Luridume

lurido
[vc. dotta, lat. luridu(m), da luror ‘colore giallo-verdastro’, di etim. incerta; av. 1498]
agg. * Disgustosamente sporco, sozzo, schifoso: vestito lurido | (fig.) Turpe, sordido, spregevole: gente lurida.

lurid
Etymology: Latin luridus pale yellow, sallow Date: 1603
1 a
: causing horror or revulsion : gruesome b : melodramatic, sensational; also : shocking <paperbacks in the usual lurid covers — T. R. Fyvel>
2 a : wan and ghastly pale in appearance b : of any of several light or medium grayish colors ranging in hue from yellow to orange
3 : shining with the red glow of fire seen through smoke or cloud

Mi parrebbe dunque che l’esordio dell’odierno articolo di Repubblica sia stato redatto un po’ di fretta:

LONDRA – Il padrone di casa del G8, il summit dei grandi della terra che si tiene la settimana prossima all’Aquila, ha “tanti luridi scandali” domestici: ma il più grosso dovrebbe essere il suo rifiuto di riconoscere i problemi economici dell’Italia. (da)

The host of the G8 summit, Silvio Berlusconi, faces many lurid scandals at home. But the biggest should be his refusal to accept the extent of Italy’s economic woes (da)

Illibata

In sé è una bella parola, liquide e labiali. Ma quando sento questa parola, mi viene da fare un salto sulla sedia. “Illibata“!

Dice un padre della neodiciottenne figlia (non importa poi tanto chi e in che contesto), mi pare di sentirlo calcare la “b”, allungare la penultima “a”:

Lo ha fatto con una intervista che ha deci­so di rilasciare in esclusiva, e alla presenza del suo avvoca­to, al Mattino. E ha stabilito che si dovesse aprire con una premessa: «Mia figlia è illiba­ta. Ricordatevi questa parola: illibata».

Questa parola si porta un mondo appresso, un mondo di oppressione e usurpazione della persona donna,  l’oggetto che si usa ma di cui va sbandierato lo stato integro, mai libata,  mai “gustata”, vendo su e-bay, nuovo, mai toccato, mai letto,  non ho tolto nemmeno il cellophane.

Libiamo, brindiamo.

Strike/Streik = sciopero

La mia personale parola del giorno.

Ne stavo scrivendo a un’amica kakanika e a un tratto ho pensato: ma lo streiken tedesco da dove cavolo viene? Dall’inglese, ovvio:

Das Substantiv wurde im 19. Jh. aus gleichbed. engl. strike entlehnt und zunächst auf englische Verhältnisse bezogen. Weitere Verbreitung in Deutschland fand es seit dem Streik der Buchdrucker 1865 in Leipzig, auch setzte sich jetzt langsam die eindeutschende Schreibung mit -ei- durch. Engl. strike gehört zum Verb engl. to strike die Arbeit einstellen, aus dem unser Verb streiken (19. Jh.) übernommen ist. Es bedeutet eigentlich streichen; schlagen usw. und ist mit dt. streichen verwandt. (Duden Herkunftswörterbuch)

L‘inglese, a sua volta…

“concentrated cessation of work by a body of employees,” 1810, from verb meaning “refuse to work to force an employer to meet demands” (1768), from strike (v.). Perhaps from notion of striking or “downing” one’s tools, or from sailors’ practice of striking (lowering) a ship’s sails as a symbol of refusal to go to sea (1768), which preserves the verb’s original sense of “make level, smooth.” Baseball sense is first recorded 1841; bowling sense attested from 1859. Meaning “sudden military attack” is attested from 1942.

Oggi, oggi no.

P.S. Per l’italiano cfr. qui.

Scioperare

Senza poter becerare in piazza, resta lo scioperare.

«Sciopero» (dallo “Scioglilingua” di De Rienzo)

La definizione più esatta (e attuale) di sciopero la dà lo Zingarelli. “Astensione collettiva da parte dei lavoratori, per raggiungere determinati fini d’ordine sindacale (economico o normativo) oppure sociale e politico”. L’etimologia è banale. La parola si forma dal verbo “scioperare” che viene dal latino parlato “exoperare”, dove “ex” ha valore negativo (non operare). Il termine è usato già intorno al 1284, ma nel significato di “togliere qualcuno dalle sue faccende”; nel senso d’oggi, entra nell’uso scritto verso la metà dell’Ottocento e viene catalogato dal dizionario di Petrocchi nel 1891. Prima, per esempio nei vocabolari toscani, continua a conservare un senso infastidito: “Levare chicchessia dalle sue faccende, facendogli perder tempo”. Nella letteratura alta (ma non impegnata) mantiene una sua cordiale svagatezza: “Piove / sul nulla che si fa / in queste ore di sciopero / generale”, scrive Montale in “Satura”. Ma se si spegne un po’ in prosa e poesia, questa parola nell’uso dà un fiorire di terminologia. Ed ecco accanto allo “sciopero generale”, quello “a oltranza” o “a tempo indeterminato”. Poi si prosegue con bizzarria. Lo sciopero può essere a singhiozzo, a catena e a sorpresa, può diventare bianco o selvaggio. Per non dire dello sciopero della fame e di altre forme fino a un malaugurato sciopero del sesso.

Bucato

Non pneumatico bucato, ma fare il bucato. Nei giorni scorsi si ripassavano i lavori di casa (argomento che ha riempito di gaudio il ragazzo laureato in economia, come è immaginabile) e, a parte chiarire in modo efficace la differenza tra cucinare e cucire che allignava in ogni corsista, è uscito “fare il bucato”.

Insegnare l’italiano a stranieri produce un effetto straniante molto utile: nel momento stesso in cui enunciavo l’espressione, mi sono chiesta pure che cavolo volesse dire fare il bucato?!?

bu|cà|to
s.m. AU
1 pulitura di panni e biancheria fatta in casa con acqua e sapone o in lavatrice: sapone da bucato, un bucato rapido, efficace | preceduto dal verbo fare, lavare: fare il bucato, fa il bucato una volta alla settimana
2 l’insieme della biancheria da lavare o già lavata: stendere, stirare il bucato.
Polirematiche
di bucato loc.agg.inv. CO appena lavato: lenzuola, camicia di bucato.

Il Pianigiani online spiega che un rapporto con i buchi esiste davvero: le donne di campagna lavavano i panni “in un tronco d’albero smidollato e bucato dal tempo”. Non proprio come l’oblò delle nostre lavatrici.

NB Il ranno è la liscivia.

Caserme d’affitto

Complimenti per la traduzione che si è insediata (Hegemann, Werner, La Berlino di pietra – Storia della più grande città di caserme d’affitto, Milano, Mazzotta, 1975). Or ora alla radio, il povero Marinone pensava a caserme militari, e ovviamente era disorientato.

Basta un qualunque vocabolario (tipo il DIT) per capire che l’aspetto militare è metaforico.

Mietskaserne f (-,-n) casermone m, alveare m.

Altre possibilità: caseggiato, casa popolare.

In sostanza, le Mietskasernen sono per antonomasia gli agglomerati abitativi costruiti durante l’epoca dell’industrializzazione tedesca, la cosiddetta Gründerzeit (metà XIX sec-crollo della Borsa nel 1873), per le fasce medio-basse della popolazione, operai e impiegati.

Il profumato etimologico Kluge mi dice da dove viene il tedesco Kaserne: un prestito dal francese caserne, a sua volta derivato dal basso latino casa con lo stesso suffisso di caverna. Ma forse c’entra pure il provenzale cazerna, gruppo di quattro persone (da *quaderna, a sua volta dal latino quattuor).

Cfr. qui.

Tu fa’ manichi e tu fa’ quartara

Naturalmente Il bell’Antonio ha anche una faccia linguistica parecchio siciliana (oltre che lo splendido viso di Mastroianni in copertina Mondadori: io amo Mastroianni!).

p. 118 Perché, invece di mandare làstime, non ringraziavo il Signore a lingua strasciconi per avermi dato un figlio così bello che le ragazze me lo mangiavano con gli occhi?

Siciliano làstima = lamento, fastidio, dallo spagnolo: làstima = pena, da Lessico del siciliano sul sito Linguasiciliana.org.

[NB ho trovato il termine anche in un Dizionario sardo-nuorese…]

p. 123 Sei bella come una rosa, di salute ne hai da buttarne, gli occhi verdi, i capelli neri di giaietto, la carne bianca come la tuma… eh, sembri fatta apposta per piacere ad Antonio!

tuma: il sito Formaggio.it dice che la tuma sicula è “un formaggio a pasta dura semicotta, a forma cilindrica con facce piane o leggermente concave, di sapore piccante. Prodotto con latte di pecora intero crudo con microflora d’origine naturale, pasta d’agnello usata come caglio. La prima salatura a secco è praticata a mano il giorno successivo alla produzione. Non richiede stagionatura.”

p. 126 Le assicuro che negl’imbrogli dei giovani, io non mi ci voglio immischiare! Loro si son fatto il manico e loro si facciano la quartara! Io non c’entro, non c’entro, non c’entro!

La quartara è un recipiente in terracotta, dalle antiche origini contadine, di medie dimensioni e fornito di due grossi manici nella parte superiore; molto simile ad una giara è stato per millenni utilizzato in Sicilia per trasportare e conservare acqua o vino. (Wikipedia)

Tu fa’ manichi e tu fa’ quartara, fai sia i manici che le anfore. (Di chi vuol fare tutto da sé), da Detti, proverbi, filastrocche e indovinelli su La vocecentrosicula.it.

Astuzia

Oggi nello spam, in mezzo alle pilloline blu, è finito questo annuncio:

PERSONALI ASTUTI DESIDERATI

Quando una cattiva traduzione è migliore di una adeguata. Se non sei astuto, dove pensi di andare?

Lo ribadisce anche l’etimologia:

Fonte: qui

Aggiornamento dell11 giugno 2008:

alla faccia dell’astuzia. A me pareva così grossolanamente palese che è una bufala da poterci scherzare su. Oggi sono arrivata a blog dove ho letto di candidi individui che hanno risposto, un po’ per fame, dicono, un po’ per curiosità, sostengono. Molto per ignoranza della lingua italiana, direi io. S’è mai visto personale (sostantivo collettivo) al plurale? S’è mai visto che si chieda palesemente l’astuzia in un annuncio?

CC

Credo che ci siano abbastanza persone che già ora non sanno cosa voglia dire la sigla CC nella mascherina dei programmi di posta elettronica: CARBON COPY, copia carbone.

Ma presto, si dice in questo articolo de «La Repubblica», la carta carbone si estinguerà, soppiantata definitivamente dalle più moderne tecniche di moltiplicazione dei testi. E così finirà una storia di 200 anni:

La storia ce ne tramanda anche la paternità: Ralph Wedgwood, bel tipo d’inventore inglese che, nelle pause dei suoi sforzi di ricostruire la perduta lingua di Adamo, brevettò un meccanismo per produrre simultaneamente due copie identiche di un manoscritto: un sandwich di carbone fra due veline di carta, bisognava scrivere energicamente “a secco”, con una punta d’agata, e su una delle due copie il testo risultava ovviamente rovesciato, così bisognava leggerlo allo specchio, oppure in trasparenza. Ma era già un enorme progresso rispetto alla ricopiatura manuale. Ne regalò le prime copie all’amico Percy Bysshe Shelley, lo scrittore, che ne fece uso immediato ed entusiasta: la storia della carta carbone dunque non comincia con una fattura commerciale, ma con una poesia. O forse con una lettera d’amore, perché, come su tutte le invenzioni più fortunate, anche qui c’è una disputa di primogenitura, che ci riguarda: negli stessi anni infatti l’italiano Pellegrino Turri costruì e donò alla sua amante contessina Carolina Fantoni un aggeggio per la scrittura meccanica di cui non ci è giunto neppure un disegno, ma che certamente faceva uso di un foglio carbonato. L’innamorato Pellegrino aveva capito tutto: fu solo con la diffusione della macchina per scrivere, verso il 1870, che la carta carbone raggiunse il suo trionfo mondiale.

Uccelli e tazze

Settimana pesante, è ricominciata l’università, sono tornate le corse, le attese, i test, gli inseguimenti, le fotocopie, Zettelwirtschaft, Wut e Freude. Roba da diventare matti.

Ecco, appunto, la mia prima pausa la prendo dedicandola alla pazzia. Leggo sulla newsletter del Duden la spiegazione della simpatica espressione “einen Vogel haben” (letteralmente, avere un uccello) per indicare qualcuno che (De Mauro) “è più o meno gravemente menomato nelle facoltà intellettuali; malato di mente, pazzo, folle”.

einen Vogel haben
(umgangssprachlich): nicht recht bei Verstand sein: Der Alte hat ’nen Vogel, das viele Geld für eine Weltreise kriegt der nie zusammen.
Diese […] Wendung geh[t] wahrscheinlich auf den alten Volksglauben zurück, dass Geistesgestörtheit durch Tiere (Vögel) verursacht wird, die im Gehirn des Menschen nisten.

avere un uccello [ah, le delizie delle traduzioni letterali]
(colloquiale) non essere tanto a posto con il cervello: Es. Il vecchio è un po’ matto, non riuscirà mai a racimolare tutti quei soldi per fare il giro del mondo.

Probabilmente la locuzione risale all’antica credenza poplare che i disturbi psichici fossere causati da animali (uccelli) che nidificassero nel cervello della persona.

Un’altra locuzione tedesca che ho sempre amato è “nicht alle Tassen im Schrank haben“, non avere tutte le tazze nella credenza (diremmo noi: non avere tutte le rotelle a posto).

Sono affascinata dall’idea del cervello a forma di credenza, con tutto il suo servizio di tazze e tazzine, ma un servizio incompleto, scombinato, impossibile da presentare a un tè elegante. Sarà che naturalmente adoro le tazze e ne faccio una blanda collezione, in attesa di avere una cucina dove esibirle.

Amo le tazze, ma ancora di più amo le chicchere, non hanno un suono bellissimo? Chicchera! E l’etimologia è altrettanto bella: il Devoto-Oli dice che viene dallo spagnolo (sec. XVI) jícara, a sua volta derivato da una parola azteca che indicava il guscio di un frutto. Altra ipotesi: