Heine e l’amore (io e il lavoro)

Ieri sera, tornando verso casa, abbiamo fatto i sottopassaggi della stazione di Stoccarda. Ci sono alcune vetrine con i programmi dei vari teatri stoccardesi e una delle vetrine era decorata con grossi sassi su cui avevano tracciato frasi e motti. C’era una citazione di Heine:

Du fragst mich Kind, was Liebe ist?
Ein Stern in einem Haufen Mist.

Mi chiedi, piccolo, cosa sia l’amore.
Una stella in un mucchio di letame.

E in questo pomeriggio domenicale, in cui sono costretta a lavorare anche se fuori c’è il sole e ho dovuto tirare un bidone a una collega cui volevo fare visita e magari passare una bella serata, mi viene da dire:

Du fragst mich Kind, was Arbeit ist?
Nur ein Haufen Mist.

Mi chiedi, piccolo, cosa sia il lavoro.
Solo un mucchio di letame.

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Venerdì

Venerdì le forze sono già ridotte al lumicino. E oggi, per tornare agli insani ritmi pre-vacanze, quando infilavo ogni giorno almeno una o due camere da visitare (perché io cerco sempre e ancora casa, e a Ulm), ho appuntamento alle undici con una coppia di anziani signori, conosciuti per tramite di un’altra dama che avevo incontrato per vedere il suo appartamento da affittare (ha tutta una palazzina in centro a Ulm, la dama, palazzina comprata dal nonno o bisnonno. La cosa non è andata a buon fine, come al solito perché non ho saputo mentire bene sulla durata del mio soggiorno. D’altronde, l’appartamento veniva affittato completamente vuoto, persino le lampade avrei dovuto comprarmi, e questo è francamente un po’ troppo sia a livello di spesa che di tempo). La sorella della moglie è passata a miglior alloggio, leggi: ospizio, e loro cercano di affittare l’appartamento. Lo fanno da veri signori, i primi veri signori che io abbia conosciuto qui in Germania: senza fretta, senza brame venali, con una cortesia di altri tempi. Mi vengono a prendere in auto alla stazione e mi portano poi a Söflingen, il quartiere di Ulm dove si trova la scuola in cui lavoro nel pomeriggio. Chiacchieriamo pacificamente del più e del meno. Di affitto mi chiedono per un appartamento di 74 mq quanto altri sono capaci di chiedere per una cameretta di 10 o quanto una infida collega è capace di chiedere per un loculo asfittico e umido. Ovviamente l’inghippo c’è: è sull’Eselsberg, un po’ fuori rispetto al centro, bel collegato ma ormai speravo nella camera centrale, speravo di ridurre drasticamente il tempo passato sui mezzi pubblici…

I corsi del venerdì vanno bene. Tenendo conto delle premesse, dell’utenza e di tutti gli annessi e connessi (età della stupidera, voglia scarsa da parte dei ragazzetti, una certa inesperienza dell’insegnante) vanno bene. Posso conchiudere felicemente la settimana. Senonché nel mio retrocervello sempre ingombro so che ho quella gatta da pelare del giovedì…Ma cerco di non pensarci. Lo farò domani. Domani è un altro giorno, penso mentre entro nella brutta stazione di Ulm con il suo corredo di beoni, barboni e punkoni, gli sputi per terra, la scomposta folla del venerdì sera di persone che – beate loro – vanno a casa con il loro valigino.

Io arrivo all’ostello verso le otto e mezza, dopo essere passata al volo al Rewe di Marienplatz, perché non ho più olio. E senza olio un’italiana che fa?!

Bilancio della settimana tipo in questo periodo.

Vivo a Stoccarda e lavoro due giorni a Reutlingen e tre a Ulm, dunque in una settimana mi faccio circa 720 chilometri di treni, ne prendo ben due al giorno. Poi prendo dieci volte la metropolitana, quattro volte il bus, sei volte il tram. Mi trascino dietro palate di libri, fotocopie, immagini, giochini, registri e scartoffie, dato che non ho una sede fissa ma lavoro in quattro scuole diverse, facendo almeno tre tipi di lezioni. 1. Tandemunterricht: una bella formuletta per dire “sostegno”, e per sovammercato, sostegno a livello di scuola primaria (quando chiedevo di insegnare inglese alle elementari, nisba, per questi inciuci invece lo spazio c’è). 2. Arbeitsgemeinschaften: corsi scelti liberamente in orario post-meridiano, in cui ho sia “italiani” che tedescofoni. Data la mancanza di obbligo, sono i cosi più rognosi (ma l’ho capito troppo tardi), perché i ragazzetti vengono e non vengono e quindi ogni volta o quasi si ricomincia daccapo, non annullano l’iscrizione, quindi è impossibile capire con quante persone effettivamente si sta lavorando, il clima è spesso quello dello sfrenato nullafacentismo e a volte i livelli sono così crassamente disomogenei che anche lavorare per gruppi è un incubo. 3. Corsi di lingua e cultura italiana, riservati ad alunni di origine italiana. E questi meritano tutto un discorso a parte che farò.
Senza contare che mi sono inventata preparatrice ai corsi CILS dell’Università per Stranieri di Siena – acquistando libri a miei costi, ovviamente – per coloro che desiderano le certificazioni ulteriori rispetto a quelle previste da accordi tra l’ente prestigioso per cui lavoro e il Baden-Württemberg, il prestigioso Land in cui opero.

Se non esco pazza prima di Natale, sono brava.

Giovedì

Questa mattina c’è una notizia solare: mi hanno pagato lo stipendio di ottobre!!! Ciò che in Italia mi pareva normale, e succedeva verso il 23 del mese, qui è stato lungamente agognato e atteso e quando succede, con due settimanine di ritardo, mi pare un dono del Cielo.

Quando lavoro il pomeriggio, potrebbe sembrare che io abbia tutta la mattina libera. Ma basta svegliarsi un po’ più tardi e dover sbrigare le solite telefonate e e-mail (all’ufficio, a qualche genitore, a colleghi) e la mattina se n’è bella che volata. Tra l’altro, seguendo il filo delle mie giornate, è visibile la mancanza di un elemento pressoché ineludibile: la spesa. E non è un elemento non menzionato perché troppo prosastico, è che non ho mai tempo di fare la spesa. Di solito mi nutro di panini comprati al volo in un qualche esercizio alla stazione (stazione di Reutlingen, di Stoccarda, di Ulm). Anzi, è diventato il mio pasto principale, tant’è che ora, a vedere i panini nelle teche, mi sale la nausea in gola.

Dunque oggi mi metto di buzzo buono e vado (squilli di trombe!) a fare la spesa. Compro anche materiale per farmi i panini da me, tanto per cambiare un po’. Così però faccio tardi e devo nuovamente scappare, U-Bahn e treno incalzano. Di solito mercoledì, giovedì e venerdì prendo il treno per Lindau delle 12.02, pregando fervidamente che non ci siano ritardi grossi. Un qualche ritardino è tollerabile. In treno cerco di prepararmi. A telefonare (e telefono per lavoro, visto che questo posto prevede  continue chiamate) ho rinunciato, la linea viene e va. A volte semplicemente guardo il paesaggio, inebetita, e penso vagamente “Che ci faccio qui?”.

Il giovedì mi dà grosse preoccupazioni, perché il secondo corso è semivuoto. Il primo è una Arbeitsgemeinschaft abbastanza buona, almeno hanno tutti lo stesso livello (zero) e una discreta voglia di fare (discreta, sia chiaro, preferirebbero fare a braccio di ferro e giocare a rincorrersi tutto il tempo).

Ma al secondo corso ho solo quattro persone e mai una volta che siano tutte insieme. Questo sarà presto una gran bella gatta da pelare, anzi, quella che verrà spelacchiata sono io. Dal capo.

Quando finisco, mi trattengo nella squallida aula a fare telefonate in giro ma non risolvo molto. Alle cinque è già buio pesto. Ulm è fredda e ostile, pago il sovrapprezzo e prendo l’ICE prima che è molto più confortevole e rapido del solito lumacoso regionale e arrivo a casa ben mezz’ora prima.

Mi sostiene solo il conforto di sapere che so come pagare l’ostello per il prossimo mese.

Mercoledì

Almeno si dorme di più. E la mattina sono pure ripartiti i termosifoni (ho scritto una mail nella notte…non ci sono persone contattabili!). Da mercoledì i turni si spostano al pomeriggio e la location della mia personal fiction è Ulm, a 80 chilometri da dove abito (Reutlingen sono circa 60 chilometri di strade ferrate).

Ma anche così tutta la giornata se ne va. Faccio appena in tempo a ragionare su cosa togliere dalla borsa – ormai allo stremo! – e cosa mettere, e di solito il tempo è appunto così scarso che infilo molto più materiale di quanto poi me ne serva, ma vivo nell’incertezza di non sapere esattamente cosa farò, perché le reazioni degli “utenti” sono ancora difficilmente comprensibili e prevedibili, perché un qualche supporto tecnico può sempre venirmi a mancare, perché non è detto che la fotocopiatrice funzioni ecc ecc.

Il primo corso è una deliziosa Arbeitsgemeinschaft di cinque turchi (di cui tre gallinelle in fregola e un mezzo avanzo di galera fondamentalista), un portoghese e un bolso italo-greco che ha perso per strada la cultura greca e lo spirito italiano ed è rimasta solo la bolsaggine. Per lo più si lanciano palline di carta, parlano in turco, ridono e flirtano. Io aspetto, opero il “silenzio attivo”. Non ho altri mezzi. In un mese non sono riuscita a insegnare loro nemmeno i numeri fino a 20 e a malapena riescono a spicciare un “mi chiamo…”.

Il secondo corso è solo per italiani ed è il migliore che ho, vorrei tanto replicarlo in ogni singolo pomeriggio. Gli iscritti sono otto spaccati (numero minimo!), bravi, carini, lavativi come tutti ma angeli, soprattutto dopo l’ora e mezzo demoniaca che li precede. Abbiamo parlato di esami perché in men che non si dica si avvicina la data dell’Eurocom, una prova su cui devo spacciare conoscenze che invece non ho. Insomma, la solita cialtronaggine italiana. L’ente da cui dipendo qui si è dimenticato che esiste la possibilità di trasmettere conoscenza non solo per chiacchiere e quattro informazioni scarse estorte da colleghe che – è chiara la percezione – avrebbero di meglio da fare che illuminare l’ultima arrivata.

Appena esco dal corso, ho una commissione: recuperare la chiavetta USB che ho dimenticato in un negozio di fotocopie prima delle vacanze. Ci sarà? C’è. Tonnellate di pesi al cuore mi cadono di dosso. I teutonici son teutonici (e ogni tanto la frase ha valenza positiva).

Arrivo a casa verso le venti. Rotta.

Martedì

E’ la giornata nera per me che ho il fuso orario dei nati stanchi. Devo essere a Reutlingen per le otto del mattino, anzi, dovrei arrivare alle sette e mezza per riuscire ad arrivare a scuola in tempo, e dunque dovrei prendere il treno da Stoccarda delle 6.16, ma ho pensato di tirare un po’ la corda e arrivare un pelino dopo, prendendo il treno delle 6.52 che mi smolla a Reutlingen alle 7.43. Con un po’ di fortuna potrei arrivare in tempo, invece il 4 mi scappa sempre mentre arrivo, persino oggi che praticamente ero davanti alla porta. Ma i teutonici, si sa, son teutonici.

Arrivo alle 8.15 in classe. Fingo sovrana indifferenza. E se un giorno la collega del Tandemunterricht si stufa e mi mette nei guai? Per ora non ci penso, ho in animo una soluzione per il futuro (una Pension dove dormire la notte del lunedì. Altre spese. Ma per una nata stanca evitare di svegliarsi alle 4 del mattino forse vale la somma. Dipende ovviamente dalla somma. Nata stanca sì ma con un po’ di ritegno).

Per quattro ore faccio il mio servigio di aiuto. Poi parlo con il preside che è sempre gentile ma quando poi esco dal suo ufficio sono sempre profondamente insoddisfatta. E’ un preside, mica Mago Merlino, ok. Devo scrivere un Elternbrief. Devo. Devo. Intanto sbircio i documenti che la mia predecessora ha incautamente lasciato nella cartella Download del pc e vedo anche quanto guadagnava. Anzi, telefono al prestigioso ente da cui dipendo per sapere se pensano di pagarmi, prima o poi. Il capo dell’amministrazione è malato. Tiè.

Attendo le 16 per fare una Arbeitsgemeinschaft che non si tiene in piedi e infatti compaiono 4-5 persone e facciamo lezione in androne, come viene viene. Come tutto ormai. Quando ho finito sono le 17, raccolgo i frantumi di me e me ne torno a Stoccarda, anche oggi dormendo della grossa in treno.

Arrivo poco prima le 20 e ho la sorpresa dei termosifoni spenti. Qualcuno mi ha detto che è stata la vendetta dell’ostello per i miei reclami circa le pulizie limitate in Apartment. Fan questo anche i crucchi? Non c’è più pregiudizio che tenga.

Lunedì

Sveglia alle 4.30 per compilare una fastidiosissima tabella che avrei dovuto mandare prima delle vacanze di autunno. La compilo in fretta e furia, cercando di decifrare appunti, di sistemare annotazioni, di cogliere dati in registri mezzo vuoti e registri vecchi. Mando una tabella deficitaria, ma faccio finta di nulla. Mi sa che a questo mondo si lavora così, a far gli acribici viene solo un fegato come quello di un bisonte. Mi richiameranno. Pace.

Manca poi il tempo di preparare le lezioni del pomeriggio, U-Bahn e treno incalzano. Che fare? Niente. Per l’ennesima volta si parte con l’ansia e si spera nell’oretta di pausa per operare magie didattiche. Quando riuscirò a preparare decentemente le lezioni?

Devo prendere il treno delle 8.22, scappo a prendere la U-Bahn, macchinetta automatica per il biglietto, come al solito ormai uso il bancomat, sono così sottosopra (durcheinander, in tedesco, interessante, ogni lingua usa i propri versi) che non ho fatto colazione e prendo solo al volo una Butterbrezel. Pensavo fosse una Brezel con molto burro, invece è stata tagliata e imburrata in mezzo. Nausea. Questi tedeschi sono culinariamente irrecuperabili.

La giornata è infinita e l’ultimo corso si chiude con il buio, tanto che alcune bambinette vi si appellano per finire prima (si appellano a qualunque fattore pur di finire prima).

Arrivo al teutonico ostello verso le otto di sera. Devastata. E pensare che ho appena fatto una settimana di vacanze.

Non perché posso permettermelo, ma perché voglio farlo

La goduria di mandare e-mail a qualcuno che si lamenta dei miei prezzi salutando carinamente e dicendo “aspetto il bonifico per quel che ho fatto finora, poi siamo a posto”. Stringendo i denti, si può fare.

Con le case editrici la procedura è ancora migliore. Si smette di mandare e-mail. Quelli non ti cercano più e aprono le porte a coloro che accorrono boriose al posto tuo, quelle senza vergogna e senza morale, quelle che si dichiarano della stirpe dei cavalieri senza macchia e poi venderebbero la mamma e tutta la famiglia per soddisfare il proprio ego narciso.