Un finesettimana kakaniko

Per trovarsi a metà strada tra Germania e Italia, dove si va? In Kakania, che sta lì, con il suo becco, a frapporsi tra i due paesi. In un paesetto vicino a Innsbruck, nella Foresta della Grazia (Gnadenwald). A rilassarsi in una pensione dove tutto è caruccio, lindo e grazioso, la camera enorme, il bagno ha il pavimento caldo, i piumini sono morbidi e c’è persino una pletora di regali ad aspettarmi, quando io invece, presa nel vortice della preoccupazioni, non ho pensato a niente.

In Kakania, mi sa, la gente sorride di più. Se poi lo fa per vezzo, per vecchia abitudine, per ipocrisia o per paresi facciale, non mi interessa poi molto.

 

Sommer 2009: Fazit

Baba Kakanien 2009.

Con il passare degli anni le estati kakanike mi sembrano sempre più veloci, anche quando sono in effetti lunghe e pesanti come quest’anno. Quella del 2009 è stata pesante, ma ricca di soddisfazioni dal punto di vista del lavoro (insegnamento; l’altro lavoro, una serie di ridicolissime vicissitudini poco fruttuose).

Tormentoni dell’estate 2009:

“Sai, capisci” – un evergreen che si rinnova di anno in anno, sempre efficace, detto in tono ansioso e ansiogeno. “Sai capisci” va completato con il nome delle figlie bisognose di cure costanti (sai, capisci, la Emma, devo stirarle le camicie, sai capisci, la Alda, devo farle da mangiare)

“Abbi pazienza” – con accento parmigiano, vocali allargate e tono sprezzante-condiscente. Nato da una sigaretta mal spenta (da me) nel ristorante Landhaushof, seguito da “si spegne da sola”, è assurto a factotum nei momenti problematici

“Oh na nie” – breve il primo (oh na), lungo il secondo (niieeee), da una barzelletta della Frau Chefin (Treibst du Selbstbefriedigung?  -Oh na, niee) e ripetuto da me come mantra ridanciano

Di negativo
La magione estiva peggiora di anno in anno, questa volta è stato difficile riposare decentemente, aumentano i rozzissimi giovanotti puzzoni e facili a birra, schiamazzi e stupefacenti vari.
L’annoso problema del test di piazzamento e della mancanza di lavoro collegiale continua, continua…

Di positivo
Dopo due estati contrassegante da infreddature pesanti, finalmente non mi sono ammalata, yuhu.
Buon numero di corsisti, buoni gruppi (qualche problemuzzo con il terzo), persone cordiali e vivaci, e anche dei bellissimi regali per l’insegnante: una Kirchtagstasche Pleamle, fantastica, e un bellissimo set di Schmuck rosso. Supernette KursteilnehmerInnen!

Hundertwasser-Freuden

Ah, due giorni alle terme – e in uno stabilimento splendido, finora il più bello in cui sia mai stata. E’ stato ideato da Friedrich Hundertwasser, architetto viennese morto una decina d’anni fa, un genio del colore, della forma ondulata e della sistematica mancanza di sistematicità. Pensare che in Nuova Zelanda sono voluta andare a Kawakawa, un grumetto di case sperduto nel nulla che ha un’unica attrazione turistica: i bagni di Hundertwasser.(da)

Se ripenso alla mia nuova home, a questi appartamenti tutti standard, tutti tagliati al risparmio in blocchi anonimi, mi viene la tristezza. Ci vorrebbero davvero i medici dell’architettura:

Da quando ci sono urbanisti indottrinati e architetti standardizzati, le nostre case sono malate. Non si ammalano, sono già concepite e costruite come case malate. Tolleriamo migliaia di questi edifici, privi di sentimento ed emozioni, dittatoriali, spietati, aggressivi, sacrileghi, piatti, sterili, disadorni, freddi, non romantici, anonimi, il vuoto assoluto. Danno l’illusione della funzionalità. Sono talmente deprimenti che si ammalano sia gli abitanti sia i passanti. (…) Le costruzioni uniformi simili a campi  di concentramento e a caserme distruggono e appiattiscono quanto di più prezioso un giovane può apportare alla società: la creatività spontanea dell’individuo. Gli architetti non possono risanare queste case malate, che rendono malati, altrimenti non le avrebbero costruite. Si rende quindi necessaria una nuova professione: il medico dell’architettura. Il medico dell’architettura non fa altro che ristabilire la dignità umana e armonizzare la creazione umana con la natura. (…) È necessario (…) spezzare la sterile e piatta skyline, trasformare i tetti in una superficie discontinua e ondulata, agevolare la crescita della vegetazione spontanea nelle fessure dei muri e dei marciapiedi, dove non arreca disturbo, modificare le finestre e arrotondare in modo irregolare angoli e spigoli. (da)

Oltre al fascino architettonico e alla gioia estetica che danno le curve e i salti cromatici di Hundertwasser, le terme sono eccellenti – e anche parecchio care – e non ci si stanca mai tra saune con salette dalle più dolci alla vera e propria sauna finlandese a 90 gradi, laghetti di acqua salina di origine vulcania a 37,5 gradi, percorsi acquatici nel caldo azzurro, idromassaggi,

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e fuori virenti prati, elefanti di terracotta e amache nel giardino.

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Epperò…

… tanta cura e tanto sbandierare qualità e poi le traduzioni in italiano le hanno fare alla cugina della cognata, quella che abita due strade più in là, ed ecco alcuni esempi della sua perizia:

Zona nuda
(che è tutta la zona delle saune, e giuro che non è un ambiente spoglio)

Sui simpatici cassetti del pattume ci sono
bicchiere (che traduce Glas!)
scarti (che traduce Restmüll, quello che di solito chiamiamo “secco”, altri rifiuti rispetto all’umido)
materiale sintetico (che traduce Kunststoff, ovvero “plastica”!)

Per non parlare di certi tagli imbarazzanti, passati del tutto inosservati, come

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Na ja. Per il resto, che sogno.

Sehnsucht nach Kakanien

Quest’anno sono particolarmente ansiosa del mio mese kakaniko. Lo vedo in brumosa lontananza, esalante dal lago azzurro, oltre le ispide montagne friulane, oltre il passo di Tarvisio,  e mi pare una fata morgana in questo paesaggio in cui non dormo la notte dall’ansia, mi sveglio alle 5 di mattina, mi metto subito davanti al pc e a mezzanotte sono ancora qui. A imprecare.

Ferie alla tedesca, alla kakanika, all’italiana

L’altro giorno lo stavamo facendo come Landeskunde in seconda: il sistema scolastico in Germania, il sabato libero, le vacanze.  Nel minitest, alla domanda “Quanto durano le vacanze estive in Germania?”, uno ha scritto sechs Jahre invece di sechs Wochen, sei anni invece di sei settimane.

Uh, ho detto io, sei anni, sai che noia.

Qualche risatella, ma anche qualcuna che diceva è vero, alla fine, in estate uno si stufa, finisce che andare a scuola gli piace.

Leggevo un articolo sulla proposta del Trentino di adottare le “ferie alla tedesca“:

Il dibattito non è affatto nuovo: nel 2007, a ricordare la parole dell’allora vicepremier Francesco Rutelli, che aveva convinto anche il ministro dell’istruzione Giuseppe Fioroni, sembrava cosa fatta. L’Italia, sosteneva Rutelli, si è fermata agli anni Sessanta, quando la vita era scandita dalla chiusura delle fabbriche e dall’obbligo della villeggiatura in agosto. Ma poi non se ne era fatto niente. E i calendari scolastici sono rimasti rigidi. Non avviene così negli altri Paesi. In Germania, che è il modello a cui si ispirano in Trentino, d’estate si sta a casa per non più di un mese e mezzo; poi c’è una pausa tra ottobre e novembre (si chiama Kartoffelferien, perché coincide con il momento della raccolta delle patate); naturalmente a Natale; ancora a febbraio, a Pasqua e infine tra maggio e giugno. Non esiste, in Germania, un calendario nazionale, ogni regione adatta le vacanze alle proprie specifiche esigenze, ma la filosofia di fondo, che si ispira a ragioni pedagogiche oltreché economiche, è quella di non lasciare gli studenti lontani dalle aule troppo a lungo e di non lasciare tutti a casa negli stessi periodi.

Le Kartoffelferien mi hanno colpito, così come al solito mi colpisce la superficialità con cui si scrivono gli articoli di giornale (cfr. qui per un caso eclatante). Leggendo così si potrebbe pensare che sia un uso ancora in voga; invece rispecchia una civiltà contadina che ovviamente è scomparsa.

In Deutschland und in der Schweiz sind die Herbstferien die ersten Ferien nach Beginn des Schuljahres. Es handelt sich in Deutschland je nach Bundesland um eine oder zwei Wochen im Oktober oder November. Die Herbstferien gingen aus den so genannten Kartoffelferien (bzw. in Bayern aus den freien Tagen an Allerheiligen/Allerseelen) hervor. Während der Kartoffelernte wurden die Bauernkinder von der Schulpflicht befreit, um auf dem heimischen Hof mitzuarbeiten.(fonte)

In Germania e in Svizzera le vacanze d’autunno sono le prime dell’anno scolastico. In Germania ammontano a una o due settimane, a seconda di ciascun Land, in ottobre o novembre. Le vacanze autunnali derivano dalle cosiddette “vacanze delle patate” (Kartoffelferien) (in Baviera dalle giornate di ferie a Ognissanti e alla Festa dei defunti). Durante la raccolta delle patate i figli dei contadini venivano esentati dall’obbligo di andare a scuola per aiutare la famiglia sui campi.

Capirai che esenzione, tapinelli.

In Kakania ricordo le Energieferien a febbraio: una settimana di chiusura per risparmiare sulle spese di riscaldamento, mi dicevano. Leggo ancora qui:

In Österreich dauern die Semesterferien eine Woche und finden im Laufe des Februar statt. Sie markieren die Hälfte des Schuljahres (vgl. Semester). Die Termine sind je nach Bundesländern unterschiedlich. Die Semesterferien sind in Österreich während der ersten Ölkrise 1973 unter dem Namen Energieferien eingeführt worden. Als Grundgedanke diente die Idee, Öl zu sparen, da beinahe alle Schulen damit beheizt wurden. Später wurden die Ferien beibehalten und zu Semesterferien umfunktioniert. Umgangssprachlich werden sie aber noch häufig Energieferien genannt.

In Austria le vacanze di fine quadrimestre durano una settimana, a febbraio. Segnano la metà dell’anno scolastico. Furono introdotte per la prima volta durante la crisi petrolifera del 1973, con il nome di Energieferien. […]

A proposito di periodi di magra, la mia amica e omologa kakanika C. mi diceva che in Kakania vorrebbero far lavorare gli insegnanti due ore in più gratis per far fronte alla crisi. Terminava l’e-mail con un minaccioso “Qui si parla addirittura di sciopero!”.

Il cuore sulla copertina

La copertina del libretto bianco reca un’insegna a cuore, sullo sfondo grattacieli grigi. Forse segnala al passante un localaccio di varie libidini. Se la copertina è la chiave al libro, io devo ancora infilarla nella toppa, ma  anche senza sbirciare dal buco so che questo cuore è rosso come l’allarme.

C’è già un tempo vagamente settembrino, sole svarechinato e ein Hauch Traurigkeit, un tocco di tristezza come orecchini di cattivo gusto. Due giorni fa, però, il lago era un incanto. Domani è l’ultimo giorno del corso di italiano a kakanici, i certificati e i moduli di gradimento aspettano dentro la loro busta, per l’ennesima volta posso riporre passato prossimo/imperfetto, sistema pronominale e imperativo, attività ludiche e comunicative, induzione e sopportazione. Il capo ha fatto il bonifico e s’è pure sbagliata nei conti, dandomi più euro del dovuto;  in Italia il sistema scuola si sommuove, ruttando nomine per tappare qualche buco che difficilmente parlerà tedesco.

Mia madre mi scrive timidi sms “Quando torni?”. La Maria Luigianesca città, invece, mi sembra così lontana, come se non ci avessi mai abitato. E forse è proprio così.

Ogni partenza porta pacchi e pensieri.

What’s your name?

Nel pomeriggio sono andata in centro (in die Stadt, dicono loro). Mentre attendevo il verde a un incrocio pedonale, ho notato che dall’altra parte attendevano tre splendidi esemplari maschili,  biondi, giovani, e parecchio aitanti, a torso splendidamente nudo e splendidamente glabro. Sopra i capezzoli avevano tatuato il marchio del gestore telefonico austriaco che sponsorizza il torneo di beach volley, l’eventone di questo finesettimana. E sotto, sui tonici addominali, il primo aveva scritto what’s, il secondo your, e il terzo name?

Volevo corrergli incontro e dire: Ilsa, Ilsa! My name’s Ilsa!

Ma poi ha vinto la decenza.

A proposito di nomi e di sport. Stavo ascoltando or ora una trasmissione sulla seria e colta Ö1, più o meno la RaiRadio3 austriaca, sulle Olimpiadi in Cina. Da quando Pechino è stata scelta, va di gran moda chiamare i figlia Olimpia. Femminile o maschile, hanno chiesto. Neutro, hanno risposto. Un’infermiera spiegava che i cinesi amano dare i nomi legati a eventi importanti. Per esempio, Staatsgründung, spiegavano in traduzione.

– Ciao, come ti chiami?
•Fondazione dello stato.

Gionata

Gionata, chiamiamolo così. Fulvo, efelidi sul viso pallido, occhi di vetro chiaro, alto e di robusta asciuttezza, cammina dritto e rigido, come se contasse i suoi passi, e forse lo fa anche. Avrà quarant’anni, ma è difficile dire quale versione sia. Perché Gionata potrebbe sembrare un normale svedese adulto in soggiorno in terra kakanika; invece è un androide.
Gionata lo ebbi come allievo nel 1999 o forse 2000. A dire il vero oggi, durante la pausa, mi stava per enunciare l’anno, i giorni e l’ore, ma devo essermi distratta perché l’ho già dimenticato. Uno svedese che va in Kakania a imparare italiano può suonare bizzarro, ma occorre tener conto che Gionata è un androide e le sue scelte non risentono di stereotipi, colpi di testa o capricci, come potrebbe essere per un umano allorquando decidesse di frequentare un corso di lingua all’estero. Gionata studiava già il tedesco, e venuto a sapere, ovvero giuntogli l’input, che nel luogo dove aveva già frequentato un corso di lingua teutonica, si offrivano anche corsi di italiano calcolò rapidamente il raddoppiamento dei benefici (studio italiano + parlo tedesco) e se ne venne in terra kakanika a studiare la lingua del dolce sì. Non ricordo molto di quel corso, a parte il fatto che io arrivavo sempre con venti o anche trenta minuti di anticipo in classe, lo trovavo già lì seduto a ripassare qualche regola e a dirmi, con quel suo sorriso che non sa essere simpatico (mai visto un androide sorridere simpaticamente?): «Se (If) arrivi così presto, allora (then) non sei italiana».
Quando Gionata parla, scandisce le parole con esattezza e minuzia, senza fare alcun errore. Lo diresti imparentato con Hall 9000, ma non sono sicura che si tratti di software analoghi in qualche modo. Ogni pausa serve al computer centrale per calcolare esattamente fonetica, morfosintassi e lessico. Soltanto la feature “intonazione” non è ancora stata sviluppata per il modello di androide Gionata, il quale parla con la stessa vivacità del frinire di cicale sotto il solleone. Probabilmente la similitudine induce però a immagini solari e quindi è del tutto sbagliata. Ci ripenserò.
L’avevo già visto due giorni fa a colazione, ma ho fatto finta di essere assonnata e distratta; lui, d’altronde, era intento nella programmazione Kaffee-Semmel-mit-Wurst-und-Gürkchen (caffè-panino-con-prosciutto-e-cetriolini) e non mi ha notata. Ma oggi, durante la pausa, il collega istrione ha avuto la bella pensata di portarmelo direttamente. «Ilsaaa, guarda chi ho qui! Ho visto Gionata e gli ho chiesto: ‘Ma Ilsa l’hai vista? Nooo? Vieni che siamo in pausa’». La piega del mio sorriso sarebbe stata significativa per qualunque essere umano, ma fortunatamente, oppure sfortunatamente, Gionata non è stato programmato per comprendere gestualità e mimica facciale.
«Uhhh, Gionata, ciaooooo! Come stai? Che bello rivederti! Sei sempre più alto!»
«Non credo. Sono alto come l’anno scorso.»
«…Sarò io che sto diventando più piccola?»
[Collega istrione] «O forse sono le tette che ti stanno abbassando?»
Ho lanciato un’occhiataccia al collega. Non perché fra di noi non si dica questo becerume spensieratamente, ma gli androidi non sono predisposti per afferrare, né tanto meno gradire, lazzi e frizzi.
Infine, mentre Gionata andava acribicamente spiegando che secondo lui l’italiano è simile al francese e stava per esporre i risultati del suo programma di confronto linguistico, snocciolando numeri («Secondo me — ci sono — 80 verbi—»), è sopraggiunto un corsista dell’altra collega, quella che passa i pomeriggi in modo più variegato di me, e collega istrione e io abbiamo colto la palla al balzo per far conoscere i due e battercela in ritirata.

La categoria docente

E’ vero che questi sono corsi estranei alla famigerata scuola pubblica, ma ho sempre notato alcune costanti della classe docente.

Stamane è stato “somministrato” (tipo medicina, già) il test di ingresso, test di piazzamento, quel che volete voi, Einstufungstest. Ogni volta fatto più o meno empiricamente, a seconda dell’impegno del collega di turno; questa era la volta meno buona e il test non brillava per correttezza scientifica. Il problema di valutare e suddividere in gruppi una ventina di persona in due ore, sotto lo stress dei tempi stretti, è probabilmente l’unico aspetto che odio di questi corsi.

Perché poi per me il test dura due giorni; ho passato il pomeriggio e ora anche la sera a rimuginare su test scritti, orali, libri di testo e possibili variazioni nei gruppi entro domani; a preparare strisce di cartoncino con l'”italiano in classe”; a paragonare edizioni diverse con tanto di tabelle; a studiare i risultati del test sugli stili di apprendimento; a leggere manuali dell’insegnante; a valutare canzoni da utilizzare ecc ecc.

Intanto la collega è uscita a fare shopping con la figlia; a fare canottaggio sul lago con l’amica; e ora sta a un concerto di musica classica su un ameno lago a circa cinquanta chilometri da qui.

Qui qualcosa non mi torna. (Io non mi torno!)

Casa, Heim, home

E rieccomi in Kakania, sistemata per il prossimo mese e qualcosa. “Casa”, un’altra “casa” temporanea; perlomeno è la stesso locale che occupo dall’estate 2004, il che mi pare già un record di continuità. E’ buffo quando si era in viaggio, per esempio durante l’ultimo in Canada, e facendo programmi si diceva “…questo e quello e poi torniamo a casa“, intendendo il B&B, hotel, motel … di turno. Casa? Tenendo conto, poi, che abbiamo dormito nello stesso letto per due notti di fila soltanto due volte in 15 giorni.

I miei, che vengono da un’altra epoca, mi premono addosso da anni cercando di farmi comprare casa. Ma casa dove? Per non  dire “come” (cumquibus)? La casa è ormai un lusso da svariati punti di vista.  Per il posto di lavoro statalaccio, si prospetta una ventina (decina?) d’anni d’attesa, e per comprare casa ci vuole anche un lavoro fisso. Qualche giorno fa, girando nella mia unica attuale proprietà, la fiammante Micrina, ascoltavo un urbanista o analogo che prospettava nuove modalità di casa per il futuro. La seconda contemplata dall’esperto mi interessava particolarmente: una casa semovente, una specie di guscio della chiocciola. Un futuro di camperisti evoluti?

Casa dolce casa. Intanto buttiamoci sul lavoro. Temporaneo, va da sé, nel centro linguistico migliore della Kakania. Che aspettate a venire a fare un corso di tedesco?!