Delle mode linguistiche e altri demoni

Die Walküre alla Scala mi riporta al 1998, a Vienna, quando comprai i biglietti per vederla insieme a D. Studentelli ancora, comprammo Stehplätze per pochi scellini e la scelta dà tutta la misura della mia insipienza in fatto di Wagner: come è possibile pensare di resistere alla Valchiria in piedi, pigiati nella ressa, senz’aria e senza quasi vedere e capendo (io, almeno) ben poco del tedesco lirico? Neppure seduti è impresa facile. Se poi (com’era probabile, i ricordi sono nebbiosi) si usciva stanchi da nottate folli… ma questo è un altro discorso.

Pensavo a questo ieri sera, guardando distrattamente qualche scena su Rai5, e poi ascoltando Daverio che parlava del rapporto tra Verdi e Wagner. Nel succo: a Verdi della Germania non importava un fico secco, Wagner l’Italia l’adorava.

Mi pare esemplare del rapporto di molti tedescofoni con l’Italia e della maggior parte degli italafoni con la Germania (laddove, come è noto, Germania sussume tutto, nella testa degli italiani l’Anschluss non è mai finito). Forse, tuttavia, c’è stato un periodo in cui la Germania ancora aveva un fascino intellettuale e il tedesco non pareva essere poi la lingua astrusa che ha fama di essere ora. Per quest’aspetto ripensavo ai miei compagni di liceo scelsero tutti tedesco senza riportarne particolari turbe psichiche e soprattutto senza averne questo sacro terrore. I risultati non furono forse tutti eccelsi, ma anche questo è un altro discorso.

Com’è venuta questa inversione di rotta? Come mai lo spagnolo furoreggia? Sta diventando la lingua di studio più amata dagli studenti italiani  sicuramente nella mia provincia e limitrofe dove “si è potuta notare una crescita esponenziale degli studenti di spagnolo – che si è affiancato a francese e tedesco – dalle scuole elementari, medie e superiori, arrivando a un picco di 400.000 allievi nel 2008 dai 30.000 che realizzavano questa scelta linguistica nel 1995.” (cfr.)

Lo stesso dicasi per le traduzioni:

Per quanto riguarda le lingue d’origine, la parte del leone la fa come prevedibile l’inglese (nel 2004 oltre 7600 titoli tradotti in italiano), seguito dal francese (1624 titoli), dal tedesco (1022 titoli, ma con un calo del 23% rispetto al 1988), dallo spagnolo (542 titoli, ma con un incremento del 25% rispetto al 1988) […]. [da Oliviero Ponte di Pino, I mestieri del libro. Dall’autore al lettore, prefazione di Stefano Mauri, TEA, Milano 2008, p. 114. Grassetto mio].

È come se ci fosse una bilancia, cala il tedesco, s’alza lo spagnolo. È una moda? Rientrerà? Il tedesco tornerà ad acquisire attrattiva?