I succhi di frutta si fanno con la frutta marcia

In una giornata come oggi, poco differente dalle altre di questa lunga vacanza pasqual-elettiva, per una combinazione di cose mi torna in mente un passo del libro che ho letto qualche giorno fa:

E parliamoci subito chiaro, alfabetizzato, due cose vanno bandite per galleggiare all’inferno laico. Vergogna e morale. Se invece li possiedi, questi due scellerati difetti, allora è meglio che ti organizzi due stanze a Catanzaro o a Selva di Val Gardena. E tiri a campare dentro la truce quotidianità tutta somigliante a se stessa. Se si possiede vergogna e morale, si soccombe come le pere Spadone sotto al sole rovente. Buone per i succhi di frutta”.

“I succhi di frutta si fanno con la frutta marcia, che non lo sai Tonì?” (Roma, 11 novembre 1988, Lello Lepore, alias Percoca, imprenditore agro alimentare di un certo rilievo, a Tonino Paziente, fuori una rinomata pizzeria.)

P. Sorrentino, Hanno tutti ragione, Feltrinelli, Milano 2010, p. 293

Se non Catanzaro o la Val Gardena, vanno benissimo anche le due stanze da queste parti, sempre in culo al mondo siamo. Mentre gli altri avanzano, privi di vergogna e di morale.

Bernhard dixit

Solita serendibity googlatoria, cercando tutt’altro:

Ein übersetztes Buch ist wie eine Leiche, die von einem Autobus bis zur Unkenntlichkeit verstümmelt worden ist. Übersetzen ist eine fürchterliche Art des Dienens.
Thomas Bernhard, cit. in: “Zeitschrift für Kulturaustausch”, 4, S. 563, 1986.

Un libro tradotto è come un cadavere che sia stato mutilato da un autobus al punto da risultare irriconoscibile. La traduzione è una spaventosa forma di servitù.
(neretto e traduzione miei)

P.S. Ridi e scherza sono già passati vent’anni dalla morte del brontolone kakaniko. Mi pare ieri che si diceva, magari esce un tema su Bernhard, visto che è morto da poco. O su Dürrenmatt.

Cospetto!

La nostalgia, tinta sempre di satira, dei nonni umbertini trova però l’espressione più felice nel vocabolario approntato da Longanesi. Capace di trasformare in archeologia il linguaggio persino degli anni venti, allorché, ritagliando brani giornalistici, cronaca politica, annunci matrimoniali o ricette di cucina, era riuscito a fissare i contorni di un tempo da poco trascorso (nel numero monografico Dopoguerra, settembre-ottobre 1938), ha certo miglior gioco con i luoghi comuni della Terza Italia. Cosa sopravvive di quel linguaggio? Le esclamazioni per esempio: Caspiterina! Cospetto! Cribbio! Buon Dio di Francia! Perdirindina”… e i latinismi Frangar non flectar, Busillisi, Fate vobis, More solito, Non plus ultra, Bononia docet, Per aspera ad aspra, Vis comica… oppure i prestiti della vicina Francia: Escamotage, Farceur, Fisique du role, Livresque, Va sans dire… Quindi i connotati del muliebrismo: Chioma fluente, Collo niveo, Denti eburnei, Labbra tumide, Occhi vellutati, Pallore spettrale… insieme con ogni sorta di luogo comune. Modi di dire: La mosca al naso, Le stanche membra, Non ho parole, Modestia a parte, Sotto mentite spoglie, Spremersi il cervello, Volere o volare…, poi Araba fenice, Spada di Damocle, Ultima Tule, Umbria Verde, Abruzzo forte e gentile…; coppie obbligate aggettivo-sostantivo: Amare lagrime, Caso patologico, Fede adamantina, Fato ineluttabile, Gioia ineffabile, Grassa risata, Incipiente pinguedine, Ingegno enciclopedico, Meditazioni vagabonde, Mente indagatrice, Nobile gara, Ridda vertiginosa, Raggio vivido, Pallida idea, Voli pindarici… e locuzioni metaforiche di cui si fornisce un elenco interminabile che vale le caricature longanesiane: Colpo d’ala, Irto di difficoltà, Mare d’ametista, Nuovo di zecca, Pozzo di scienza, La voce della passione, Lo strazio dell’anima, Le scorie del passato, La luce di un sorriso, Le vette del pensiero, Il richiamo dei sensi, Il filo della vita, Il fiore carnale, Il tumulto delle passioni, Offrire il fianco alla critica, Trascinati dal vortice, Una sentina di vizi

Da M. Andreoli, Leo Longanesi, Il Castoro, 1980, p. 68 segg.