11 settembre

11 settembre, ormai sinonimo di disastri, ma per me è finalmente una buona giornata. Mi hanno proposto una traduzione e ho potuto accettare una supplenza vicino casa.

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Spataf(f)iate risparmiate e spataf(f)iate regalate

Quante spatafiate nell’ultimo mese, e molte sono state tutte mentali, fortunatamente, oppure a livello di ciancia lagnosa con qualche intimo, insomma, ho risparmiato di fare l’imbrattatela (laddove la tela non è quella dell’artista ma quella che ci ha cambiato la vita negli ultimi anni).

Spatafiata è la parola che mi sta portando più accessi che se avessi digitato paroline sconce e lascive. E il bello è che non ho idea da dove venga questa parola e quindi chi giunge qui con il desiderio, l’ansia, l’urgenza di sapere… viene tristemente deluso. Nei dizionari online non si trova. Ho visto che c’è la grafia con due “f” (qui potrebbe giocare il fatto che da veneta ho naturalmente problemi di geminazione…) e con spataffiata si trovano dotti riferimenti, tutti riassunti in questo thread di discussione.

Comunque, dove l’ho imparata? Perché fa parte del mio vocabolario? Forse non l’ho mai letta, visto che le testimonianze scritte sono così misere. Misteri del lessico.

Ieri sera il mio Personal Motivator mi ha scritto in chat: “è bellissimo sentirti parlare con così tanti vocaboli, che riesci sempre a trovare aggettivi nuovi e così bello e divertente…”. Il che mi ha sorpreso e poi, ovviamente, lusingato.

Gli raccontavo delle ultime miserie di questo lavoro in terra teutonica, ripreso lunedì scorso dopo una settimana di vacanze dalle quali sono tornata con uno stato d’animo radicalmente diverso da quello che avevo dopo le vacanze di Natale. Allora pensavo che il trasferimento a Ulma avrebbe portato frutti vistosamente positivi e per una settimana mi sono cullata nell’entusiasmo. Ora sono tornata con il gelo del conto alla rovescia, quanti mesi, quanti giorni, quanti singoli lunedì aberranti ancora? Ho calendari ovunque, sul piano della scrivania, davanti agli occhi sul muro (due persino, uno bello con i gattini, regalo del Personal Motivator, e una fotocopie con le vacanze della scuola di Roitlinga), calendari nel pc, calendari nelle agendine che poi dimentico di guardare…Ed è iniziato marzo, il mese più lungo. Meno 30 alle prossime vacanze.

Non si permetta… di scardassarmi

L’esperimento “Vita con due teutoniche” ha ormai raggiunto il primo mese di vita (e, loro non lo sanno, ma non ne restano molti altri). Io mi sono ambientata abbastanza bene, direi; ci sono alti e bassi come in ogni coabitazione, come in famiglia, come in coppia, anche se ovviamente la cosa buffa è queste due sono sconosciute con cui sono venuta a stare sotto lo stesso tetto. Spesso mi viene l’acidità di stomaco – ogni mattina in cui mi trovo a far colazione dopo Paranoia, che lascia sempre briciole, macchie di caffè, coltelli sporchi, filtri di brodaglia in giro o bustine del tè usate e che dissemina la cucina con ogni tipo di cibaria e bevanda oppure sposta cose mie perché non rientrano nel suo concetto di disordine personale e universale  – oppure mi sento un pesce fuor d’acqua – come quando Hitlera inizia le sue rapidissime concioni su questo e quello -, spesso resto basita o percepisco un certo qual schifo – come quando Hitlera gira serafica per casa con il suo spazzolino elettrico, come sta facendo ora, lei e le sue naticone da cavallerizza strizzate nei jeans.

Cerco però di mantenere almeno esteriormente un certo equilibrio, anche perché alla fine della fiera sono elementi di minore importanza rispetto al malessere atroce che mi dà questo lavoro, su cui forse vale la pena spendere due parole. E se dico “due parole”, è evidente dala lunghezza del post che è un eufemismo.

Questo magnifico lavoro che mi sono scelleratamente scelta per l’anno scolastico 2011-2012 consiste nel tappare il buco che dovrebbe essere riempito da un docente con posto di lavoro a tempo indeterminato, il quale, dall’alto della sua stabilità lavorativa, supera una ridicola prova di lingua chiamata “accertamento linguistico” (la cui futilità e cialtroneria sono saltate fuori con grande scandalo, subito sommerso nel niente, due mesetti fa sui giornali italiani), e va nel vasto orbe terracqueo, laddove l’elevato ente ministeriale italiano preposto ai rapporti con l’estero ha prima fondato e poi tenuto in vita con il polmone artificiale scuole e corsi di lingua italiana, un tempo per far sì che gli emigrati italiani avessero la possibilità di tornare in Italia con un livello minimo di istruzione.

Peccato che oggigiorno quel tipo di emigrazione non esista più, o quasi. Magari ci sono molti super-raffinati expats,  gente con laurea in ingegneria, che spesso è single e che comunque, se proprio si accoppia e prolifica, non è minimamente interessata a che i rampolli seguano corsi di italiano, si vuole piuttosto aprire la testa a questi nuovi europeini. Insomma, emigrazione di lusso. Ci sono ancora sudisti italiani che arrivano, di solito a grappolo, per raggiungere cugini e parenti vari, e i ragazzi che vanno a scuola finiscono nelle Vorbereitungsklassen, in queste classi dove vengono raggruppati tutti gli stranieri affinché imparino un minimo di lingua teutonica e di aritmetica in teutonico, nulla più, survival German. Ma questi, di solito, sono così (ingiuficatamente) sicuri del loro italiano e hanno comunque così poca voglia di fare che dei corsi offerti gratis dal magnifico ente ministeriale se ne infischiano del tutto. Ci sono, sì, i figli degli immigrati, quasi sempre già di terza generazione, che sono ormai di lingua tedesca e basta, ma, come spesso accade alle minoranze che si fanno vanto del loro essere minoranza, inneggiano all’Italia – che non conoscono – e si pascono della loro idea di una madrepatria bella, prestigiosa, “cool”, e quindi girano in magliette con la scritta ITALIA, con tricolorini cuciti sulle maniche ecc. e credono di capire un po’ e sanno di non riuscire a spiccicare parola. Molti poi sono dei fantastici ibridi, italo-spagnoli, italo-turchi, italo-tunisini e, ovviamente, i molti italo-teutonici. I geni italiani sparsi per il mondo, nube et impera. Più o meno.

Ora, se a coprire i posti non vengono le loro maestà con il posto fisso, ci sono i supplenti. Che, informalmente, si dividono in due categorie: da una parte i locali, a volte nati e cresciuti qui, figli di italiani, e quindi portatori sani di un italiano così miserabile e scorretto che la sola idea di sentirli fare lezione mi getta in una ridarella irrefrenabile, oppure sudisti che, al solito, arrivano a grumi e si insediano stabilmente con la facilità e la tenacia tipiche delle patelle sudiste, e dall’altra, i meno, gli sventurati che vengono ignari e ingenui dall’Italia. Tra questi, la sottoscritta, la sventurata che rispose alla mail di inizio settembre, partì un mercoledì sera, ebbe un colloquio il giovedì e il venerdì stava facendo ritorno a casa, con poche e confuse idee, sapendo che da lunedì avrebbe iniziato un lavoro poco chiaro. Perché quel colloquio con il Re e Madamigella si sarebbe rivelato poi un bel tranello: in primis, perché i due si sono premurati di non spiegare in cosa constasse il lavoro a parte un generico “insegnare italiano ai figli di immigrati” e, nell’ambito della lezione con co-presenza, a un “fare da mediatrice linguistica per bambini che non sanno il tedesco, assolutamente non sostegno, figuriamoci”. Hanno omesso il particolare che avrei dovuto raccattarmi ragazzo dopo ragazzo, con estenuanti telefonate a genitori e ragazzi stessi. Lavoro che dopo sei mesi di permanenza non è ancora finito, fatto che mi ha gettato nel più atro sconforto. Ancora dovrei andare di scuola in scuola cercando di recuperare nominativi e poi farmi frantumare le corna in telefonate che, se fosse un romanzo comico e io fossi il narratore onnisciente manzoniano, sarebbero anche spassose: ragazzini che rocciosamente mi dicono “no”, mogli che mi prendono forse per la nuova amante del marito, donne che temo fossero sposate con un italiano ma che ora al solo sentire dire “italiano” si ricoprono di eruzioni cutanee, madri che adducono ogni sorta di catastrofe naturale e innaturale per la procrastinazione dell’inizio del corso da parte della prole, padri che se ne fottono e promettono che la moglie richiamerà, ma nessuna moglie più richiamò, personaggi che iniziano una tiritera incredibile contro le istituzioni italiane, signore nostalgiche dei loro tempi della scuola italiana e chi più ne ha, più ne metta.

Ma per tornare alla coppia reale. Ovviamente hanno fatto un quadro vago e lacunoso anche sulla natura di tale lezione in compresenza (probabilmente perché non ne sanno molto…). Prima di tutto perché per lo più non c’è alcuna compresenza, io vengo sbattuta fuori con gli essere considerati cognitivamente e socialmente inferiori, ovvero, gli italiani (e io stesso sono aggiunta nel giudizio di disvalore in modo laterale e sottile). Secondo, ma in verità è la prima grave omissione: trattasi proprio di sostegno, e non sostegno linguistico, i bambini sanno il tedesco quanto gli altri, ma non ci arrivano (limiti cognitivi, excuse moi), ma hanno un comportamento inaccettabile per gli standard teutonici (troppo argento vivo mal convive con l’idea di scuola qui) o hanno problemi fisici che si traducono in impedimenti all’apprendimento, insomma, difficoltà che potrebbe avere benissimo anche un autoctono. Ma, e qui si infila un sospetto forse ingiustificato, stranamente sono sempre gli stranieri ad avere questi problemi.

Ora, perché questo doloroso ritorno agli inizi? Perché lunedì ho preso coraggio e ho telefonato al Re per avvertire che veniva a mancarmi un corso (il corso Turchi ha fatto la fine della Costa Concordia) e dunque per chiedere aiuto, ma, subodorando guai di cui Egli vuole essere immune, ha iniziato ad attaccare. Peccato che io non fossi in vena remissiva e ho alzato i toni. Apriti cielo! Quando mai una subalterna di infima qualità, una che viene pagata la metà di quelli con il posto fisso (sic), una sul cui contratto c’è scritto che può essere mandata a casa in qualunque momento, una che non ha diritto a indennità di trasloco, di trasferta durante le vacanze, di questo e quello, una che quando il Re presenta le sue docenti viene dimenticata, perché non è mica di serie A, una cui ha rifilato la cattedra più sbilenca, puntando sulla fame e sull’ignoranza e vincendo alla grande, quando mai una del genere si permette di ricordare al Re le modalità con cui ha “dimenticato” di spiegare di che tipo di lavoro si trattasse.

E qui è scattata la mia collera totale, perché le bugie mi fanno imbufalire, e far passare me per bugiarda, quando altri hanno sorvolato sulle modalità di lavoro, non è tollerabile e soprattutto non è tollerabile sentirsi urlare la frase che per me determina la morte morale di chi la pronuncia: Non si permetta.

Non si permetta cosa? Non si permetta di esistere? Non si permetta di respirare? Non si permetta di dirmi la verità che mi fa male, lo sa? A questa gente interessa solo una cosa: tenere su con un sistema di omertà e omissioni un impianto fasullo, pieno di corsi fantasma, corsi con nomi e non persone, condotti da insegnanti dozzinali interessati solo a farsi un sacco di soldi, e questo impianto rubasoldi, cari italiani che leggete, lo pagate voi, lo paghiamo noi con le nostre tasse. Un ennesimo spreco istituzionalizzato. E se arriva il bambino che dice al re, Guarda che sei nudo, il Re sbraita e nega, perché ne va del suo posto, dei suoi privilegi, dei lauti compensi.

E quindi io ho deciso che ogni momento sarà buono per andarmene da questa melma. Ho sì il vincolo dei tre mesi di preavviso della WG, ma prima del giorno x mi toglierò lo sfizio di dire al Re: Non si permetta mai più di scardassarmi. Ah, en passant, sei nudo. Laddove l’effetto non è quello di guardare Beckhamm nelle pubblicità di H&M.

La parola del giorno dello Zingarelli:

scardassare / skardasˈsare/
[da scardasso ☼ 1481]
v. tr.
1 Cardare la lana con lo scardasso: una donna … scardassava un mucchio di lana nera con due pettini di ferro (G. Deledda).
2 (fig., disus.) Maltrattare.

scardasso / skarˈdasso/ o (centr., merid.) †scardàzzo
[da cardo (1) ‘pettine’ e -asso, forma sett. di -azzo, con s- ☼ 1353]
s. m.
● Attrezzo a denti uncinati per pettinare la lana. SIN. cardo (1).

Simmel e il callo sull’anima

Sarebbe contenta Seia, se lo sapesse (ma glielo sto dicendo ora, anche se non so quando, se le capiterà sotto l’occhio), che vo leggendo un bel librone di Johannes Mario Simmel, Liebe ist nur ein Wort, ovvero L’amore è solo una parola, del 1963, comprato per euro 2 in una libreriuccia vicino alla Schwabstrasse a Stoccarda.

L’ho preso perché speravo di trovare una storia coinvolgente che mi distraesse mentalmente dalle beghe onnipresenti del mio quotidiano sgradevole. Speravo anche di leggerlo nei miei eterni viaggi con la Deutsche Bahn, ma è troppo grosso e io già vo carca di pesi che nemmeno un asino mobbizzato dal padrone, ormai le braccia sono quelle di un gibbone. Finisco per leggerlo la sera, ma giusto un paio di paginette, molte di più quando mi strozza l’insonnia. Eppure si tratta di libri che non andrebbero forse centellinati, sarebbero forse libri da leggere quando c’è il tempo lungo delle ferie. (Ma tanto io non ne faccio praticamente mai, quindi mettiamoci sopra una pietra tombale e via.)

In effetti la sua pagina in tedesco su Wikipedia classifica Simmel come “Trivialautor, „Bestseller-Mechaniker“ oder Fließbandschreiber“, autore di letteratura triviale, meccanico del bestseller o scrittore da catena di montaggio. Ma vendeva! Ma piaceva! Anche se negli ultimi tempi, per mancanza acutissima di tempo ricreativo, non ho più seguito le vicissitudini della letteratura teutonica, direi che il problema generale delle belletristica attuale prodotta in lingua tedesca resta l’incapacità di narrare storie e la tendenza assassina, anzi, suicida, ad arzigogolarsi nello stile. Poi finisce che nessuna casa editrice italiana è disposta a comprare i diritti di traduzione (e le aspiranti traduttrici restano senza lavoro; oddio, per una che si lagna qui ce ne sono altre che non sanno come venir a capo degli incarichi, soprattutto le Grandi Sgomitatrici e le Venditrici della Propria Nonna).

Storia interessante è anche la vita di Simmel,  nato nella capitale della Kakania nel 1924, figlio di chimico ed egli stesso chimico. La sua biografia mi pare ingarbugliata, perché si dice che il padre riparò a Londra per scampare ai nazisti, ma poi si aggiunge che durante la seconda guerra mondiale Simmel lavorò per la Kapsch, che ha sede in Austria. Forse è paradigmatico della situazione dei tedeschi e degli austriaci in quel periodo, in cui tutti erano invischiati nel regime e non tutti gli ebrei finirono in KZ (ci hai mai pensato? Forse in ossequio all’idea che i tedeschi sono gründlich, vanno sempre a fondo, uno pensa che non gli fosse sfuggita nemmeno una briciola).

Questa storia, questo L’amore è solo una parola, che ovviamente ho scelto tra altri di Simmel attratta dal titolo, ha un inizio fantastico. Crea suspence, crea orrore incalzante, è cinematografico, è avvinghiante. Flashback, piedi che penzolano, e poi prendi a leggere la storia di quei piedi, è la storia di quello coi piedi penzolanti? Non si sa. A raccontare in prima persona è un giovanotto, figlio di oscuro e delinquenziale padre, giovanotto che a ventun anni ancora gira per collegi destinati a tristi figli di ricchi, che si innamora di bellissima e giovane moglie triste con bambina nata fuori dal presente matrimonio.

Sono solo a pagina 180 di 560, Simmel mi farà compagnia ancora per un bel po’. L’altra sera, leggendo, mi sono appuntata mentalmente una pagina: 116. Oggi mi è tornata in mente e sono andata a guardare.

“Sie müssen Hornhaut auf der Seele bekommen, Herr Herterich. Sonst machen die Jungen Sie fertig!”
“Hornhaut auf der Seele”, murmelt er traurig. “So etwas ist leicht gesagt”. Dann nickt er mir noch einmal zu und schlurft den Gang hinab zu seinem Zimmer. Ich glaube nicht, dass diesem Mann zu helfen ist.

“Deve farsi venire il callo sull’anima, signor Herterich [che è un educatore del collegio]. Altrimenti i ragazzini la faranno a pezzi!”
“Il callo sull’anima”, sussurra con tristezza. “Più facile a dirsi…” Poi fa un cenno con il capo e si allontana lungo il corridoio, strascicando i piedi verso la sua camera. Mi sa che per quest’uomo non c’è niente da fare.

Hornhaut! All’inizio ho pensato al mio gelido oculista che mi diceva che mi ero die Hornhaut verletzt, mi ero ferita la cornea. Oddio, non credevo di sapere la parola per “cornea”, ma ho fatto 2+2, e a volte confesso di essere piacevolmente sopresa da me stessa, dove le ho imparate queste parole?! (Ok, secoli di studio non sono passati del tutto invano). Ho tradotto: Si deve far venire la cornea sull’anima. La cornea? Per vederci meglio? Non capivo.

Ho controllato:

Horn·haut f (-,-häute)
1 (Schwiele) callo m, durone m
2 ANAT. (im Auge) cornea f
(c) 2002 Langenscheidt KG e Paravia Bruno Mondadori Editori SpA

E poi, da brava, nel monolingue:

Horn|haut,  die [2: wohl deshalb, weil die Hornhaut kurz nach dem Tode einem dünnen, hornartigen Plättchen gleicht]:
1. durch Druck od. Reibung verhärtete äußerste Schicht der Haut, die aus abgestorbenen Zellen besteht: sich die H. an den Füßen, an den Schwielen abschneiden; Ü die H., mit der sich die Brust in all den Jahren gepanzert hatte (Apitz, Wölfe 235).
2. uhrglasartig gewölbte, durchsichtige Vorderfläche des Augapfels.
© 2000 Dudenverlag

Bastava pensarci, cornea e Hornhaut, pelle di corno. Hornhaut indica la cornea dell’occhio secondo l’etimologia del Duden perché dopo la morte la cornea assomiglia a una placchetta sottile, come fatta di corno. L’etimo italiano dice: Ma per tornare al romanzo, è il giovinotto, io narrante, che consiglia all’educatore di farsi le spalle grosse, per evitare che gli allievi lo riducano male. Per non “farse magnar i risi in testa”, ricordi il piccoletto tre anni fa, nelle lande venete?

Qui ora invece mi devo far venire il callo per tutti, altrimenti i risi in testa me li magnano da tutte le parti, ragazzi, bambini, colleghi, dirigenti, segretarie, amministrativi, e ancora, dirigenti teutonici, segretarie teutoniche, colleghe teutoniche, un vero magna magna.

Achtung, u-viiiiieeerzehn nach Heslach fääääährt ein

Ovvero, allungando di parecchio il brodo, attenzione, un treno della linea di metro 14 diretto a Heslach sta per entrare. È l’annuncio che si sente quando appunto sta sopraggiungendo la metropolitana.

Da pendolare quotidiana mi stanno entrando nelle orecchie gli annunci di metro, bus e treni come nemmeno un tormentone estivo. Achtung, u-viiiiierzehn fach Heslach ääääährt ein viene annunciata agli altoparlanti da una voce femminile, immagino sia sintentica, che mi sta diventando più familiare della voce di mia madre. Dentro la metro un’altra voce, sempre di donna ma di timbro diverso, annuncia le fermate. Mi piacciono le città che hanno la metro, mi piace la metro, è il mio mezzo di trasporto preferito quando vado in un posto ignoto, perché anche se il reticolato delle metro è incredibilmente vario (ci sono quindici linee a Stoccarda!), è sempre molto più comprensibile dei tracciati dei bus. Una città è una CITTÀ se ha la metro. Le città con le metro sono svelte e mobili, pulsano di vita, sfrecciano da una parte all’altra di se stesse. Le città senza metro sono piccole, anonime, immote, scialbe. Tipo ROITlingen, che per me è diventata la quintessenza della più squallida provincia.

Purtroppo nemmeno Ulm ha la metro, è troppo piccola. Ha il tram, il che la salva un po’, perché amo molto anche i tram, ma solo una linea, per il resto è un bailamme di bus in cui non riesco a raccapezzarmi ancora. Ma d’altronde ho scelto una camera centrale, si potrebbe arrivare alla stazione in una ventina di minuti a piedi, più o meno quanto ho fatto oggi per andare dal treno alla scuola dove lavoro di mercoledì, anche se pioveva e tirava un ventaccio, e la linea 1, che è appunto il tram, è a due passi. Circa la camera, immagino che presto troverò il lato negativo della centralità, visto che le finestre danno sulla strada, chissà se è ancora più trafficata e rumorosa di quella che ho ora a Stoccarda. Ma ormai i dadi sono tratti e oggi ho ricevuto anche il contratto dal proprietario che vive a Monaco. Ulm, arrivo. Ulm, arrivo? Troppo spesso, ancora, mi sento più portata verso la strada di casa che quella per Ulm, come lunedì mattina, in cui anzi sarei stata bene in un qualche reparto  di riabilitazione psichiatrica. Portatela via, con o senza U-Bahn.

Volevo raccontare del lunedì a Tubinga, del martedì (Nikolaus) più tranquillo, del mercoledì con un nuovo tipo di corso italiano per turchi adolescenti e come prepararsi allegramente a una Zertifizierung, ma domattina il treno che dovrei prendere è alle 5.53, quindi chiudo qui.

Un anormale sabato di lavoro

Eh be’, uno dice: E’ sabato, ti riposerai.

Mi sembra di averla già detta, letta e pensata, questa. Ma nemmeno oggi è andata così.

Avevamo consiglio e corso di aggiornamento dalle nove alle quattro. Non mi lamento, per una volta è stata organizzato qualcosa di utile, in cui ho finalmente raccolto in modo organico dicerie, appunti sparsi, idee confuse. Era un corso sulle certificazioni che gli insegnanti di italiano del prestigioso ente offrono in collaborazione con le scuole del Baden-Württemberg, a livello A1 del Quadro di riferimento europeo per le lingue nella nona classe (che corrisponde alla nostra prima superiore) della Hauptschule (che non ha corrispettivi, è la scuola dove gli insegnanti tedeschi ammassano chi ritengono incapace) e a livello B1 per gli allievi della decima classe della Realschule (più o meno una scuola superiore di stampo tecnico, e dico molto “più o meno”; è la scuola dove vanno quelli che non sono bravi come i ginnasiasti ma non stupidi come quelli della Hauptschule), del Gymnasium (più o meno il liceo, al liceo ci va chi è reputato valido) e delle Berufsschulen (scuole professionali, di queste mi manca ancora un inquadramento concettuale).

La parte di workshop è stata la migliore, quella di riepilogo e riassunto in plenaria, con una sessantina di insegnanti assiepati, è ovviamente svaccata da un brusio ancora tollerabile a un baccano mostruoso. E soprattutto, come è tradizione italiana, si è discusso e dibattuto su elementi del tipo “i ragazzi che portano i cartellini promemoria alla presentazione orale quanti cartellini al massimo possono portare? quante parole posso esservi scritte?” senza chiaramente raggiungere una norma condivisa. Questo significa che agli esami ogni esaminatore farà come gli pare e che buona parte degli intenti di questa giornata sono naugragati. Amen.

Finito il lavoro, erano ormai quasi le cinque, ho acchiappato una collega di Stoccarda e siamo andate un po’ in giro. Io a dire il vero avevo una voglia insana di pizza fatta a regola d’arte, ci siamo infilate in una “Trattoria al corso” nella Calwer Strasse e ovviamente, paragonata al trancio di pizza del pizzarolo della stazione, mi è parso il paradiso.

A Stoccarda non fa nemmeno ancora così tanto freddo, stanno montando il Weihnachtsmarkt nella corte dell’Altes Schloss e i chioschetti di vin brulè, caffè e dolcetti vicini al Neues Schloss che fan da contorno alla pistina da pattinaggio erano pieni zeppi di stoccardesi furiosamente chiacchieranti.

Non vedo l’ora che sia il 24 dicembre.

Guten Morgen miteeeeeinaaaaaander

Oggi è stata una giornata pesantissima che mi vede partire da Stoccarda, dalla porta dell’ostellaccio, prima delle otto del mattino e tornare dopo le otto di sera. Da lunedì prossimo, poi, mi sono messa una seconda ora e dunque dovrò partire ancora prima, ma era l’unico modo per avere almeno un pomeriggio libero a settimana, il che mi pare ormai una conquista degna dello sbarco sulla Luna.

Alla scuola a Reutlingen ho così fissato due sole classi per tutte le otto “ore”, e scrivo ore tra virgolette perché sul mio contratto c’è scritto che sono sei ore (di 60 minuti), ma i tedeschi hanno ore di 45 minuti e dunque ne devo fare otto, otto Unterrichtseinheiten, potremmo dire, unità di lezione. Lavoro in una Förderungsgruppe, un gruppetto di bambini di prima e di seconda che vengono tolti alle loro classi due ore al giorni e messi in un’auletta a … recuperare quel che non sanno, almeno formalmente, a lasciare in pace quelli normodotati, potrebbe essere insinuato.

Per me la cosa più penosa in assoluto è il modo in cui le classi si salutano. Nella Förderungsgruppe si inizia mettendo le seggioline in cerchio e così è difficile sottrarsi, allora faccio un po’ come i calciatori prima di una partita: muovo le labbra senza alcuna convinzione. Perché gli scolari teutonici si salutano, costretti dalla maestra, con un tristissimo cantilenante Guten Morgen miteeeeeinaaaaaander* che mi rende felice di non essere mai nata sotto un regime fascista o, anche oggi, in qualche paese fondamentalista.

“Rallegrati” da questo spontaneo saluto, si può iniziare. Ho colto da indizi vari – non ho avuto modo di godere di tanta organizzazione – che gli insegnanti di classe consegnano agli allievi di lunedì una fotocopia con il Wochenplan, il piano della settimana, dove c’è scritto punto per punto cosa devono fare. Mirabile. E impensabile in Italia, immagino. Ma nella Förderungsgruppe mi sa che i bambini siano ritenuti dalla docente incapaci di comprendere i rudimenti dell’organizzazione tedesca (tant’è che sono tutti di origine straniera, a parte i tre italiani, ci sono due turchi e un altro bambino che direi di area magrebina) e comunque non sanno leggere, quindi il problema si risolve da sé.

Già, a me ancora viene la pelle d’oca quando mi trovo a dover spiegare a qualcuno come si legge, a me che leggere sembra naturale come respirare. Ma ho accettato la bicicletta, anche se totalmente sbagliata per le mie dimensioni, e ora pedalo.

* letteralmente: Buona mattina l’uno con l’altro.