Ferie alla tedesca, alla kakanika, all’italiana

L’altro giorno lo stavamo facendo come Landeskunde in seconda: il sistema scolastico in Germania, il sabato libero, le vacanze.  Nel minitest, alla domanda “Quanto durano le vacanze estive in Germania?”, uno ha scritto sechs Jahre invece di sechs Wochen, sei anni invece di sei settimane.

Uh, ho detto io, sei anni, sai che noia.

Qualche risatella, ma anche qualcuna che diceva è vero, alla fine, in estate uno si stufa, finisce che andare a scuola gli piace.

Leggevo un articolo sulla proposta del Trentino di adottare le “ferie alla tedesca“:

Il dibattito non è affatto nuovo: nel 2007, a ricordare la parole dell’allora vicepremier Francesco Rutelli, che aveva convinto anche il ministro dell’istruzione Giuseppe Fioroni, sembrava cosa fatta. L’Italia, sosteneva Rutelli, si è fermata agli anni Sessanta, quando la vita era scandita dalla chiusura delle fabbriche e dall’obbligo della villeggiatura in agosto. Ma poi non se ne era fatto niente. E i calendari scolastici sono rimasti rigidi. Non avviene così negli altri Paesi. In Germania, che è il modello a cui si ispirano in Trentino, d’estate si sta a casa per non più di un mese e mezzo; poi c’è una pausa tra ottobre e novembre (si chiama Kartoffelferien, perché coincide con il momento della raccolta delle patate); naturalmente a Natale; ancora a febbraio, a Pasqua e infine tra maggio e giugno. Non esiste, in Germania, un calendario nazionale, ogni regione adatta le vacanze alle proprie specifiche esigenze, ma la filosofia di fondo, che si ispira a ragioni pedagogiche oltreché economiche, è quella di non lasciare gli studenti lontani dalle aule troppo a lungo e di non lasciare tutti a casa negli stessi periodi.

Le Kartoffelferien mi hanno colpito, così come al solito mi colpisce la superficialità con cui si scrivono gli articoli di giornale (cfr. qui per un caso eclatante). Leggendo così si potrebbe pensare che sia un uso ancora in voga; invece rispecchia una civiltà contadina che ovviamente è scomparsa.

In Deutschland und in der Schweiz sind die Herbstferien die ersten Ferien nach Beginn des Schuljahres. Es handelt sich in Deutschland je nach Bundesland um eine oder zwei Wochen im Oktober oder November. Die Herbstferien gingen aus den so genannten Kartoffelferien (bzw. in Bayern aus den freien Tagen an Allerheiligen/Allerseelen) hervor. Während der Kartoffelernte wurden die Bauernkinder von der Schulpflicht befreit, um auf dem heimischen Hof mitzuarbeiten.(fonte)

In Germania e in Svizzera le vacanze d’autunno sono le prime dell’anno scolastico. In Germania ammontano a una o due settimane, a seconda di ciascun Land, in ottobre o novembre. Le vacanze autunnali derivano dalle cosiddette “vacanze delle patate” (Kartoffelferien) (in Baviera dalle giornate di ferie a Ognissanti e alla Festa dei defunti). Durante la raccolta delle patate i figli dei contadini venivano esentati dall’obbligo di andare a scuola per aiutare la famiglia sui campi.

Capirai che esenzione, tapinelli.

In Kakania ricordo le Energieferien a febbraio: una settimana di chiusura per risparmiare sulle spese di riscaldamento, mi dicevano. Leggo ancora qui:

In Österreich dauern die Semesterferien eine Woche und finden im Laufe des Februar statt. Sie markieren die Hälfte des Schuljahres (vgl. Semester). Die Termine sind je nach Bundesländern unterschiedlich. Die Semesterferien sind in Österreich während der ersten Ölkrise 1973 unter dem Namen Energieferien eingeführt worden. Als Grundgedanke diente die Idee, Öl zu sparen, da beinahe alle Schulen damit beheizt wurden. Später wurden die Ferien beibehalten und zu Semesterferien umfunktioniert. Umgangssprachlich werden sie aber noch häufig Energieferien genannt.

In Austria le vacanze di fine quadrimestre durano una settimana, a febbraio. Segnano la metà dell’anno scolastico. Furono introdotte per la prima volta durante la crisi petrolifera del 1973, con il nome di Energieferien. […]

A proposito di periodi di magra, la mia amica e omologa kakanika C. mi diceva che in Kakania vorrebbero far lavorare gli insegnanti due ore in più gratis per far fronte alla crisi. Terminava l’e-mail con un minaccioso “Qui si parla addirittura di sciopero!”.

Dell’egoismo dei genitori

Leggo sempre con interesse gli articoli sui nomi: tendenze e abbastanza di frequente casi giudiziari. Casi tipo questo: una coppia di Rivalta si impunta che la figlia si deve chiamare Andrea.

Mi pare sensata la motivazione del pm:

“Il prenome Andrea è utilizzato nello stato italiano per indicare persone di sesso maschile e a nulla rileva il fatto che in altri paesi lo stesso nome valga ad appellare persone di sesso femminile”.

Perché creare confusioni inutili e problemi burocratici per un capriccio?

Già dare un nome a un figlio è un atto di massimo egoismo – ci vorrebbe una legge per cui uno quando diventa maggiorenne può cambiarselo se non gli aggrada -, ma trovo addirittura mostruosi i genitori distratti, quelli che danno nomi mal assortiti con i cognomi, quelli tradizionalisti spinti, così poi si creano tante belle Conci (magari per onorare la bisnonna), quelli che si incamponiscono con nomi assurdi per essere speciali loro, quelli che si lasciano magari influenzare dalla tv o dalle riviste di pettegolezzi vip e allora imbastiscono nomi pseudoinglesi o inglesi su carta e altro foneticamente: ricorderò sempre sulla spiaggia adriatica, un gruppetto di isolani lagunari, lei che urlava come una pazza, con quella bella “r” del peggior veneto: “Braia, Braia, vien qua, Braia!”*

* All’anagrafe probabilmente Brian. 😀

Non che Concetta…

Che poi – almeno così è capitato a me – non ce n’è una che giri orgogliosa del suo “Concetta”. È piuttosto tutto un fiorire di Cetty, Cetta, Concy, Conchita e via dissimulando.

Ripensavo così leggendo l’articolo che riporta la sentenza della Corte d’appello riguardo il nome Venerdì scelto da due arguti (?) genitori di Nervi. Magari di cognome facevano Nero e sarebbe stato la perfezione.

[…] prescrive la legge per gli appellativi “ridicoli o vergognosi” che avrebbero trasformato il bimbo nello “zimbello del gruppo”, precludendogli “serene relazioni interpersonali”. Tre le motivazioni: letteraria, religiosa, popolare.

“Il nome Venerdì – scrivono i giudici – comportava il collegamento immediato al romanzo Robinson Crusoe di Daniel Defoe… ad una figura caratterizzata da un ruolo di sudditanza e di inferiorità la quale, pur elevandosi dal suo stato di creatura selvaggia, non arrivava mai ad essere equiparabile all’immagine dell’uomo civilizzato”.

Poi ci sono le implicazioni religiose e quelle popolari legate alla superstizione. I giudici […] sentenziano che “… inoltre al venerdì come giorno della settimana sono notoriamente connesse connotazioni di tristezza e di penitenza, essendo addirittura associate nei proverbi popolari a connotazioni negative, di sfortuna (venerdì 17, ndr)”.

I genitori ribattono che se di cognome facessero Totti, non avrebbero avuto problemi. Poi c’è il solito turgore accademico che viene interpellato e sentenzia, mettendo un ceppo mortuario sulle abitudini di lettura dei giovani:

[…] ordinario di letteratura angloamericana all’università di Genova, non concorda con i giudici. “Mi sembra molto capziosa l’associazione tra il nome e il personaggio letterario che sostengono i giudici. Non so, oggi, con tutti i personaggi che popolano le fantasie dei più giovani, quanti siano realmente i lettori del romanzo”.

Amen.

Una cosa che mi sfugge è: va bene, Venerdì non è esattamente brillante, ma i giudici non avrebbero potuto dare una seconda chance ai genitori? L’ex-Venerdì si chiama ora Gregorio, dal nome del santo festeggiato il giorno in cui è nato. Gregorio…

Come lo/la chiamiamo?

Non sono personalmente coinvolta, è una forma di pura curiosità linguistica (dopo che oggi a lezione ho sottolineato che Andrea non è un nome di donna in italiano, cosa che lascia sempre stupefatti i kakanici e, questa volta, anche i miei tre americani):

Boom di neonati dalle coppie di fatto
Francesco e Giulia i nomi più gettonati

[…] rileva l’Istat, colpisce come “nonostante ci siano circa 30mila nomi diversi per i maschi e altrettanti per le femmine vi è una elevata concentrazione sui primi 30 che coprono oltre il 50% di tutti i nomi attribuiti ai bambini e il 45% di quelli delle bambine”. Diffuso soprattutto al Centro-Sud, ben 10.414 bambini sono stati chiamati Francesco.

A seguire novemila e rotti sono gli Alessandro (9.540), e 9.163 gli Andrea. La top ten con numeri compresi tra i cinquemila e gli ottomila prosegue con Matteo, Lorenzo, Luca, Mattia e Simone. Scendono invece sotto i tremila gli Emanuele, Pietro, Giacomo, Edoardo, Stefano, Nicola e Vincenzo, neonati classe 2004.

Tra le bambine, dopo le 12.239 Giulia (4,54%), nel 2004 sono state iscritte all’anagrafe 8.522 Martina, 7.540 Chiara. E poi Sara, Alessia, Francesca, Sofia e Giorgia. Elisa, Alice e Aurora. In coda, con meno di mille neonate, Serena, Laura, Emma e Maria.

(fonte)

E io pensavo che Emma fosse di gran moda. Comunque, io le mie idee ce le avrei: Elena ed Emanuele, mi piacciono le “e” e le liquide.