Astuzia

Oggi nello spam, in mezzo alle pilloline blu, è finito questo annuncio:

PERSONALI ASTUTI DESIDERATI

Quando una cattiva traduzione è migliore di una adeguata. Se non sei astuto, dove pensi di andare?

Lo ribadisce anche l’etimologia:

Fonte: qui

Aggiornamento dell11 giugno 2008:

alla faccia dell’astuzia. A me pareva così grossolanamente palese che è una bufala da poterci scherzare su. Oggi sono arrivata a blog dove ho letto di candidi individui che hanno risposto, un po’ per fame, dicono, un po’ per curiosità, sostengono. Molto per ignoranza della lingua italiana, direi io. S’è mai visto personale (sostantivo collettivo) al plurale? S’è mai visto che si chieda palesemente l’astuzia in un annuncio?

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CC

Credo che ci siano abbastanza persone che già ora non sanno cosa voglia dire la sigla CC nella mascherina dei programmi di posta elettronica: CARBON COPY, copia carbone.

Ma presto, si dice in questo articolo de «La Repubblica», la carta carbone si estinguerà, soppiantata definitivamente dalle più moderne tecniche di moltiplicazione dei testi. E così finirà una storia di 200 anni:

La storia ce ne tramanda anche la paternità: Ralph Wedgwood, bel tipo d’inventore inglese che, nelle pause dei suoi sforzi di ricostruire la perduta lingua di Adamo, brevettò un meccanismo per produrre simultaneamente due copie identiche di un manoscritto: un sandwich di carbone fra due veline di carta, bisognava scrivere energicamente “a secco”, con una punta d’agata, e su una delle due copie il testo risultava ovviamente rovesciato, così bisognava leggerlo allo specchio, oppure in trasparenza. Ma era già un enorme progresso rispetto alla ricopiatura manuale. Ne regalò le prime copie all’amico Percy Bysshe Shelley, lo scrittore, che ne fece uso immediato ed entusiasta: la storia della carta carbone dunque non comincia con una fattura commerciale, ma con una poesia. O forse con una lettera d’amore, perché, come su tutte le invenzioni più fortunate, anche qui c’è una disputa di primogenitura, che ci riguarda: negli stessi anni infatti l’italiano Pellegrino Turri costruì e donò alla sua amante contessina Carolina Fantoni un aggeggio per la scrittura meccanica di cui non ci è giunto neppure un disegno, ma che certamente faceva uso di un foglio carbonato. L’innamorato Pellegrino aveva capito tutto: fu solo con la diffusione della macchina per scrivere, verso il 1870, che la carta carbone raggiunse il suo trionfo mondiale.

Uccelli e tazze

Settimana pesante, è ricominciata l’università, sono tornate le corse, le attese, i test, gli inseguimenti, le fotocopie, Zettelwirtschaft, Wut e Freude. Roba da diventare matti.

Ecco, appunto, la mia prima pausa la prendo dedicandola alla pazzia. Leggo sulla newsletter del Duden la spiegazione della simpatica espressione “einen Vogel haben” (letteralmente, avere un uccello) per indicare qualcuno che (De Mauro) “è più o meno gravemente menomato nelle facoltà intellettuali; malato di mente, pazzo, folle”.

einen Vogel haben
(umgangssprachlich): nicht recht bei Verstand sein: Der Alte hat ’nen Vogel, das viele Geld für eine Weltreise kriegt der nie zusammen.
Diese […] Wendung geh[t] wahrscheinlich auf den alten Volksglauben zurück, dass Geistesgestörtheit durch Tiere (Vögel) verursacht wird, die im Gehirn des Menschen nisten.

avere un uccello [ah, le delizie delle traduzioni letterali]
(colloquiale) non essere tanto a posto con il cervello: Es. Il vecchio è un po’ matto, non riuscirà mai a racimolare tutti quei soldi per fare il giro del mondo.

Probabilmente la locuzione risale all’antica credenza poplare che i disturbi psichici fossere causati da animali (uccelli) che nidificassero nel cervello della persona.

Un’altra locuzione tedesca che ho sempre amato è “nicht alle Tassen im Schrank haben“, non avere tutte le tazze nella credenza (diremmo noi: non avere tutte le rotelle a posto).

Sono affascinata dall’idea del cervello a forma di credenza, con tutto il suo servizio di tazze e tazzine, ma un servizio incompleto, scombinato, impossibile da presentare a un tè elegante. Sarà che naturalmente adoro le tazze e ne faccio una blanda collezione, in attesa di avere una cucina dove esibirle.

Amo le tazze, ma ancora di più amo le chicchere, non hanno un suono bellissimo? Chicchera! E l’etimologia è altrettanto bella: il Devoto-Oli dice che viene dallo spagnolo (sec. XVI) jícara, a sua volta derivato da una parola azteca che indicava il guscio di un frutto. Altra ipotesi:

Zany

Un tizio, un blogger, commenta la politica italiana definendola zany (dimostrando una non irrilevante mancanza di discernimento, si chiede pure sarcastico perché l’America non abbia una politica simile).

L’aggettivo è splendido!

Zany:

L’OED lo registra come sostantivo, aggettivo e verbo. Deriva da zani o zanni, “name of servants who act as clowns in the Commedia dell’Arte. Properly the Venetian and Lombardic form of Gianni = Giovanni John, cf. Zanipolo, the title of the church of St. John and St. Paul in Venice), used as an appellative for a porter (or the like) from the mountain country of Bergamo who had taken service in a seaside town.”


1.  A comic performer attending on a clown, acrobat or mountebank, who imitates his master’s acts un a ludicrously awkward way
2.  a. An attendant, follower, companion, assistant (contemptous) b. An imitator, mimic, esp. a poor, bad, feeble one c. One who resembles, or acts like, a buffoon  d. A fool, simpleton, ‘idiot’ (attestato dal 1558)

Pletora di sinonimi qui:

Adjective
* S: (adj) cockamamie, cockamamy, goofy, sappy, silly, wacky, whacky, zany (ludicrous, foolish) “gave me a cockamamie reason for not going”; “wore a goofy hat”; “a silly idea”; “some wacky plan for selling more books”
* S: (adj) buffoonish, clownish, clownlike, zany (like a clown) “a buffoonish walk”; “a clownish face”; “a zany sense of humor”

1 TS teatr., personaggio della commedia dell’arte che rappresenta il servo scaltro e imbroglione o il servo sciocco e goffo

2 BU estens., buffone, pagliaccio: fare lo z.

(De Mauro)

Sia il Devoto-Oli che lo Zanichelli fanno risalire zanni al veneziano. Qui (Parmigiani) l’etimo.

[L’articolo che ha fatto sgorgare il commento è nello Spiegel International che dipinge un simpatico bozzetto della politica italiana prossima alle elezioni politiche: a colorful political menagerie (un variopinto serraglio politico), in cui spiccano ex ministri appassionati di t-shirt, principesse sicule (??), trans-neo-comunisti, nipotine di capoccioni, padani che stringono la mano a separatisti etnei e molto altro. Prodi si becca del contentiuous (litigioso), se ne sottolinea lo spropositato programma di 281 pagine (cfr. qui) e dell’Unione si dice con termine lusinghiero che è una ragtag band (ragtag è spregiativo per canaglia, marmaglia): una corte dei miracoli, insomma. Cui si contrappone “Mi-consenta”, l’Unto della politica, trafitto da una corona di left-wing pollsters, di sondaggisti di sinistra.]

Il lusso della pagina

Da Parole in corso di G.L. Beccaria del 5.11.2005, sul «ttL» de «La Stampa».

La struttura sociale, l’attività, l’economia, la cultura insomma di un popolo è sempre ben rispecchiata dalla lingua. Mi limito alla nostra culla latina. Fu un popolo di pastori e di contadini a fondare Roma, e nessuno avrebbe potuto pensare che un popolo di pastori e di contadini avrebbe in seguito fondato un impero dieci volte più grande dell’Italia d’oggi.

Di quelle origini rende testimonianza la lingua. Moltissime parole latine sono legate al lavoro della terra. Appartiene all’ambito contadino un verbo come derivare (da rivus «ruscello»), che passa da «far defluire un ruscello da un altro corso d’acqua» al senso più generale «provenire, per diramazione»; o l’aggettivo rivalis (ancora da rivus), perché «rivali» (e di solito in lite) erano coloro che confinavano sul rivo che divideva la proprietà. Un verbo come putare «stimare, contare», era dapprima «potare, mondare». Dal mondo rurale viene pecunia, derivato da pecus «bestiame», che ci rimanda alla fase arcaica del baratto, prima che si introducesse la moneta; da un mondo di pastori il verbo aggregare «aggiungere al gregge », e poi «riunire». Vedi il caso di pagina, lat. pangere «piantare, conficcare». Per i latini pagina era una piantagione, specialmente di viti: di qui il nome dato in seguito ad un insieme di righe scritte, quindi al foglio di carta che le conteneva, foglio che con quelle righe parallele pareva per l’appunto un campo con tanti filari. Di etimo rurale delirare «uscire dal solco», e così esagerare, che è il lat. exaggerare, da agger, originariamente «ammassare, fare argine, accumulare il terreno», poi «ingrandire la proprietà», perciò, in senso figurato, «amplificare». Notevole ancora il caso di aggettivi come il lat. pauper «povero», che si attribuiva al terreno “che produce poco”, mentre felix «felice» in un primo tempo voleva dire soltanto «[TERRENO] che produce», e anche luxus «rigoglio, esuberanza» era riferito dapprima soltanto alla vegetazione eccessiva.

Oans, zwoa, g’suffa!

Ai bei brutti tempi che furono avevo un amico che non se ne perdeva uno. Pareva tagliato per l’Oktoberfest: barba rossastra, epa esorbitante sotto camicie scozzesi e bretellone. Era ligure, comunque. Raccontava con piacere della volta che venne ritrovato soltanto la mattina dopo, in un’aiuola, a dormire il sonno dei beoni.

A chi voglia andare a Monaco a bere birra a sciacquabudella (e a farsi venire quella in tedesco non a caso si chiama Bierbauch, pancia da birra), potrebbe essere utile un fantastico glossario dell’Oktoberfest approntato dalla Löwenbrau (sito serio, prima di entrare dovete indicare che siete maggiorenni).


Grias God (Grüß Gott)

Il saluto nazionale bavarese. La traduzione grossolana sarebbe “Dio ti saluta” e si adatta a qualsiasi livello sociale. Evitate di salutare con “Guten Tag” (Buongiorno), se non volete essere scambiati per dei nordisti!

A Bier, bittschen (Ein Bier, bitte)
“Una birra, prego”: si tratta di una frase fondamentale, non partite prima di averla imparata.

Ovviamente, la misura minima sarebbe un litro:

No a Mass (Noch eine Mass)
“Ancora un litro, grazie,” di birra naturalmente. Una comoda frase bavarese che sembra poter essere ripetuta all’infinito all’Oktoberfest.

Brezn
Il pretzel è un tipo di pane di invenzione bavarese, famoso quanto la birra. I giganteschi pretzel dell’Oktoberfest sono perfetti per preparare il palato ad un altro “Mass”

Hendl
Un pollo, preferibilmente arrostito su uno spiedo. Durante l’Oktoberfest, se ne consumano migliaia al giorno.

Weißwurscht (Weißwurst)
Letteralmente “salsiccia bianca,” una squisitezza bavarese, servita con senape dolce, specialmente a colazione. Spellare questi piccoli salsicciotti è una vera arte, che richiede molto esercizio.

E poi si brindi:

Oans, zwoa, g’suffa! (Eins, zwei, gesoffen!)
“Uno, due, bere!” Un accattivante brindisi tedesco, spesso fin troppo frequente all’Oktoberfest.

Laddove gesoffen viene da saufen che indica il bere degli animali e di chi beve come un animale – che noi, casualmente, definiremmo trincare.

Libandum est

In Kakania, quando si brinda bisogna guardarsi negli occhi affinché la bevuta porti bene e allora via, a fissarsi nelle pupille, invece di controllare i bicchieri come in Italia.

Di brindisi e bevute parla anche la parola del giorno del Merriam Webster:

1 : to drink liquor freely or excessively 2 : to take part in a drunken revel : engage in dissolute behaviour (Merriam-Webster)

carouse:
bere smodatamente, sbevazzare, gozzovigliare (Ragazzini 2005)

Etimologia? Ma dal tedesco, a sorpresa, via francese. I tedeschi incitavano a vuotare un bicchiere dicendo gar aus (all-out in inglese), trasformato in francese in carous nella locuzione boire carous, passata poi al sostantivo carrousse nel senso di “grande sorsata di liquore”. A metà del sedicesimo secolo gli inglesi adottarono l’espressione francese e le diedero il senso di bere smodatamente.