Per quanto m’ingegni, non so dare una risposta. Non conosco i trucchi del mestiere sul «genere romanzo», non sono in grado di imitare Fellini quando in E la nave va inquadra gli operatori svelando il trucco del mare finto.

Per mettere insieme un romanzo non basta avere una buona «trama» da raccontare. Né saper scrivere bene, seguire i modelli di una scrittura bloccata ad una consuetudine; alla quale, da Verga in poi, il romanziere piuttosto ha «trasgredito», optando per una più libera oralità. Ed ora è di moda un fraseggiare ricco di forti indici gestuali, la simulazione del parlato.

Spesso ha «scritto bene» addirittura chi era di formazione antiletteraria. Uno dei più grandi, Italo Svevo, fu giudicato dapprima uno scrittore cui mancava lo stile, un autore di libri «scritti male». Si sottolineò la sua «imperizia», la sua «inverosimile barbarie stilistica». Lo stesso Sergio Solmi parlava di uno Svevo che si era accontentato «del linguaggio scolorito e approssimativo degli impiegati di banca e dei commercianti triestini». Anche Debenedetti definiva la scrittura di Svevo «bruttissima», troppo lontana dalla nostra tradizione. Svevo ne era cosciente. Nella Coscienza di Zeno c’è un passo assai indicativo: «Il dottore presta una fede troppo grande a quelle mie benedette confessioni che non vuole restituirmi perché le riveda. Dio mio! Egli non studiò che la medicina e perciò ignora che cosa significhi scrivere in italiano per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto. Una confessione in iscritto è sempre menzognera. Con ogni nostra parola toscana noi mentiamo! Se egli sapesse come raccontiamo con predilezione tutte le cose per le quali abbiamo pronta la frase e come evitiamo quelle che ci obbligherebbero di ricorrere al vocabolario! È proprio così che scegliamo dalla nostra vita gli episodi da notarsi. Si capisce come la nostra vita avrebbe tutt’altro aspetto se fosse detta nel nostro dialetto».

«Grande violinista – diceva di lui Saba – che suonava su un violino che non era il suo: avrebbe dovuto scrivere in tedesco».

Le chiacchiere non hanno farina

Da Parole in corso di G.L. Beccaria del 3.9.2005, sul «ttL» de «La Stampa».

Il letterato è fannullone e un po’ attaccabrighe

Così lo si immagina nel dialetto calabrese con il termine «litraru»: è un esempio di come il punto di vista condizioni il significato

IL “punto di vista” condiziona una lingua, le parole, le locuzioni, gli stessi proverbi, che rappresentavano nel mondo popolare un “sapere” largamente condiviso. Se l’incolto ha sempre guardato con un certo sospetto chi ha studiato e sa maneggiare bene la lingua, ciò ha generato quella gran quantità di proverbi sul non parlare troppo e sulla sua inutilità (“Le chiacchiere non fanno farina”, “A star zitti non si sbaglia mai”, “Chi assai ciarla spesso falla”, “Meno si parla, meno si sbaglia”, “Chi parla rado, è tenuto a grado”, “Una parola è poca e due sono troppe”, “Acqua e chiacchiere non impastan frittelle”, “La miglior parola è quella che non si dice”, e via seguitando). E vedi i significati di grammatico nei vari dialetti, oppure di letterato (come indica G. Rohlfs nel Dizionario delle tre Calabrie, il calabr. litraru significa “poltrone, fannullone, goloso, sporco, attaccabrighe”). In questo caso si tratta del punto di vista degli scolari.

C’è una “visione del mondo” che caratterizza una lingua o una famiglia di lingue. Il mondo circostante è “interpretato” attraverso il linguaggio. In genere, quando adottiamo una parola nuova per designare un nuovo oggetto, noi o la prendiamo tal quale dalla lingua che ce la “presta”, oppure l’adottiamo con modificazioni fonetiche più o meno accentuate. Quando scoprimmo il Muovo Mondo incorporammo nel nostro lessico mais, tabacco, canoa, ecc. Gli indigeni americani invece per designare un nuovo oggetto di solito inventavano parole descrittive. Franz Boas ci ricorda che gli Tsimshian della Columbia Britannica indicavano il riso con un termine che significa “simile alle larve”, i Kwakiutl il battello a vapore con “fuoco dietro che si muove sull’acqua”, gli eschimesi il tabacco trinciato con “ciò su cui si soffia sopra”. Sono ambiti di studio molto interessanti quelli cui sto accennando in modo cursorio. Per esempio, è particolarmente istruttivo esaminare le classificazioni generali, le “tassonomie”, elaborate da ogni cultura nei diversi settori dell’esperienza. Provate a pensare alla cosiddetta “deissi spaziale”, vale a dire alla strutturazione dello spazio e la sua denominazione nelle lingue più diverse: alto/basso, destra/sinistra, a monte/ a valle, e così via.

Adoro gli alteratucci

Sul TTL di oggi, Beccaria parla di alterati e di politichese, un linguaggio aggressivo, acceso, prolifico di invenzioni, che ruba a man bassa da altri microlinguaggi (militare, marinaro, medico…), punta al conflitto e alle immagini ad affetto.

Personalmente amo molto vezzeggiativi, diminutivi, accrescitivi, peggiorativi e mi diverte coniarne di inusuali. Di sicuro a volte esagero. Porcaccina la miseriaccia.

PAROLE IN CORSO

Alla politica piace il lessico da battaglia.
Alcuni esempi celebri: assalto alla diligenza, legge truffa, carrozzone, pastetta, pateracchio, governo fantoccio, greppia e forchettoni

Non si parla che della improvvisa ritirata di Tremonti, e della imminente manovra. Sono due parole tra le tante che la politica ha preso a prestito dal linguaggio militaresco: reclutare (iscritti), venire allo scoperto, attacco frontale, far quadrato, ecc. Molto ha pure assunto dalla medicina: immagini di malattia (emorragia di voti), di pericolo, di morte, di drastiche cure (risanamento, terapia d’urto). Ed attinge dal linguaggio marinaro, poiche’ alla barca dello Stato tocca sempre di navigare in mari non facili, burrascosi, tra scogli e trabocchetti: cambiamento di rotta, maretta, piccolo cabotaggio. Ama gli alterati (ribaltone, decretone, leggina, stangatina, indultino), i quali, per la carica emozionale che vi s’immette, non tendono tanto a diffondere un’idea chiara e distinta, ma vogliono ottenere adesione, partecipazione, consenso. Caratteristica saliente del linguaggio dei politici e’ l’aggressivita‘: un lessico battagliero, che esprime le idee in modo vivace, acceso, animoso. E’ la polemica politica che ha coniato in passato parole di molta fortuna come assalto alla diligenza, del linguaggio parlamentare primonovecentesco (l’uso’ per la prima volta il presidente del Consiglio Salandra, 1915; in seguito Mussolini utilizzo’ in piu’ occasioni quest’espressione), legge truffa, carrozzone, pastetta, pateracchio, governo fantoccio, negli anni Cinquanta greppia, forchettoni, e ai tempi della guerra afgana tra l’armata rossa e i guerriglieri, l’appellativo provocatorio telekabul (anni ’87-’90) dato al gruppo dirigente e ai giornalisti della terza rete, quasi fossero rappresentanti del comunismo piu’ ortodosso, quello segui’to allora nella capitale afgana. La serie polemica e’ fittissima, costituisce la pars destruens, negativa e non propositiva. Non si attesta su registri ”medi” ma tende al conflittuale, al passionale. Difatti il politico e’ un linguaggio molto inventivo. Non a caso ospita tante intense parole d’autore: cattedrale nel deserto, di don Sturzo, stanza dei bottoni, di Pietro Nenni, convergenze parallele, di Aldo Moro, cavallo di razza, di Donat-Cattin, picconare, picconata, di Cossiga.