Sommer 2009: Fazit

Baba Kakanien 2009.

Con il passare degli anni le estati kakanike mi sembrano sempre più veloci, anche quando sono in effetti lunghe e pesanti come quest’anno. Quella del 2009 è stata pesante, ma ricca di soddisfazioni dal punto di vista del lavoro (insegnamento; l’altro lavoro, una serie di ridicolissime vicissitudini poco fruttuose).

Tormentoni dell’estate 2009:

“Sai, capisci” – un evergreen che si rinnova di anno in anno, sempre efficace, detto in tono ansioso e ansiogeno. “Sai capisci” va completato con il nome delle figlie bisognose di cure costanti (sai, capisci, la Emma, devo stirarle le camicie, sai capisci, la Alda, devo farle da mangiare)

“Abbi pazienza” – con accento parmigiano, vocali allargate e tono sprezzante-condiscente. Nato da una sigaretta mal spenta (da me) nel ristorante Landhaushof, seguito da “si spegne da sola”, è assurto a factotum nei momenti problematici

“Oh na nie” – breve il primo (oh na), lungo il secondo (niieeee), da una barzelletta della Frau Chefin (Treibst du Selbstbefriedigung?  -Oh na, niee) e ripetuto da me come mantra ridanciano

Di negativo
La magione estiva peggiora di anno in anno, questa volta è stato difficile riposare decentemente, aumentano i rozzissimi giovanotti puzzoni e facili a birra, schiamazzi e stupefacenti vari.
L’annoso problema del test di piazzamento e della mancanza di lavoro collegiale continua, continua…

Di positivo
Dopo due estati contrassegante da infreddature pesanti, finalmente non mi sono ammalata, yuhu.
Buon numero di corsisti, buoni gruppi (qualche problemuzzo con il terzo), persone cordiali e vivaci, e anche dei bellissimi regali per l’insegnante: una Kirchtagstasche Pleamle, fantastica, e un bellissimo set di Schmuck rosso. Supernette KursteilnehmerInnen!

Tempus edax rerum

Una volta una collega di una vita fa, che in effetti parlava inglese con grande disinvoltura, raccontò di un certo corso di inglese che aveva frequentato in Inghilterra. Sorridendo richiamava alla mente quella volta che gli italiani, di solito i brocchi della classe, riempirono di stupore l’insegnante risolvendo alla perfezione uno degli esercizi più difficili.

L’esercizio altro non era che una sequela di quelle parole difficili, big words, che per i figli prediletti del latino sono bazzecole (nella lingua patrum, invece, i phrasal verbs non c’erano, purtroppo).

Mi è tornato in mente leggendo la parola del giorno del Merriam Webster:

edacious

1: having a huge appetite : ravenous
2 : excessively eager : insatiable

Example sentence:

Fiona, an edacious reader, completed a book every few days and usually had begun her next one before she had finished her last

“Tempus edax rerum.” That wise Latin line by the Roman poet Ovid translates as “Time, the devourer of all things.” Ovid’s correlation between rapaciousness and time is appropriate to a discussion of “edacious.” That English word is a descendant of “edax,” which is in turn a derivative of the Latin verb “edere,” meaning “to eat.” In its earliest known English uses, “edacious” meant “of or relating to eating.” It later came to be used generally as a synonym of “voracious,” and it has often been used specifically in contexts referring to time. That’s how Scottish essayist and historian Thomas Carlyle used it when he referred to events “swallowed in the depths of edacious time”.