Cospetto!

La nostalgia, tinta sempre di satira, dei nonni umbertini trova però l’espressione più felice nel vocabolario approntato da Longanesi. Capace di trasformare in archeologia il linguaggio persino degli anni venti, allorché, ritagliando brani giornalistici, cronaca politica, annunci matrimoniali o ricette di cucina, era riuscito a fissare i contorni di un tempo da poco trascorso (nel numero monografico Dopoguerra, settembre-ottobre 1938), ha certo miglior gioco con i luoghi comuni della Terza Italia. Cosa sopravvive di quel linguaggio? Le esclamazioni per esempio: Caspiterina! Cospetto! Cribbio! Buon Dio di Francia! Perdirindina”… e i latinismi Frangar non flectar, Busillisi, Fate vobis, More solito, Non plus ultra, Bononia docet, Per aspera ad aspra, Vis comica… oppure i prestiti della vicina Francia: Escamotage, Farceur, Fisique du role, Livresque, Va sans dire… Quindi i connotati del muliebrismo: Chioma fluente, Collo niveo, Denti eburnei, Labbra tumide, Occhi vellutati, Pallore spettrale… insieme con ogni sorta di luogo comune. Modi di dire: La mosca al naso, Le stanche membra, Non ho parole, Modestia a parte, Sotto mentite spoglie, Spremersi il cervello, Volere o volare…, poi Araba fenice, Spada di Damocle, Ultima Tule, Umbria Verde, Abruzzo forte e gentile…; coppie obbligate aggettivo-sostantivo: Amare lagrime, Caso patologico, Fede adamantina, Fato ineluttabile, Gioia ineffabile, Grassa risata, Incipiente pinguedine, Ingegno enciclopedico, Meditazioni vagabonde, Mente indagatrice, Nobile gara, Ridda vertiginosa, Raggio vivido, Pallida idea, Voli pindarici… e locuzioni metaforiche di cui si fornisce un elenco interminabile che vale le caricature longanesiane: Colpo d’ala, Irto di difficoltà, Mare d’ametista, Nuovo di zecca, Pozzo di scienza, La voce della passione, Lo strazio dell’anima, Le scorie del passato, La luce di un sorriso, Le vette del pensiero, Il richiamo dei sensi, Il filo della vita, Il fiore carnale, Il tumulto delle passioni, Offrire il fianco alla critica, Trascinati dal vortice, Una sentina di vizi

Da M. Andreoli, Leo Longanesi, Il Castoro, 1980, p. 68 segg.

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Mesticare

Questa l’ho appena imparata e mi piace tantissimo (come mi è simpatico “mantecare“, per i risotti).

me|sti||re
v.tr. (io mèstico)
TS pitt.
1a mischiare le sostanze con cui si preparano i colori
1b amalgamare i colori sulla tavolozza per ottenere la tonalità voluta
2 ricoprire la tela con la mestica

(De Mauro online)

Deutsch oder Italienisch?

– Prof!!
No prof!
– Sì…fraulerin
Dimmi
– Ho dimenticato il quaderno…
E io il libro.
Io non ho fatto i compiti.
Io ho sbagliato a copiare l’orario.
Io non trovo le fotocopie.
Io ho sbagliato quaderno.

Ok, oggi sarò ancora malleabile, ma dalla prossima inizio con le segnalazioni.

Pro…no, frau leriri, cosa vuol dire malleabile?

A proposito di fulmini…

Ecco, arrivato l’autunno, pieno ottobre in quanto a temperature. E poi pioggia torrenziale, tuoni e fulmini. Ci si salvi con le metafore.

Se quel tipo è un fulmine

GIAN LUIGI BECCARIA
Mi è capitato di sentire un’espressione dialettale incantevole per designare la pupilla: angelo dell’occhio, angioletto. Metafora bellissima, già contenuta nel diminutivo latino pupilla, «bambolina, bambina», vale a dire la piccola immagine che nella pupilla si riflette rovesciata. È una delle tante che costellano la lingua comune, o coronano la lingua della poesia. La metafora non è soltanto un fattore del cambio del significato, quel meccanismo universale che arricchisce i linguaggi.

Giambattista Vico poneva le metafore all’inizio della storia degli uomini: sarebbero state secondo lui il primo modo della comunicazione. Anche Rousseau (Saggio sull’origine delle lingue, 1781) dice che «le prime espressioni furono dei Tropi». Aristotele, nella Poetica, definiva la metafora come un trasferimento a un oggetto del nome che è proprio di un altro; una sostituzione di una parola con un’altra il cui senso letterale ha qualche somiglianza col senso letterale della parola sostituita. Non c’è manuale che non citi il caso di testa, un vaso di terracotta passato poi nel linguaggio familiare e scherzoso al significato di «capo», così come potremmo dire «zucca» o simili.

Un grande maestro nell’arte della retorica, Quintiliano, aveva definito la metafora una similitudo brevior, una similitudine abbreviata (in realtà il «paragone abbreviato» non serve per spiegare la maggior parte delle metafore): «è un orologio» significa che una persona è precisa come un orologio, «è un fulmine», veloce come…, «è una piuma», leggera come… Si prendono due parole e li si ricongiunge per similitudine, per analogia. Dato rondini e forbici un poeta può proporre «Le rondini sono / forbici / leggere / che tagliano / il cielo coi loro voli neri».

In poesia la metafora la fa da padrone perché realizza uno straniamento, che è tanto maggiore quanto è la distanza o la relazione tra i due campi semantici. E tale straniamento imbocca via di grande libertà, anche se c’è una sedimentazione nelle lingue di tantissimi stereotipi metaforici: «volpe» per persona astuta, «serpente» per strada curvilinea, ecc. Metafore scontate. La metafora è nuova quando nasce, poi diventa morta. Tocca allo scrittore risvegliare le assopite, o proporne di nuove.
(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 13 settembre)

Che meraviglia, le rondini come forbici. Certo, ora se ne sforbiceranno verso contrade più calde, poverine.

Satrapini

L’uomo dell’orario sta chino sopra un largo foglio con le caselline settimanali da riempire. Gli altri parlano, discutono, litigano, dibattono, mugolano, imprecano, si indignano, si lamentano, si associano e dissociano, fanno smorfie di impazienza, stizza e noia, oppure si nascondo dietro facce da sfingi, e lui sta perennemente chino sul suo foglio. Guarda, rimira, controlla, scorre la tabella su e giù, cancella, riscrive, ponza e medita. Al massimo porta fuori dall’aula il suo io organizzativo e si fuma una sigaretta puzzona attraverso un filtro di plastica trasparente. Probabilmente sempre e ancora valutando chi spostare di qua, chi mettere di là, e chi favorire magnanimamente con il mirabolante privilegio del sabato o del lunedì libero. Assaporando la suspence che la sua opra nascosta produce negli astanti dibattenti.

Ad alcuni, ai nuovi, dice giulivo: Ti tio sogni, el sabo, ti tio sogni, el luni. Xe già tanto se te dago ea domenega pomerigio libera.

Qualche volta sembra rianimarsi. Per esempio, sulla disciplina ha sentenziato: Ocore star tenti, far subito presente chi xè che comanda. Senò quei i te magna el riso in testa.

Ridere figurandosi in classe con i ragazzi che mangiano il riso sula testa. Come i piccioni ai turisti in piazza San Marco, per dire.

Parola del giorno dello ZIngarelli, recuperata dal 20 gennaio 2005 (ebbene sì, le tengo e me le studio periodicamente)

sàtrapo o +sàtrapa, (raro) sàtrape
[vc. dotta, dal lat. satrape(m), dal gr. satrápes ‘governatore persiano di provincia’, adattamento dell’ant. persiano xsathrapa ‘signore (-pa) del regno (xsathra-)’; 1481] s. m. (f. -éssa (V.))
1 Nell’impero persiano, dignitario posto a capo di un distretto.
2 (fig.) Chi approfitta della propria carica, posizione e sim. per spadroneggiare sugli altri: ‘essere un satrapo’; ‘fare il satrapo’.|| satrapóne, accr.

Piagnisteo epicediale (direbbe qualcuno)

epicèdio
[vc. dotta, lat. tardo epicedīo(n), dal gr. epikedeion ‘(canto) sul (epí) funerale (kêdos)’; 1618]
s. m.· Nell’antica poesia greca, canto corale in onore di un morto | Componimento poetico funebre.

piagnistèo
[da piagnere; 1536]
s. m. 1 †Lamento funebre.
2 Lungo pianto noioso e lamentoso, spec. di bambini | (est.) Discorso lamentevole: non sopporto i suoi continui piagnistei | Lagnanza, lamentela: se ne andò a fare il soldato senza tanti piagnistei (VERGA).

La parola del giorno. Meglio dell’oroscopo.

Fallrückzieher

La parola del giorno del Duden è nuovamente dedicata al calcio.

der Fallrückzieher = (Fußball) Aktion, bei der sich der Spieler rückwärts fallen lässt und dabei den Ball über den eigenen Kopf hinweg nach hinten schießt.

Cercando immagini, trovo questa gran bella foto del nostro capitano in stampelle. Dunque: rovesciata.

Non pare finisca qui, però. Wikipedia.de specifica:

Der Fallrückzieher ist eine besondere spektakuläre Variante des Rückziehers und des Scherenschlags.
Il Fallrückzieher è una variante spettacolare del *Rückzieher* e della sforbiciata (?).

Nei dizionari Rückzieher viene tradotto anche con rovesciata, quindi qui bisognerebbe andare di fino e capire la differenza tra una rovesciata e una rovesciata con caduta (?). O in italiano non si distingue…

Wikipedia.de continua:

Fachleute nennen den Fallrückzieher auch bicicleta, was aus dem brasilianischen Portugiesisch stammt und Fahrrad bedeutet (englisch bicycle kick).
Der Seitfallzieher ist die einfachere Variante des Fallrückziehers, bei welcher der Spieler den Ball auch in der Luft – jedoch nicht über den eigenen Kopf – schießt, und dabei seitlich landet.

Gli esperti chiamano il Fallrückzieher anche bicicleta, dal portoghese brasiliano (in inglese bicycle kick).
Il Seitfallzieher è la variante più facile del Fallrückzieher: il giocatore tira il pallone in elevazione, ma non al di sopra della propria testa.

Chi l’ha inventato il tiro?

Für viele gilt der Italiener Carlo Parola als Erfinder, doch soll der Brasilianer Leônidas da Silva 1938 beim 6:5 gegen Polen in Straßburg und der italienische Fußballspieler Silvio Piola 1939 gegen Deutschland mit einem Fallrückzieher ein Tor erzielt haben. Eine andere These stammt aus Chile. 1927 soll David Arellano das Kunststück gelungen sein, das deshalb auch vielerorts la chilena genannt wird.

Per molti l’inventore è Carlo Parola; per altri i primi furono il brasiliano Leônidas da Silva nel 1938 a battere il 6 a 5 contro la Polonia a Strasburgo, e Silvio Piola nel 1939 contro la Germania. Secondo altri nasce in Cile. Nel 1927 David Arellano sarebbe riuscito nell’acrobazia, ragion per cui si parla spesso de la chilena.

La butto lì, qui ci sarebbe da sbrogliare la differenza tra rovesciata, sforbiciata, semirovesciata…