Da cosa nasce cosa. Intanto è nato il 2° corso.

Ieri è iniziato il secondo corso. Il tempo vola. I livelli previsti erano A2 e B1. Come sempre queste sono gabbie che stanno bene sull’opuscolo, poi la realtà è franta e complicata. Su una dozzina di partecipanti (tra persone che arrivano dopo, indecisi e last minute è difficile dire quanti siano prima di mercoledì), era chiaro che ci dovesse essere un livello basso per accogliere la ragazzina che continuava il corso da principiante assoluto iniziato il 10. Ciò significa proporre un corso A1, il che è perfetto anche per la partecipante molto particolare che continuava il corso tenuto da me, un A1+. Ma chi altri aggiungere? Ogni persona che incontro ai corsi è un universo a sé, non soltanto per l’età che va dai 17 in su, ma per il percorso di studi, l’attitudine verso le lingue, le aspettative e il metodo di studio.

Anche il mio corso che deve essere di livello superiore vede una congerie di allieve (perché forse l’unico comune denominatore è il sesso, visto che abbiamo uno o due partecipanti di sesso maschile a corso, purtroppo, perché la diversità di genere porta spesso pepe nelle interazioni del gruppo e ciò facilita grandemente il lavoro dell’insegnante). Infine l’altro insegnante e io abbiamo deciso una suddivisione equilibrando test scritto – che in quanto multiple choice secondo me ha un grado di affidabilità molto basso – e interazione orale svolta durante un’ora di penoso “presentati”. Questo è un fattore di sicura criticità. Come disastroso è stato l’impiego di un lucido per un quiz sull’Italia a squadre: buono il quiz, ma ormai lo strumento lavagna luminosa è antidiluviano. Senza contare che a me è sempre stato tremendamente antipatico e forse ciò trapela.

Nel gruppo A2 (che è un A1) abbiamo messo le due persone che continuano, un’insegnante che ha studiato italiano trent’anni fa e due ragazzini delle superiori che sicuramente sono qui per tirar su qualche votaccio, personcine spinose perché essenzialmente pensano di “sapere” tutta la grammatica ma non spiccicano parola. Una poi ha detto candidamente che frequenta il corso perché speditavi dalla madre.

Nel gruppo B1 (A2) trovano posto due anzianotte che fanno corsi di italiano a ripetizione perché è il loro passatempo preferito, laddove una delle due è fluente ma la cosa è in qualche modo “compensata” da problemi strutturali dovuti all’età, probabilmente (questo dovrò scoprirlo con tatto) da un cattivo udito o da altri problemi “tecnici”, già evidenziati quando si è parlato di lettura (forse non soltanto non sente bene, ma nemmeno vede bene o non distingue bene le lettere o forse i caratteri sono troppo piccoli). Poi c’è una signora che è nell’età giusta per i miei studi, cinquantacinque anni, che sa bene il francese e lo spagnolo ed è la dimostrazione vivente di come si possa parlare una lingua neolatina sapendone bene altre due. A queste si aggiungono una donna sulla trentina che lavora in un albergo a Passo Pramollo e quindi ha a che fare continuamente con clienti italiani e una donna sulla quarantina, precisa e attenta, di cui si è capito solo che è single e che l’italiano potrebbe servirle per lavoro (ma la professione non l’ho colta).

Un gruppo maturo, insomma, che fin dal primo giorno ha espresso un grande e comune desiderio: parlare, parlare, parlare! Non hanno bene idea di come vada realizzato questo desiderio, ma in fondo sono là per questo: per farsi guidare da una persona esperta e competente. (E quella persona si sente gravata dalla responsabilità)

Vediamo come evolvono le cose. “Da cosa nasce cosa” è il primo modo di dire uscito fuori durante la plenaria.

Tifa con noi!

Temo che a volte nell’insegnamento dell’italico idioma mi manchi un po’ di entusiasmo.

Non l’entusiamo per la lingua, quella c’è, fortissimo, ma per l’Italia. Non riesco davvero a convincermi che il Bel Paese sia quello per cui smaniano letteralmente tre quarti dei corsisti: ragazzine invaghite dei maschi italiani, perché sono “tutti bellissimi” (uhm…), matrone innamorate dell’arte, nonne pazze per la cucina italiana e via decantando.* Allora cerco di fingere, di recitare. Preparo materiale sulle Olimpiadi e faccio il teatrino della tifosa azzurra. Guardate come siamo bravi, 8 medaglie, e le donne poi, scherma, judo…

Poi leggo che queste stesse donne s’attaccano come pidocchiette alle tasse e mi cade anche il simil-teatrino. E poi leggo delle comode prigioni della mia cara Maria-Luigianesca città, dell’amore per il lavoro dei dipendenti delle ferrovie (e poi qualcuno osa dire che il provvedimento è troppo duro?)…

Entro domattina devo trovare qualcosa per rimettermi in faccia il cerone dell’italiana spensierata. E magari anche una parrucca tricolore.

* In verità c’è sempre anche qualcuno che pone domande imbarazzanti del tipo: “Che ne dici di Berlusconi? ” “Cosa pensi del sistema sanitario italiano (!!)?” Rara avis, comunque.

La categoria docente

E’ vero che questi sono corsi estranei alla famigerata scuola pubblica, ma ho sempre notato alcune costanti della classe docente.

Stamane è stato “somministrato” (tipo medicina, già) il test di ingresso, test di piazzamento, quel che volete voi, Einstufungstest. Ogni volta fatto più o meno empiricamente, a seconda dell’impegno del collega di turno; questa era la volta meno buona e il test non brillava per correttezza scientifica. Il problema di valutare e suddividere in gruppi una ventina di persona in due ore, sotto lo stress dei tempi stretti, è probabilmente l’unico aspetto che odio di questi corsi.

Perché poi per me il test dura due giorni; ho passato il pomeriggio e ora anche la sera a rimuginare su test scritti, orali, libri di testo e possibili variazioni nei gruppi entro domani; a preparare strisce di cartoncino con l'”italiano in classe”; a paragonare edizioni diverse con tanto di tabelle; a studiare i risultati del test sugli stili di apprendimento; a leggere manuali dell’insegnante; a valutare canzoni da utilizzare ecc ecc.

Intanto la collega è uscita a fare shopping con la figlia; a fare canottaggio sul lago con l’amica; e ora sta a un concerto di musica classica su un ameno lago a circa cinquanta chilometri da qui.

Qui qualcosa non mi torna. (Io non mi torno!)