Intelligenzbestie

La parola del giorno del Duden (forse quella di ieri, il referrer funziona in modo buffo):

In|tel|li|genz|bes|tie, die (ugs., oft scherzh. od. abwertend): ungewöhnlich intelligenter Mensch: er, sie ist eine Intelligenzbestie.

Una “bestia dell’intelligenza”. Un’intelligenza bestiale. Mostro di intelligenza. Ma dato il periodo, ho googlato per vedere se non esista anche l’antinomico Dummheitsbestie, ma la ricerca non è andata a buon fine.

Ieri in prima volevano sapere come si dice “impedito”. Non esiste una traduzione uno a uno, faccio sapere, mentre rimesto nel cervello e trovo un tollpatschig da me molto amato, ma poco consono. Ma come si dice. Usate quel che già sapete, blöd, doof, non lo sentite, doooof, allungo la vocale, faccio le smorfie e spero nell’onomatopea. Ma non sono comunque parole offensive, è come dire cretinetti, stupidino, imbecillino.

Imbecillino. Penso che l’azzurrocchiuto M. stia ancora ridendo.

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Deutsch oder Italienisch?

– Prof!!
No prof!
– Sì…fraulerin
Dimmi
– Ho dimenticato il quaderno…
E io il libro.
Io non ho fatto i compiti.
Io ho sbagliato a copiare l’orario.
Io non trovo le fotocopie.
Io ho sbagliato quaderno.

Ok, oggi sarò ancora malleabile, ma dalla prossima inizio con le segnalazioni.

Pro…no, frau leriri, cosa vuol dire malleabile?

Il cuore sulla copertina

La copertina del libretto bianco reca un’insegna a cuore, sullo sfondo grattacieli grigi. Forse segnala al passante un localaccio di varie libidini. Se la copertina è la chiave al libro, io devo ancora infilarla nella toppa, ma  anche senza sbirciare dal buco so che questo cuore è rosso come l’allarme.

C’è già un tempo vagamente settembrino, sole svarechinato e ein Hauch Traurigkeit, un tocco di tristezza come orecchini di cattivo gusto. Due giorni fa, però, il lago era un incanto. Domani è l’ultimo giorno del corso di italiano a kakanici, i certificati e i moduli di gradimento aspettano dentro la loro busta, per l’ennesima volta posso riporre passato prossimo/imperfetto, sistema pronominale e imperativo, attività ludiche e comunicative, induzione e sopportazione. Il capo ha fatto il bonifico e s’è pure sbagliata nei conti, dandomi più euro del dovuto;  in Italia il sistema scuola si sommuove, ruttando nomine per tappare qualche buco che difficilmente parlerà tedesco.

Mia madre mi scrive timidi sms “Quando torni?”. La Maria Luigianesca città, invece, mi sembra così lontana, come se non ci avessi mai abitato. E forse è proprio così.

Ogni partenza porta pacchi e pensieri.

Tifa con noi!

Temo che a volte nell’insegnamento dell’italico idioma mi manchi un po’ di entusiasmo.

Non l’entusiamo per la lingua, quella c’è, fortissimo, ma per l’Italia. Non riesco davvero a convincermi che il Bel Paese sia quello per cui smaniano letteralmente tre quarti dei corsisti: ragazzine invaghite dei maschi italiani, perché sono “tutti bellissimi” (uhm…), matrone innamorate dell’arte, nonne pazze per la cucina italiana e via decantando.* Allora cerco di fingere, di recitare. Preparo materiale sulle Olimpiadi e faccio il teatrino della tifosa azzurra. Guardate come siamo bravi, 8 medaglie, e le donne poi, scherma, judo…

Poi leggo che queste stesse donne s’attaccano come pidocchiette alle tasse e mi cade anche il simil-teatrino. E poi leggo delle comode prigioni della mia cara Maria-Luigianesca città, dell’amore per il lavoro dei dipendenti delle ferrovie (e poi qualcuno osa dire che il provvedimento è troppo duro?)…

Entro domattina devo trovare qualcosa per rimettermi in faccia il cerone dell’italiana spensierata. E magari anche una parrucca tricolore.

* In verità c’è sempre anche qualcuno che pone domande imbarazzanti del tipo: “Che ne dici di Berlusconi? ” “Cosa pensi del sistema sanitario italiano (!!)?” Rara avis, comunque.

Bucato

Non pneumatico bucato, ma fare il bucato. Nei giorni scorsi si ripassavano i lavori di casa (argomento che ha riempito di gaudio il ragazzo laureato in economia, come è immaginabile) e, a parte chiarire in modo efficace la differenza tra cucinare e cucire che allignava in ogni corsista, è uscito “fare il bucato”.

Insegnare l’italiano a stranieri produce un effetto straniante molto utile: nel momento stesso in cui enunciavo l’espressione, mi sono chiesta pure che cavolo volesse dire fare il bucato?!?

bu|cà|to
s.m. AU
1 pulitura di panni e biancheria fatta in casa con acqua e sapone o in lavatrice: sapone da bucato, un bucato rapido, efficace | preceduto dal verbo fare, lavare: fare il bucato, fa il bucato una volta alla settimana
2 l’insieme della biancheria da lavare o già lavata: stendere, stirare il bucato.
Polirematiche
di bucato loc.agg.inv. CO appena lavato: lenzuola, camicia di bucato.

Il Pianigiani online spiega che un rapporto con i buchi esiste davvero: le donne di campagna lavavano i panni “in un tronco d’albero smidollato e bucato dal tempo”. Non proprio come l’oblò delle nostre lavatrici.

NB Il ranno è la liscivia.

Gionata

Gionata, chiamiamolo così. Fulvo, efelidi sul viso pallido, occhi di vetro chiaro, alto e di robusta asciuttezza, cammina dritto e rigido, come se contasse i suoi passi, e forse lo fa anche. Avrà quarant’anni, ma è difficile dire quale versione sia. Perché Gionata potrebbe sembrare un normale svedese adulto in soggiorno in terra kakanika; invece è un androide.
Gionata lo ebbi come allievo nel 1999 o forse 2000. A dire il vero oggi, durante la pausa, mi stava per enunciare l’anno, i giorni e l’ore, ma devo essermi distratta perché l’ho già dimenticato. Uno svedese che va in Kakania a imparare italiano può suonare bizzarro, ma occorre tener conto che Gionata è un androide e le sue scelte non risentono di stereotipi, colpi di testa o capricci, come potrebbe essere per un umano allorquando decidesse di frequentare un corso di lingua all’estero. Gionata studiava già il tedesco, e venuto a sapere, ovvero giuntogli l’input, che nel luogo dove aveva già frequentato un corso di lingua teutonica, si offrivano anche corsi di italiano calcolò rapidamente il raddoppiamento dei benefici (studio italiano + parlo tedesco) e se ne venne in terra kakanika a studiare la lingua del dolce sì. Non ricordo molto di quel corso, a parte il fatto che io arrivavo sempre con venti o anche trenta minuti di anticipo in classe, lo trovavo già lì seduto a ripassare qualche regola e a dirmi, con quel suo sorriso che non sa essere simpatico (mai visto un androide sorridere simpaticamente?): «Se (If) arrivi così presto, allora (then) non sei italiana».
Quando Gionata parla, scandisce le parole con esattezza e minuzia, senza fare alcun errore. Lo diresti imparentato con Hall 9000, ma non sono sicura che si tratti di software analoghi in qualche modo. Ogni pausa serve al computer centrale per calcolare esattamente fonetica, morfosintassi e lessico. Soltanto la feature “intonazione” non è ancora stata sviluppata per il modello di androide Gionata, il quale parla con la stessa vivacità del frinire di cicale sotto il solleone. Probabilmente la similitudine induce però a immagini solari e quindi è del tutto sbagliata. Ci ripenserò.
L’avevo già visto due giorni fa a colazione, ma ho fatto finta di essere assonnata e distratta; lui, d’altronde, era intento nella programmazione Kaffee-Semmel-mit-Wurst-und-Gürkchen (caffè-panino-con-prosciutto-e-cetriolini) e non mi ha notata. Ma oggi, durante la pausa, il collega istrione ha avuto la bella pensata di portarmelo direttamente. «Ilsaaa, guarda chi ho qui! Ho visto Gionata e gli ho chiesto: ‘Ma Ilsa l’hai vista? Nooo? Vieni che siamo in pausa’». La piega del mio sorriso sarebbe stata significativa per qualunque essere umano, ma fortunatamente, oppure sfortunatamente, Gionata non è stato programmato per comprendere gestualità e mimica facciale.
«Uhhh, Gionata, ciaooooo! Come stai? Che bello rivederti! Sei sempre più alto!»
«Non credo. Sono alto come l’anno scorso.»
«…Sarò io che sto diventando più piccola?»
[Collega istrione] «O forse sono le tette che ti stanno abbassando?»
Ho lanciato un’occhiataccia al collega. Non perché fra di noi non si dica questo becerume spensieratamente, ma gli androidi non sono predisposti per afferrare, né tanto meno gradire, lazzi e frizzi.
Infine, mentre Gionata andava acribicamente spiegando che secondo lui l’italiano è simile al francese e stava per esporre i risultati del suo programma di confronto linguistico, snocciolando numeri («Secondo me — ci sono — 80 verbi—»), è sopraggiunto un corsista dell’altra collega, quella che passa i pomeriggi in modo più variegato di me, e collega istrione e io abbiamo colto la palla al balzo per far conoscere i due e battercela in ritirata.

La categoria docente

E’ vero che questi sono corsi estranei alla famigerata scuola pubblica, ma ho sempre notato alcune costanti della classe docente.

Stamane è stato “somministrato” (tipo medicina, già) il test di ingresso, test di piazzamento, quel che volete voi, Einstufungstest. Ogni volta fatto più o meno empiricamente, a seconda dell’impegno del collega di turno; questa era la volta meno buona e il test non brillava per correttezza scientifica. Il problema di valutare e suddividere in gruppi una ventina di persona in due ore, sotto lo stress dei tempi stretti, è probabilmente l’unico aspetto che odio di questi corsi.

Perché poi per me il test dura due giorni; ho passato il pomeriggio e ora anche la sera a rimuginare su test scritti, orali, libri di testo e possibili variazioni nei gruppi entro domani; a preparare strisce di cartoncino con l'”italiano in classe”; a paragonare edizioni diverse con tanto di tabelle; a studiare i risultati del test sugli stili di apprendimento; a leggere manuali dell’insegnante; a valutare canzoni da utilizzare ecc ecc.

Intanto la collega è uscita a fare shopping con la figlia; a fare canottaggio sul lago con l’amica; e ora sta a un concerto di musica classica su un ameno lago a circa cinquanta chilometri da qui.

Qui qualcosa non mi torna. (Io non mi torno!)