Sfruconando nel web

Nel Bell’Antonio c’era pure questo verbo, sfruconare:

p. 93 Si alzò, andò allo scrittoio e si mise a sfruconare l’apparecchio del telefono.

SFRUCONARE
BU 1 colloq., gerg., frugare con le dita, un bastoncino o un apposito strumento in un condotto allo scopo di pulirlo o disintasarlo 2 fig., pungolare, tormentare (De Mauro online)

Sfruconando appunto nel web, ho fatto una bella scoperta: il DOP, ovvero il Dizionario italiano multimediale e multilingue d’Ortografia e di Pronunzia, Provvisorio e incompleto, come viene specificato, sul sito della Rai, a cura di (qui).

Ma che meraviglia! Hai un dubbio di pronuncia, cerchi la parola, clicchi e te la ascolti. E poi c’è un’antologia di cinquantatré testi in lingua italiana da ascoltarsi, da Compiuta Donzella a Mario Luzi. Qui per esempio il brano in lode all’alfabeto, questi bei “venti caratteruzzi sulla carta”, di Galileo.

PS Il DOP è assai utile quando si conoscono delle book words:

Book word = a word learned solely or principally from reading and often understood without knowledge of its customary pronunciation (dalla newsletter del Merriam-Webster di maggio)

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Job

Ovvia parola del giorno quando il calendario segna 1 maggio. In inglese job ha statuto pieno:

job
[vc. ingl., propr. ‘lavoro’; 1942]
s. m. inv.
1 Posto di lavoro, occupazione, impiego | Mansione, compito esplicato nell’adempimento di una prestazione lavorativa | (econ.) Job sharing, divisione di un lavoro a tempo pieno in due o più lavori a tempo parziale | (econ.) Job on call, tipo di contratto per cui un lavoratore, in cambio di una indennità di disponibilità, può essere chiamato al lavoro in qualsiasi momento nell’arco di tempo stabilito dal contratto stesso | Job placement, avviamento al lavoro, spec. di neolaureati o studenti universitari | (org. az.) Job rotation, l’alternarsi di dipendenti in diverse mansioni; la sostituzione temporanea di dipendenti impegnati in corsi di formazione con lavoratori disoccupati.
2 (elab.) Unità di attività definita da un utente e destinata a essere svolta da un elaboratore. (Ragazzini, Zingarelli)

In tedesco vale lavoretto. Na ja.

Job (britisch [ˈdʒɒb], amerikanisch [ˈdʒɑːb], deutsch [ˈdʒɔp] oder umgangssprachlich [ˈʒɔp]) bezeichnet

in der Umgangssprache (allerdings zunehmend auch amtlich, siehe z. B. Jobcenter), einen  Arbeitsplatz, eine  Stellung, eine  berufliche Tätigkeit, eine (vorübergehende) einträgliche Beschäftigung zum Zweck des Gelderwerbs; eigentliche Bedeutung ist das Ausüben einer niederen Tätigkeit zwecks zusätzlichen Gelderwerbs, etwa der Verteilung von Werbeprospekten am Wochenende. (Wikipedia)

Gorge

gorge
n.
1 gola (fra monti); burrone; orrido; forra
2 (anat.) stomaco
3 (archit., mil.) gola
4 (fam.) abbuffata; mangiata; scorpacciata
5 massa; blocco: an ice gorge, un blocco di ghiaccio
6 (naut.) gola, scanalatura (della puleggia)
7 (antiq.) gola; gorgia
· to cast the gorge at, respingere con disgusto,  to make sb.’s gorge rise, far venire il voltastomaco a q.; dare la nausea a q.  My gorge rises at the thought of it, mi si rivolta lo stomaco solo a pensarci.

La parola di oggi mi ha fatto riandare immediatamente al soggiorno in New Zealand, e in particolare al 2 gennaio 2006, quando partimmo da Napier, abbattuti da un superbo wine tour che si è rivelato eccessivo per dei dilettanti dell’alcol, diretti verso Palmerston North, in un pomeriggio che preannunciava tempesta.

Siamo passati appunto per un orrido* (può parola essere più efficace?), il Manawatu Gorge, in maori Te Apiti, ovvero “il passaggio stretto”. Così pauroso l’orrido e così tesa io che non l’ho neppure fotografato. Quando finalmente siamo arrivati a un paesaggio più amichevole, ho però fotografato il wind mill di Te Apiti. Non c’è mai carestia di vento in Nuova Zelanda.

* orrido: 4 s.m. CO profonda gola rocciosa originata dall’azione erosiva di un torrente che vi scorre impetuosamente: l’o. di Foresto (De Mauro)

CC

Credo che ci siano abbastanza persone che già ora non sanno cosa voglia dire la sigla CC nella mascherina dei programmi di posta elettronica: CARBON COPY, copia carbone.

Ma presto, si dice in questo articolo de «La Repubblica», la carta carbone si estinguerà, soppiantata definitivamente dalle più moderne tecniche di moltiplicazione dei testi. E così finirà una storia di 200 anni:

La storia ce ne tramanda anche la paternità: Ralph Wedgwood, bel tipo d’inventore inglese che, nelle pause dei suoi sforzi di ricostruire la perduta lingua di Adamo, brevettò un meccanismo per produrre simultaneamente due copie identiche di un manoscritto: un sandwich di carbone fra due veline di carta, bisognava scrivere energicamente “a secco”, con una punta d’agata, e su una delle due copie il testo risultava ovviamente rovesciato, così bisognava leggerlo allo specchio, oppure in trasparenza. Ma era già un enorme progresso rispetto alla ricopiatura manuale. Ne regalò le prime copie all’amico Percy Bysshe Shelley, lo scrittore, che ne fece uso immediato ed entusiasta: la storia della carta carbone dunque non comincia con una fattura commerciale, ma con una poesia. O forse con una lettera d’amore, perché, come su tutte le invenzioni più fortunate, anche qui c’è una disputa di primogenitura, che ci riguarda: negli stessi anni infatti l’italiano Pellegrino Turri costruì e donò alla sua amante contessina Carolina Fantoni un aggeggio per la scrittura meccanica di cui non ci è giunto neppure un disegno, ma che certamente faceva uso di un foglio carbonato. L’innamorato Pellegrino aveva capito tutto: fu solo con la diffusione della macchina per scrivere, verso il 1870, che la carta carbone raggiunse il suo trionfo mondiale.

Cu*li idiomatici

Nell’austriaco “Standard” c’è un “Vocabolario dell’attualità”, a cura di un certo Christoph Winder, una raccolta – spiritosa – di “esemplari freschi dalla fiumana infinita di parole e frasi fatte”:

Winders Wörterbuch zur Gegenwart ist ein Work in Progress – Woche für Woche frische Exemplare aus der endlosen Flut der Wörter und Phrasen

Una delle “voci” riguarda un problema di traduzione circa quella parte del corpo laddove la schiena cambia nome: Deinen Arsch. Hinweis auf ein kleines Übersetzungsproblem. (Il tuo cu*lo. Un piccolo problema traduttivo)

Si sente spesso nei film americani doppiati, si è letto spesso nelle scorse  settimane nei giornali quando sono stati citati i poveri abitanti di New Orleans: che era ora che qualcuno muovesse “il culo”(nella fattispecie: gli aiuti dalla lontana Washington).

Come si sia arrivati a questa o simili formulazioni è presto detto: alla base ci sono frasi come “They should move their asses down here” che vengono rese alla lettera in tedesco.

Alla lettera, ma non bene: in “American Slang“, vocabolario dello slang americano a cura di Bernhard Schmid, uscito per i tipi di Eichborn, si legge che “ass” combinato con l’aggettivo possessivo non ha affatto quella connotazione volgare che si sente nella traduzione tedesca, ma indica semplicemente “persona”. Continua Schmid: “In frasi come ‘Get your ass over here’, ‘ass‘ significa nient’altro che ‘self’, il che rende ‘Arsch‘ in tedesco del tutto superfluo, soprattutto perché nella maggior parte dei casi non si tratta di frasi idiomatiche. ‘Mach, dass du herkommst‘ [Vedi di muoverti] sarebbe più che sufficiente.”

In altre parole: in futuro traduttori e redattori farebbero meglio a risparmiare un paio di culi ai loro spettatori e lettori.
[trad. mia]

E in italiano?

Rose commenta:

io sarei più d’accordo con wikipedia, v. alla voce “buttocks”:
Quite commonly phrases use the buttocks as a synecdoche for a whole person, but generally with a negative connotation. For example, terminating an employee may be described as “firing his ass”. One might say “move your ass” as an exhortation to greater haste or urgency. Expressed as a function of punishment, defeat or assault becomes “kicking one’s ass”. Such phrases also may suggest a person’s characteristics, e.g. difficult people are termed “hard asses”. People deemed excessively puritanical or frugal may be termed “tight asses”.
In italiano si potrebbe optare per un più scherzoso “chiappe”, dipende dal contesto. Certo, si può anche dire “vedi di sbrigarti”, ma non mi pare che sia proprio lo stesso…
rose

Ross commenta:

premesso che non so quanto volgare sia in tedesco, secondo me cu*lo in italiano può non essere così volgare, per esempio dalle mie parti (Torino) diciamo “spostare le chiappe” e non suona volgare ma colloquiale, e secondo me quando scrivono “move their asses”, oltre che colloquiale vuole essere anche un po’, come dire di sfida…
io credo che ci paiano comunque meno volgari le parolacce e le invettive nelle lingue altrui. Nella “mia” fattispece riguardo a quella parte del corpo, quando lo vedo scritto all’americana mi pare meno volgare che nello spelling inglese “arse”. Ma ovviamente deve trattarsi di una percezione personale!

Das ist ja Killer!

Altra espressione di ammirazione (lo dice la modella piatta quando vede il seno della modella bambola rifatta).

Frugando ho trovato tutto un “thread” sugli anglicismi in tedesco (DE), dove appunto si definisce “killer = das tollste“.

Ma anche un bel glossario di slang droga (DE): qui un Killer è “Zigarette mit hochwertigem Marihuana“, sigarette con marjuana di alta qualità.

E avendo la pazienza di spigolare in un forum, molte espressioni giovanili in tedesco (DE): Wörterbuch der Jugendsprache 2006, dove per esempio si dice che la pecora viene anche chiamata “maiale con il pullover” (Pulloverschwein: Schaf). Povere pecore.