Parliamo(ne)

Oggi è il mio San Silvestro. E’ nell’odioso mese di settembre che si decide il mio anno lavorativo, o non lavorativo. Arriva dunque il mio capodanno e rieccomi piena di buoni propositi, tipici degli inizi.

Ho lasciato scappare un altro anno, un intero anno. Potrei adossare la colpa alla Nina, così esigente come ogni bambino piccolo; alla nuova abilitazione che ho preso in fretta e furia; al lavoro che ho comunque portato avanti, seppur a tempo parziale; a mille piccoli disastri che hanno scardinato la mia esistenza, ma temo che sotto sotto ci sia altro. Non proprio pigrizia. Forse pavidità. Forse un dilagante senso di insulsaggine. Perché, di fatto, dedicarsi anima e corpo per ventiquattro ore al giorno a una figlia, tolte solo le ore di lavoro e il minimo necessario per tenere in piedi una casa e un corpo, significa non aver tempo per altro e rattrappirsi nel cervello. E così finisce che se hai un po’ di tempo libero fai spese necessarie e su Internet cerchi ricette per lo svezzamento, annunci di abbigliamento di seconda mano e informazioni su quali siano scarpe buone per i primi passi e non sai più niente di ciò che accade nel mondo, e, a dire il vero, nemmeno di ciò che accade ai tuoi amici o para-amici. Figuriamoci seguire l’editoria. Figuriamoci tradurre. Figuriamoci giocare con le parole.

Perché la filoglossia, ho scritto su, “è un passatempo come un altro” e non avevo mica tempo da passar via. Avrei potuto aprire l’ennesimo blog di mamma felice e istruttiva? No, non ne ho la stoffa. Leggo ancora parecchio su bambini e il loro sviluppo, ma sento ormai che non basta. Sono delusa da questa ignavia intellettuale generale. Vorrei respirare mentalmente.

Mi ero ripromessa di prendere a trionfale pretesto per tornare a filoglottare il momento in cui la Nina avesse cominciato a parlare. La cosa affascinante è che tutto, nei bambini, non ha un inizio subitaneo e plateale, degno di commemorazione futura. No, è tutto un lento trapassare, uno sviluppo minuto, sottile, graduale. Come per il camminare: la Nina ha iniziato molto presto a gattonare e, per quanto mi sia appuntata nel diario un giorno x,  non saprei già più dire quando ha intrapreso stabilmente la stazione eretta, perché prima sono venuti innumerevoli saliscendi, aggrappati-al-sofà, arrampicati-al-tavolino, un passetto lungo il mobile ecc ecc. E lo stesso per il linguaggio: prestissimo sono arrivati i primi suoni e quand’è che questi esercizi fonatori, questo ripeter di sillabe, “ma-ma”, “ta-ta”, “ghe-ghe”, sono diventati portatori di senso?

Anche qui credo di aver buttato giù un fatterello che ho deciso essere molto significativo. A fine giugno, una mattina molto presto, cercavo di convincere la Nina che alle cinque si dorme ancora. Sull’uscio, in penombra, si vedeva la pallina di gomma con cui giocava da mesi, una pallina su cui c’è scritto “John”, per cui spesso si diceva “Tira John”, invece che il canonico “Tira la palla”. La Nina ha notato la palla e indicandola ha esclamato: “Giom!”. Ho consacrato questo momento come l’inizio dell’eloquio sensato.

Adesso che ha sedici mesi e rotti, oltre ad aver appreso perfettamente il “no”, sia il suo tipico gesto con l’indice che il monosillabo, e farne un uso che talora arriva a devastare qualunque fortilizio di pazienza, la Nina ha un vocabolario che oscilla da un “pa-pàààà” flautato quando vuole vedere il padre o lo evoca a un “ma-mmaaa” anche molto dolce, quando cerca coccole (meno frequente) a un  “mamma!”, molto più frequente, assai deciso e a volte bizzoso che non significa solo “mamma, vieni qui e …” (esaudisci i miei desideri), ma anche “voglio quella cosa da mangiare!”, “dammi velocemente il latte”, “passami il ciuccio senza tante storie” e così via, laddove pare sia la cosa a chiamarsi “mamma” o la funzione “servile”, visto che viene sfoderato sia al padre che alla nonna che a chiunque capiti a tiro. Un termine polivalente, questo “mamma”. E poi c’è il linguaggio suo personale: tempo fa per una settimana ha detto solo “camu, camu, camu”, ora sfoggia un numero importante di mono- e polisillabi, “a-miiii”,”a-meeee”, “a-piii”, “a-pee”, “ahhhh-ppppaaaa”, qualcosa di simile a “cocciococciococcio” (segnale che sa di essere una testadura e forse inizia a vantarsene).

A incantarmi, tuttavia, sono ancor di più le competenze passive. Mi sono accorta presto che capiva e, se aveva voglia, accondiscendeva alle richieste, del tipo “portami questo”, “bevi un po’ d’acqua” e così via. Riconosce i nomi degli oggetti più frequenti, dei giocattoli, anche delle stanze. Ho trovato stupefacente che sappia riconoscere parti del corpo senza che mi sia industriata ad insegnargliele: sa e indica cosa sono naso, pancia, capelli, mani! Probabilmente sa molto di più di quanto io possa sospettare.

(Mi pare di ravvisare un’analogia con l’insegnamento delle lingue, ho l’impressione di non sapere mai davvero bene cosa e quanto sappia l’allievo a livello passivo, è una palude di difficile esplorazione).

L’eterno ritorno scolastico

Il finesettimana è stato un bello schifo e i primi due giorni sono sempre pessimi. Qui, se mi facessi contagiare dall’umor facilmente tetro e dal linguaggio spiccio dei miei cari allievi, direi: Es war richtig scheiße. Ma io sono una posata insegnante di mezz’età e dunque imbriglierò il mio eloquio in una forma socialmente accettabile.

Una posata insegnante di mezz’età?! Ma siamo matti? Ma chi ci crede? Voi, se mi conosceste, sareste i primi ad alzare la mano, io, io ci credo! Ma io no, non riesco a dire di me che sono di mezz’età, ragazzi, scherziamo, ho appena cominciato a lavorare praticamente, sono nel mezzo del precariato più precario, ergo giovanissima. Ergo ancora piuttosto convinta che “il mezzo del cammin di nostra vita” sia più in là, mooolto più in là.

In effetti trovo penosissime le professoresse che civettano con la loro età, “Ah che bravo”, scriveva una di cui ho sbirciato il profilo oggi su Facebook, “ti ricordi di fare gli auguri a una vecchia prof”. Dalla foto direi che avrà un sei-sette anni più di me e statene certi che dentro di sé si sente lungi dall’essere una vecchia prof, ma appena passiamo una certa età ci viene questo vezzo con la gioventù incalzante. Mi sono scoperta – con orrore! – a farlo io stessa, a impartire consigli saggi o almeno saggiamente espressi, a dire mostruose banalità generazionali del tipo: “Credimi, sono vecchia per qualcosa”. Quest’uzzolo ci viene con tutta probabilità perché inconsciamente speriamo di intenerirli, di far vibrare qualche corda legata al materno…E quando vediamo un cuoricino comparire sotto un commento su Facebook, potremmo persino pensare che sia così, abbiamo fatto breccia nella fortezza dei dodici-tredici-quattordici-quindici anni.

Invece ci detestano tutti. Automaticamente. Siamo il potere che li vessa, la costrizione che li asfissia, la noia che li deprime. Siamo grandi, anzi, siamo vecchi, siamo passati, siamo stupidi, siamo ciechi. Non capiamo niente di quel che loro fanno, pensano e dicono, come un vecchio albero esaurito dalla ruggine non capisce niente dei mughetti che si stanno aprendo in questo accenno di primavera sui prati dell’Alter Friedhof di Ulma. Ci dedicano vignette irrispettose su Facebook che poi raccolgono una messe di “Mi piace” in un turbinio di felicità adolescenziale, ci insultano dietro i denti appena gli giriamo le spalle per scrivere alla lavagna, ci guardano con occhi pieni di manifesta derisione quando facciamo la ramanzina buona (“E’ per il tuo bene, devi adattarti all’ambiente che ti ha accolto, devi studiare il tedesco”), si divertono alle nostre spalle o anche davanti ai nostri occhi, se sbagliamo una parola, se aspiriamo male una acca, ci attaccano lancia in resta se affermiamo qualcosa che non rientra nei loro schemi, come il fatto che non esistano sinonimi perfetti e se cade il nome di Eco, così, perché un automatismo mentale ce l’ha suggerito, ci sarà il roscio che dirà: “E chi è questo Roberto Eco? Perché domani riceverà un infarto”. E se pensiamo di risolvere alzando la voce, ci puniscono con il “silent treatment” di cui scriveva Mc Court nel suo eccezionale “Teacher man“:

If you bark or snap, you lose them. That’s what they get from parents and the schools in general, the bark and the snap. If they strike back with the silent treatment, you’re finished in the classroom. Their faces change and they have a way of deadening their eyes. Tell them ope their notebooks. They stare. They take their time. (…) You didn’t have to talk to them like that. They don’t care about your mood, your headache, your troubles. They have their own problems, and you are one of them.

Watch your step, teacher. Don’t make yourself a problem. They’ll cut you down.

(p. 82-83)

È esattamente così. Se c’è un’unica cosa che può essere di sollievo è notare come il laudator temporsi acti è davvero una figura che dobbiamo reprimere in noi: McCourt parla di ragazzini dagli anni ’50 in poi, il mondo è sempre uguale. Il sollievo consiste nel fatto che gli studenti non sono oggi peggiori di quanto lo fossero i loro coetanei, forse nemmeno ai tempi dei peripatetici greci. Solo noi siamo davvero invecchiati, anche se stentiamo a crederci.