Nazione che nomini, pregiudizio che tiri fuori

L’argomento dell’odierna rubrica di GLBeccaria mi piace parecchio: modi di dire legati alla nazionalità che lasciano sempre tralucere i pre-giudizi. Per esempio, sui pagamenti nei locali:

Pagare alla romana, nel senso di spartire in modo eguale tra amici una spesa comune, potrebbe anche derivare dall’antica usanza delle trattorie romane che per maggiore praticità e rapidità facevano pagare il conto ai pellegrini dividendo il costo delle pietanze portate all’intera tavolata.

Ma se gli accosto altri modi stranieri per dire la stessa cosa, la mia spiegazione traballa: vedi ingl. to go Dutch «pagare alla olandese», o quel «pagare alla tedesca» che in russo, romeno, turco indica appunto il pagare alla romana. I sudamericani dicono a loro volta «pagar a la americana», pagare come gli americani del Nord, e gli spagnoli pagar a la catalana, i portoghesi di Lisbona fazer as contas a moda do Porto, oppure pagar a moda do Porto. In Italia esiste anche la variante, pagare alla genovese.

Che poi a me personalmente piace più di tutto pagare alla kakanika: passa la cameriera superaritmetica e chiede a ogni persona cosa ha preso, fa il conto rapidissimamente sul suo piccolo bloc-notes, piglia i soldi, dà il resto e avanti, imperturbabile. Anche perché quando paghi alla romana o comunque “tutti insieme”, c’è sempre, sempre, uno che si mimetizza e non paga e alla fine vengono fuori queste scene, tutti devono ripigliare fuori i portafogli, si ri-suddivide, ricomincia la conta snervata, mezzi sono già in piedi a sgranchirsi, altri si agitano, e io non capisco come quella persona non riesca a sentirsi coperta di melma. Ma tant’è.

Se poi bisogna indicare qualcuno che fa finta di niente, come quello che non paga mai:

Quando dico fare l’indiano, fare finta di niente, non mi riferisco certo agli indiani asiatici ma a quelli d’America, che agli europei nel momento in cui approdano sulle coste del Nuovo Mondo sembrarono trasognati e assenti, e questo per la difficoltà di comunicare per la ovvia distanza di lingua e di cultura: ma «fare l’indiano» equivale perfettamente all’espressione italiana fare l’inglese, alla spagnola hacerce el sueco, «fare lo svedese».

Andarsene senza salutare, o anche andarsene senza pagare, il che si ricollega a chi fa lo gnorri quando si paga alla romana.

In italiano andarsene senza salutare si dice andarsene all’inglese, ma in Calabria diventa andarsene alla spagnola, a Venezia andar via alla romana, in Inghilterra to take French leave «prendere congedo alla francese», mentre i francesi contraccambiano con filer o s’en aller à l’anglaise, e i tedeschi sich auf hranzösisch verabschieden «congedarsi alla francese», nella Germania del Nord incontriamo sich auf polnisch empfehlen «andarsene alla polacca», nella Germania nord-occidentale holländisch abfahren «andarsene all’olandese»… È tutto uno scambiarsi reiterato di cortesie.

E visto che si parla di pagare e di mangiate, ecco le definizioni date all’Altro secondo ciò che mangiano:

Le attribuzioni errate o gratuite di un’abitudine a chi proprio c’entra poco sono numerosissime. In Italia i tedeschi sono stati chiamati mangiapagnotte nel gergo di caserma, gli inglesi hanno indicato i francesi come mangiatori di rane (frogs), ma in Italia l’attributo di «mangiatori di rane» lo distribuiamo a questo e a quello, spesso senza motivazione reale.

Eh, qui ci si potrebbe dilungare. I tedeschi non sono forse mangiapatate? O mangiacrauti? E gli inglesi non li chiamano krauts? (Qui una bella lista di termini usati per indicare i tedeschi). E gli italiani sono Spaghettifresser, mangiatori di spaghetti, ma fressen è il cibarsi degli animali, quindi è tutt’altro che un complimento. Qualche anno fa in Kakania un corsista mi disse che gli italiani in Austria sono chiamati anche – sempre spregiativamente – Katzelmacher. Cosa voglia dire è una storia così lunga che uno può leggerselo in pace qui.

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32 nations, 1 language

Riproduco qui, a imperituri beneficio e godimento mio e di chi ivi capitasse, un articolo de “La Repubblica” dell’8 giugno 2006 su Mondiali di calcio e lessico:

La casa editrice svizzera ha pubblicato il vocabolario che traduce 90 parole in 32 idiomi diversi, quelli delle squadre partecipanti

La Coppa del Mondo in tutte le lingue

Ecco il dizionario dei termini del calcio

di CRISTINA NADOTTI

ROMA – Precisione svizzera unita a intento ecumenico e i Mondiali di calcio diventano un evento editoriale e benefico. La casa editrice elvetica Swissboox ha lanciato il “Dizionario che unisce i popoli”, un libretto di 500 pagine che contiene i 90 termini più importanti del calcio tradotti in 32 lingue, tutte quelle delle squadre che partecipano alla fase finale di Germania 2006.

Il dizionario, accolto dalla stampa tedesca come “lo strumento indispensabile per seguire i mondiali” consente a chi seguirà le partite di “evitare fraintendimenti”. Volete descrivere all’amico francese appena conosciuto sugli spalti la splendida sforbiciata che avete visto fare a Luca Toni in campionato e che sperate ripeta ai mondiali? Niente di più facile, si apre il libretto, e si trova subito il corrispondente, “aile de pigeon“, scoprendo che può andare bene anche per farsi capire dagli inglesi.

Se chi vi siede vicino urla “Spalony! Spalony“, grazie al prezioso dizionario, che contiene anche una guida alla pronuncia, potete capire che reclama un fuorigioco e che è polacco. Può anche servire per essere più espliciti con gli arbitri: è vero che per noi italiani usi agli anglicismi il rigore è anche il “penalty“, ma perché non essere chiari con il guardalinee tedesco e non urlargli un chiaro: “Freistoss!”.

Certo è che il dizionario, che pure si propone essenzialmente come strumento di comprensione tra i tifosi, contiene anche espressioni poco amichevoli. Non è di facile interpretazione l’utilità per il fairplay della traduzione di un gestaccio con il dito medio alzato, ma giusto per curiosità: per Ballack è uno “Stinkefinger“, per Zidane un “doigt d’honneur” (quale onore implichi è da accertare) e per il ceco Nedved uno “stre si“.

E a proposito di curiosità, il dizionario ne spiega alcune, come per esempio il nome dato al cartellino rosso delle espulsioni in tedesco. Si chiama “Arschkarte“, “cartellino del deretano” perché quando la televisione era solo in bianco e nero l’arbitro lo teneva sempre nella tasca posteriore dei pantaloni e non in quella della maglietta, in modo che il gesto dell’arbitro che portava la mano verso il sedere consentisse ai telespettatori di capire, in assenza di giallo e rosso, che si trattava di espulsione e non di ammonizione.

Togliersi il gusto di chiamare un attaccante “anfallare” in perfetto svedese o indicare un cross in perfetto portoghese passe Beckham“, sottolineando così una delle abilità del giocatore inglese, costa 16,90 franchi svizzeri, 11 euro. Per i collezionisti c’è anche l’edizione speciale a 27 euro, uno e mezzo dei quali sarà devoluto dalla casa editrice all’Unicef. In più ci sono un fischietto da arbitro e i cartellini rosso e giallo, oltre a un’appendice con tabellone delle partite e diagrammi per segnare tutti i risultati. Il dizionario si può ordinare su internet, sul sito della Swissboox e poi mettere alla prova il vicino di gradinata: urlate “Rete, rete!” e non “gol!” (internazionale) quando qualcuno segna. Se vi guarda attonito non ha il dizionario. O non capisce nulla di calcio.

Mettere una lingua alla ruota

Tra le innumerevoli newsletter e word-of-day cui sono iscritta, poteva forse mancare il Duden, lo standard della lingua tedesca? Sarei una tedescofila da nulla, sennò.

Nell’ultimo numero, una chicca che mi serviva proprio:

radebrechen

Im Mittelalter diente oft ein Gerät in Form eines großen Rades der Vollstreckung von Todesurteilen. Der Verurteilte wurde aufs Rad gebunden oder gespannt, er wurde gerädert. In diesem Umfeld entstand auch das Verb radebrechen – es hatte ursprünglich die Bedeutung »jmd. auf dem Rad die Glieder brechen«. Erst später wurde es dann auch in übertragener Bedeutung gebraucht im Sinne von »eine Sprache schinden und grausam zurichten«. Diese Bedeutung hat es im Grunde bis heute behalten: Wer radebrecht, spricht eine fremde Sprache nur mühsam und unvollkommen. Interessant bei diesem Verb ist auch das Konjugationsmuster. Obwohl es vom unregelmäßig gebeugten Verb brechen abgeleitet ist, wird es dennoch regelmäßig gebeugt, also du radebrechst, er radebrechte (nicht: »du radebrichst, er radebrach«).

Nel Medioevo le pene capitali venivano eseguite spesso per mezzo di una grande ruota. Il condannato veniva legato alla ruota: “messo alla ruota”. E’ da qui che nasce il verbo “radebrechen“, originariamente “rompere (brechen) le membra di qualcuno sulla ruota (Rad)”. Più tardi il verbo venne a indicare in senso lato “crudelmente torturare e conciare male una lingua”. Tale significato si è essenzialmente mantenuto fino ad oggi: chi “radebrecht” parla una lingua straniera a fatica e in modo lacunoso. Interessante la coniugazione: sebbene sia derivato dal verbo irregolare brechen, viene coniugato come un verbo regolare, quindi du radebrechst, er radebrechte (e non: »du radebrichst, er radebrach«).

Quindi:

radebrechen: storpiare, masticare male: Französisch radebrechen storpiare il francese; masticare qc, biascicare qc, parlucchiare qc: ich radebreche auch etwas/[ein paar Brocken] Arabisch, mastico anche ‹un po’›/[qualche parola] di arabo (DIT);

radebrechen: Synonime kauderwelschen, stottern (wortschatz lexikon)

radebrechen: to smatter (dict.cc); to speak broken Russian/English/…, to mangle the Russian/English/… language (lingua.dict)

Tingo & Co.

Me ne è arrivata notizia dalla Penguin, poi da «La Repubblica»: Dizionario delle parole impossibili – Modi di dire da tutto il mondo.

È la vita, sono le lingue. Che hanno […] una quantità di espressioni intraducibili se non con circonlocuzioni più o meno macchinose. “The Meaning of Tingo” (“Il significato di tingo” ovvero il modo in cui sull’Isola di Pasqua definiscono il “prendere in prestito cose dalla casa di un amico, una a una, sino a quando non gli resta niente”) è un libro appena uscito in Gran Bretagna che ne raccoglie un vasto e gustoso campionario. “Quello che ho cercato di fare – ha spiegato alla Bbc l’autore Adam Jacot de Boinod – è celebrare la gioia delle parole straniere senza dare giudizi e dire che, sebbene l’inglese sia una grande lingua, non dobbiamo sorprenderci che ce ne sono molte altre con termini che nei nostri dizionari non trovano equivalenti”.

Un paio di esempi:
mamihlapinatapei (Fuengian cileno) = “sguardo di intesa corrisposto tra due sconosciuti che però esitano a fare il primo passo”
latah (indonesiano) = l'”abitudine incontrollabile di dire cose imbarazzanti”
seigneur-terrasse (francese) = “qualcuno che trascorre molto tempo, senza prendere niente o quasi, in un caffè
pomicione (italiano) = pare che l’abbia inventato Alberto Moravia ma, nella cernita del libro, indicherebbe tutti quelli che cercano ogni occasione di contatto fisico con le donne
grilagem (portoghese brasiliano) = tecnica che consiste nell’altrimenti laboriosa perifrasi di “mettere un grillo vivo in una scatola di documenti appena falsificati sino a quando i suoi escrementi fanno sembrare invecchiata la carta”

Paese che vai, insomma, usanza – o stereotipo – che trovi. Con sapide segnalazioni dall’estremo oriente, dal cinese yuyin che cerca di fissare lessicalmente “la sensazione del suono che resta in un orecchio dopo averlo sentito” o il più prosaico ma plasticissimo bakku-shan che in giapponese sta a significare “una ragazza che sembra bella vista da dietro ma che non lo è quando poi la si guarda davanti”. Un concetto che anche in italiano conosce un non proprio elegante sinonimo gergale: “dietro liceo, davanti museo”. Più lungo ma non meno allegorico.

Qui il quiz messo online dalla Penguin.

Le chiacchiere non hanno farina

Da Parole in corso di G.L. Beccaria del 3.9.2005, sul «ttL» de «La Stampa».

Il letterato è fannullone e un po’ attaccabrighe

Così lo si immagina nel dialetto calabrese con il termine «litraru»: è un esempio di come il punto di vista condizioni il significato

IL “punto di vista” condiziona una lingua, le parole, le locuzioni, gli stessi proverbi, che rappresentavano nel mondo popolare un “sapere” largamente condiviso. Se l’incolto ha sempre guardato con un certo sospetto chi ha studiato e sa maneggiare bene la lingua, ciò ha generato quella gran quantità di proverbi sul non parlare troppo e sulla sua inutilità (“Le chiacchiere non fanno farina”, “A star zitti non si sbaglia mai”, “Chi assai ciarla spesso falla”, “Meno si parla, meno si sbaglia”, “Chi parla rado, è tenuto a grado”, “Una parola è poca e due sono troppe”, “Acqua e chiacchiere non impastan frittelle”, “La miglior parola è quella che non si dice”, e via seguitando). E vedi i significati di grammatico nei vari dialetti, oppure di letterato (come indica G. Rohlfs nel Dizionario delle tre Calabrie, il calabr. litraru significa “poltrone, fannullone, goloso, sporco, attaccabrighe”). In questo caso si tratta del punto di vista degli scolari.

C’è una “visione del mondo” che caratterizza una lingua o una famiglia di lingue. Il mondo circostante è “interpretato” attraverso il linguaggio. In genere, quando adottiamo una parola nuova per designare un nuovo oggetto, noi o la prendiamo tal quale dalla lingua che ce la “presta”, oppure l’adottiamo con modificazioni fonetiche più o meno accentuate. Quando scoprimmo il Muovo Mondo incorporammo nel nostro lessico mais, tabacco, canoa, ecc. Gli indigeni americani invece per designare un nuovo oggetto di solito inventavano parole descrittive. Franz Boas ci ricorda che gli Tsimshian della Columbia Britannica indicavano il riso con un termine che significa “simile alle larve”, i Kwakiutl il battello a vapore con “fuoco dietro che si muove sull’acqua”, gli eschimesi il tabacco trinciato con “ciò su cui si soffia sopra”. Sono ambiti di studio molto interessanti quelli cui sto accennando in modo cursorio. Per esempio, è particolarmente istruttivo esaminare le classificazioni generali, le “tassonomie”, elaborate da ogni cultura nei diversi settori dell’esperienza. Provate a pensare alla cosiddetta “deissi spaziale”, vale a dire alla strutturazione dello spazio e la sua denominazione nelle lingue più diverse: alto/basso, destra/sinistra, a monte/ a valle, e così via.