Pazzie assortite

In una fredda e umida mattina domenicale di fine gennaio – sono i giorni della merla, il gelo è previsto – finalmente faccio il punto della situazione.

La settimana è stata sgradevole, e se dico “sgradevole” è perché ho la tranquillità di sentirmi lessicalmente molto raffinata. Lunedì e martedì sono due giornate che mi riducono in poltiglia e poi mi trovo senza forze per tutto il resto della settimana. Durante una supplenza annuale, due anni fa, ho avuto lunedì libero e devo dire che mi piaceva parecchio, il lunedì è legato a così tante sensazioni negative che poter rimandare di un giorno l’inizio mi pareva sempre un sollievo e anche un po’ un bel “tiè” al resto del mondo che, brontolando e digrignando i denti, doveva andare incontro all’odioso inizio settimana.

Invece lunedì scorso sveglia alle 5.45, purtroppo c’era già Paranoia sparsa per la cucina che aveva deciso che io dovevo prima andare alla toilette e poi al bagno, o al contrario, non ricordo più, fortunatamente (voi sapete sì che in Teutonia una cosa è il bagno e una cosa è il cesso, no? Già questo fa dei teutonici un popolo di disgraziati, ma qui cerco di avere comprensione, perché la casa è un Altbau). Alle 6.41 tram. Alle 6.59 primo treno, un IC fortunatamente meno pieno della settimana precedente. Alle 7.49 Schnellbahn da Plochingen a Wendlingen. Alle 8.01 treno regionale fino a Roitlinga. E alle 8.30…bus? No, niente bus. Warnstreik, ovvero sciopero di avvertimento.

Mannò! Quando il viaggio è organizzato al minuto secondo, il minimo intoppo distrugge il domino, pensavo di avercela fatta quando sono arrivata di corsa alla fermata del bus, ma ovviamente non avevo idea dello sciopero. Questo è un altro svantaggio di abitare in un’altra città. Ho pensato di prendere un taxi, perché la scuola non è così lontana, purtroppo però sono quindici-venti minuti a piedi, anche a causa della salita non dolcissima per il primo tratto. E io come sempre avevo una quantità di carta sulle spalle che non favoriva l’ascesa. Ma poi ho visto un bus arrivare, vuoi vedere che esistono i crumiri* anche qui? Salgo e accidenti, restiamo bloccati dentro il mezzo a due passi dalla fermata successiva a causa delle manifestazioni degli scioperanti, perché l’autista non ci può far scendere in mezzo alla strada (ovvio, se ci becca un’auto, commenta una snervata passeggera, poi ne risponde lui). Io intanto telefono e parlo con la vicepreside, che avverta per favore l’insegnante con cui dovevo cominciare quel giorno. Sì sì, fa lei. Infine, una volta liberati dal bus, tra pezzi a piedi sotto la pioggia (e l’ombrello l’avevo lasciato a Ulma) e un bus preso al volo, arrivo con mezz’ora di ritardo e la faccia della maestrucola è un inceneritore naturale. Perché solo dopo vengo a sapere che la vicepreside si è dimenticata di avvertire e si sa, in Teutonia il ritardo è di per sé peccato capitale, se poi nemmeno ci si premura di avvertire, tanto vale suicidarsi prima.

Con simili presupposti e dopo aver lavorato senza interruzioni fino alle 17.30, quando sono arrivata a casa, verso le otto di sera, non avevo sicuramente voglia di sentire le lamentele croniche di Paranoia e l’ho evitata. Credo che per lei , la quale vede congiure e intrighi ovunque, sia stato il segnale che ero passata dall’altra parte della barricata o chissà cosa, fatto sta che il nostro rapporto è vistosamente precipitato. Per tutta la settimana si sono accumulati problemi, nottate con scarso sonno e di pessima qualità, fastidi fisici e Paranoia si deve essere convinta che io ce l’abbia con lei. Il che non è del tutto inesatto, ma semplicemente non avevo più voglia di sentire altri flussi negativi anche finito il lavoro.

Martedì è stato relativamente leggero, senonché mi è saltato in mente di fare la paladina del terroncello che seguo e cui dovrei insegnare tedesco in supporto alla docente della Vorbereitungsklasse, una classe dove vengono raccolti tutti gli stranieri che arrivano alla scuola e vi si insegna tedesco e quel poco di matematica basica, orari ridotti (iniziano quasi sempre alla seconda ora e alla quinta di solita hanno finito), a me pare una pacchia, ma i miei due siculi è già carcere duro ex art. 41-bis comma 2. Il terroncello è stato beccato, grazie a un simpatico e ben rodato sistema di avvertimenti incrociati, insomma, una altezzosa e alta tirocinante delle elementari ha fatto la spia, al di fuori del cortile scolastico. Nota con punizione seguente:  restare nel pomeriggio e aiutare l’Hausmeister. È interessante il sistema delle punizioni teutoniche che per ora riesco a cogliere solo a sprazzi: Strafarbeit del tipo scrivere trenta volte frasi insulse come “Non devo disturbare continuamente a lezione”

oppure nachsitzen che il dizionario traduce con “restare a scuola per castigo” (pensa te, una parola del genere quasi me l’ero dimenticata, castigo**!), ovvero restare oltre l’orario scolastico, ma non so ancora a far cosa, oppure appunto dover tornare nel pomeriggio a fare lavori indicati dall’Hausmeister.

Dovrei aprire una parentesi sull’Hausmeister. I miei due siculi lo traducevano con bidello, ma sorry, è troppo poco. È vero che lo strapotere delle bidelle nelle scuole italiane meriterebbe trattati sociologici, ma un Hausmeister è una specie di deità scolastica, è il padrone di fatto della scuola. È colui che assolutamente non pulisce, ma ripara danni se ci sono e soprattutto è il custode, quello che possiede tutte le chiavi, quello cui bisogna andare in atteggiamento debitamente gentile e riguardoso per farsi concedere la possiblità di usare le aule, cui bisogna dichiarare nome, cognome, indirizzo e numero di telefono e quello da cui spesso noi disgraziati insegnanti gratis di italiano dipendiamo per riuscire a fare partire un corso. L’Hausmeister è dipendente della città, ha determinati orari e può essere più o meno malleabile (è “colante”, kulant…***), quindi dare il permesso di usare la scuola anche se lui non c’è o fare l’assertivo e dire che a una certa ora devi essere raus, fuori, e non ci sono santi.

Ma per tornare al mio inutile impegno per persone poco utili. Il ragazzino si è lamentato con me asserendo che, essendo già stato beccato una volta, la lezione l’aveva imparata e che questa volta non era vero che fosse al di fuori del cortile. Ho cercato di fargli capire che non potevo fare molto, soprattutto per il fatto che non ero presente e non potevo dire niente. Ma le sue insistenze erano tali che gli ho voluto dare la possiblità di parlare con la professoressa per tramite mio (vedi che brutto essere afasici in un paese straniero e sentirsi in balia). Il risultato non è stato esaltante, l’insegnante si è definitivamente inalberata e avrà anche pensato di me che sono davvero della stessa pasta infida e insulsa dei due poveri terruncelli. In verità io volevo solo evitare che il ragazzo passasse dall’entusiasmo iniziale per la scuola, già in fase di calo, all’avversione totale, perché se inizia a odiare anche questa scuola, è bello che spacciato. E infatti… Ma vedremo.

Mercoledì la goccia che ha fatto traboccare il mio vaso turco: questa Arbeitsgemeinschaft è da chiudere. Peccato che non riesca a trovare qualcosa per rimpiazzarla, nonostante stia tramando da almeno dieci giorni con alcune mezze italiane ulmensi molto brave che potrebbero darmi il destro di creare un altro corso. Quando la cosa arriverà al capo, scoppierà una bomba. Ma sono così stanca di questa gente che per quel che mi riguarda potrei anche licenziarmi seduta stante.

Giovedì e venerdì sono stati abbastanza normali, ma le ombre di questi corsi malconci e tutta la fatica accumulata nei primi due giorni della settimana, oltre ai malesseri fisici, hanno lavorato molto contro il mio buonumore. Hitlera è via da giovedì per un qualche corso nella Frisia orientale, Paranoia l’ho vista ieri sera ma poi è sparita sbattendo la porta e senza salutare, dopo essersi informata se era passato il suo alleato nella WG, ovvero quello che mi ha preceduto, T., uno spilungo di due metri che è passato ieri e ha cercato, pure lui, di aizzarmi contro Hitlera che definisce una “sociopatica”, ma io non ci sto, gliel’ho detto, e spero che abbia colto il sottotesto: Ma mi lasciate in pace con le vostre insopportabili beghe?

Certo che questa è una WG di pazze. Sentenziò la pazza italiana.

* crumiro
dal francese kroumir, e questo dall’arabo volgare Khrumīr ( dall’arabo classico Khumair,, nome degli abitanti della regione tunisina della Crumìria, noti soprattutto per le loro scorrerie; il termine fu usato per la prima volta, in Francia in segno di disprezzo per gli operai che accettarono di lavorare nonostante l’ordine di sciopero (da)

** castigo
Se l’idea è che il castigo renda casti, a scuola non ci siamo affatto, neh.

*** kulant
Questa parola mi diverte e soprattutto non penso di averla mai usata prima di averla sentita dire da una che mi avrebbe volentieri affittato un appartamento carinissimo a Bad Cannstatt, che diceva che il padrone di casa era molto kulant. I dizionari lo riportano come linguaggio economico, ma evidentemente l’uso è anche quotidiano.

kulant adj com
1 (entgegenkommend) {GESCHÄFTSPARTNER, KAUFMANN} accomodante, condiscendente, compiacente, elastico: kulante Zahlungsbedingungen, condizioni di pagamento oneste
2 (annehmbar) {PREIS} accettabile, onesto.

Etimologia: kulant viene dal francese coulant, fluido, liquido, ma anche flessibile,  sciolto, cortese, dal latino colare.

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Venerdì

Venerdì le forze sono già ridotte al lumicino. E oggi, per tornare agli insani ritmi pre-vacanze, quando infilavo ogni giorno almeno una o due camere da visitare (perché io cerco sempre e ancora casa, e a Ulm), ho appuntamento alle undici con una coppia di anziani signori, conosciuti per tramite di un’altra dama che avevo incontrato per vedere il suo appartamento da affittare (ha tutta una palazzina in centro a Ulm, la dama, palazzina comprata dal nonno o bisnonno. La cosa non è andata a buon fine, come al solito perché non ho saputo mentire bene sulla durata del mio soggiorno. D’altronde, l’appartamento veniva affittato completamente vuoto, persino le lampade avrei dovuto comprarmi, e questo è francamente un po’ troppo sia a livello di spesa che di tempo). La sorella della moglie è passata a miglior alloggio, leggi: ospizio, e loro cercano di affittare l’appartamento. Lo fanno da veri signori, i primi veri signori che io abbia conosciuto qui in Germania: senza fretta, senza brame venali, con una cortesia di altri tempi. Mi vengono a prendere in auto alla stazione e mi portano poi a Söflingen, il quartiere di Ulm dove si trova la scuola in cui lavoro nel pomeriggio. Chiacchieriamo pacificamente del più e del meno. Di affitto mi chiedono per un appartamento di 74 mq quanto altri sono capaci di chiedere per una cameretta di 10 o quanto una infida collega è capace di chiedere per un loculo asfittico e umido. Ovviamente l’inghippo c’è: è sull’Eselsberg, un po’ fuori rispetto al centro, bel collegato ma ormai speravo nella camera centrale, speravo di ridurre drasticamente il tempo passato sui mezzi pubblici…

I corsi del venerdì vanno bene. Tenendo conto delle premesse, dell’utenza e di tutti gli annessi e connessi (età della stupidera, voglia scarsa da parte dei ragazzetti, una certa inesperienza dell’insegnante) vanno bene. Posso conchiudere felicemente la settimana. Senonché nel mio retrocervello sempre ingombro so che ho quella gatta da pelare del giovedì…Ma cerco di non pensarci. Lo farò domani. Domani è un altro giorno, penso mentre entro nella brutta stazione di Ulm con il suo corredo di beoni, barboni e punkoni, gli sputi per terra, la scomposta folla del venerdì sera di persone che – beate loro – vanno a casa con il loro valigino.

Io arrivo all’ostello verso le otto e mezza, dopo essere passata al volo al Rewe di Marienplatz, perché non ho più olio. E senza olio un’italiana che fa?!

Bilancio della settimana tipo in questo periodo.

Vivo a Stoccarda e lavoro due giorni a Reutlingen e tre a Ulm, dunque in una settimana mi faccio circa 720 chilometri di treni, ne prendo ben due al giorno. Poi prendo dieci volte la metropolitana, quattro volte il bus, sei volte il tram. Mi trascino dietro palate di libri, fotocopie, immagini, giochini, registri e scartoffie, dato che non ho una sede fissa ma lavoro in quattro scuole diverse, facendo almeno tre tipi di lezioni. 1. Tandemunterricht: una bella formuletta per dire “sostegno”, e per sovammercato, sostegno a livello di scuola primaria (quando chiedevo di insegnare inglese alle elementari, nisba, per questi inciuci invece lo spazio c’è). 2. Arbeitsgemeinschaften: corsi scelti liberamente in orario post-meridiano, in cui ho sia “italiani” che tedescofoni. Data la mancanza di obbligo, sono i cosi più rognosi (ma l’ho capito troppo tardi), perché i ragazzetti vengono e non vengono e quindi ogni volta o quasi si ricomincia daccapo, non annullano l’iscrizione, quindi è impossibile capire con quante persone effettivamente si sta lavorando, il clima è spesso quello dello sfrenato nullafacentismo e a volte i livelli sono così crassamente disomogenei che anche lavorare per gruppi è un incubo. 3. Corsi di lingua e cultura italiana, riservati ad alunni di origine italiana. E questi meritano tutto un discorso a parte che farò.
Senza contare che mi sono inventata preparatrice ai corsi CILS dell’Università per Stranieri di Siena – acquistando libri a miei costi, ovviamente – per coloro che desiderano le certificazioni ulteriori rispetto a quelle previste da accordi tra l’ente prestigioso per cui lavoro e il Baden-Württemberg, il prestigioso Land in cui opero.

Se non esco pazza prima di Natale, sono brava.