Farsi bagnare il naso

Stasera, ascoltando questa su RaiRadio3, Crespi parlava di non so più quale film che avrebbe forse dovuto essere proiettato prima a Venezia che a Cannes, insomma, “mi sa che Venezia si è fatta bagnare il naso”.

Mai sentito né letto! Frugando in rete ho trovato questo:

L’origine dell’espressione è piuttosto brutta! Nelle antiche scuole torinesi, il maestro chiamava il discepolo più bravo perché bagnasse, col dito intinto nella saliva, il naso del compagno che aveva commesso un grave errore. Talvolta era lo stesso maestro che compiva questa bella funzione.

Igitt!!!

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Tra l’uss e l’assa

Ero curiosa di leggere questo libercolino, perché, insomma, chi non vorrebbe leggere qualcosa di pubblicato sul posto dove gli/le è capitato di vivere? Un omaggio alla Maria-Luigianesca città, in certo qual modo.

Il libro doveva essere una guida del capoluogo di regione, ma si dava il caso, spiega Nori con quel suo solito scrivere divagante e distratto (fintamente distratto, fintamente da scemo del villaggio), che fosse appena tornato a vivere nella Maria-Luigianesca città, e allora ha ragionato che sì, tutto sommato, se quando viveva a Mosca, anzi nell’estrema periferia di Mosca, ci metteva un’ora ad arrivare in centro:

Allora poi quando sono tornato a P. io pensare che andare a Bologna ci si mette un’ora, in treno, io mi ricordo avevo pensato che P. era una specie di quartiere di periferia della città Bologna Modena Reggio Emilia P. così come Medvedkovo, che era il quartiere su su dove abitavo era un quartiere della capitale della Moscovia sovietica, significa dell’orso, Medvedkovo, per dire, ma non importa. (p. 11)

Così scrive di questo e quello, come capita (sembra), con quel suo stile che dà assuefazione, ma che strappa sovente risatelle: i vecchi all’Esselunga della Maria-Luigianesca città, o le lugubri biblioteche, tutto vero!

Ci sono delle biblioteche anche a P., solo sono dei posti, le biblioteche di P., non la Pala*tina, quelle altre, tristi, come se leggere i libri fosse una cosa triste. (p. 136)

Al che mi verrebbe da chiedergli, al signor Nori (che penso abiti persino non troppo lontano da casa mia, sempre che abiti ancora qui): e perché la Pala*tina no? A me sembra il posto più triste di tutti, un posto che ti fa venire un diavolo per capello, con tutto quel consegnare documenti, prendere cedoline e documenti, prendere chiavine, sistemare borse, riempire cedoline per lettura, aspettare in ambienti dalla temperatura costante di 40 gradi anche in inverno (sarà per i libri, per carità), riempire cedoline per prestito, riconsegnare cedoline al banco, all’uscita, all’entrata, a chi passa di là, ripigliare borse, riconsegnare chiavine…Senza accorgertene, sei arrivata la mattina e ne esci la sera soltanto per prendere a prestito tre libri.

Ma io volevo scrivere del modo di dire che sta in cima alla presente post-illa:

A Genova ci son stato tre mesi fa in un periodo strano della mia vita quei periodo* lì che sei tra l’uscio e l’assa, come dicono a P., i periodi più belli della mia vita, se devo dire. (p. 111)

In internet, sempre a cura del gentile signor Gugl, si trova un antico vocabolario par*migiano-italiano, che dice:

esser tra l’uss e l’assa: essere tra l’ancudine e il martello, esser tra Scilla e Cariddi

(Che Nori intendesse questo, però, non l’avrei detto. Boh, del Maria-Luigianesco dialetto non so nulla)

* Il refuso è nel testo.

Imperat in toto regina pecunia mundo, e molte altre cose

Il sito di questo docente universitario dell’università di Marburg è pieno di cose interessanti, per esempio una raccolta di denominazioni, proverbi e modi di dire sul denaro (Geld regiert die Welt, Sebastian FRANCK, Sprichwörter, 1541; => Imperat in toto regina pecunia mundo, Wahlspruch des Herzogs Friedr. v. Sachsen, gest. 1691) oppure una raccolta di idiomi DE-IT oppure una lista di americanismi e anglismi nel tedesco (Sex, Crime und Action: Amerikanismen und Anglizismen im Deutschen)

L’alfa e l’omega

La cittadina kakanika qui è provvista di minuscolo aeroporto servito da un paio di compagnie low-cost (impossibile qui dire “a buon mercato, conventienti, a buon prezzo”, mancherebbe un mondo dietro) e tempo fa mi sono iscrita alla newsletter di una di queste. Alla fine non ne ho ancora fatto uso, ma le e-mail sono simpatiche.

L’oggetto di quella odierna è:

Gute Verbindungen sind das A und O!

Non così banale da tradurre: Verbindungen sono i collegamenti di mezzi di trasporto, ma anche le relazioni, i contatti (il network, ohibò).

Das A und O è una espressione polirematica che si traduce con l’alfa e l’omega, ed è ovviamente una citazione giovannea: Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente (Apocalisse di Giovanni, 1,8).

Certo, dire che qualcosa è l’A e l’O (mentre in greco omega è l’ultima lettera dell’alfabeto) è in sé alquanto opaco.

Le chiacchiere non hanno farina

Da Parole in corso di G.L. Beccaria del 3.9.2005, sul «ttL» de «La Stampa».

Il letterato è fannullone e un po’ attaccabrighe

Così lo si immagina nel dialetto calabrese con il termine «litraru»: è un esempio di come il punto di vista condizioni il significato

IL “punto di vista” condiziona una lingua, le parole, le locuzioni, gli stessi proverbi, che rappresentavano nel mondo popolare un “sapere” largamente condiviso. Se l’incolto ha sempre guardato con un certo sospetto chi ha studiato e sa maneggiare bene la lingua, ciò ha generato quella gran quantità di proverbi sul non parlare troppo e sulla sua inutilità (“Le chiacchiere non fanno farina”, “A star zitti non si sbaglia mai”, “Chi assai ciarla spesso falla”, “Meno si parla, meno si sbaglia”, “Chi parla rado, è tenuto a grado”, “Una parola è poca e due sono troppe”, “Acqua e chiacchiere non impastan frittelle”, “La miglior parola è quella che non si dice”, e via seguitando). E vedi i significati di grammatico nei vari dialetti, oppure di letterato (come indica G. Rohlfs nel Dizionario delle tre Calabrie, il calabr. litraru significa “poltrone, fannullone, goloso, sporco, attaccabrighe”). In questo caso si tratta del punto di vista degli scolari.

C’è una “visione del mondo” che caratterizza una lingua o una famiglia di lingue. Il mondo circostante è “interpretato” attraverso il linguaggio. In genere, quando adottiamo una parola nuova per designare un nuovo oggetto, noi o la prendiamo tal quale dalla lingua che ce la “presta”, oppure l’adottiamo con modificazioni fonetiche più o meno accentuate. Quando scoprimmo il Muovo Mondo incorporammo nel nostro lessico mais, tabacco, canoa, ecc. Gli indigeni americani invece per designare un nuovo oggetto di solito inventavano parole descrittive. Franz Boas ci ricorda che gli Tsimshian della Columbia Britannica indicavano il riso con un termine che significa “simile alle larve”, i Kwakiutl il battello a vapore con “fuoco dietro che si muove sull’acqua”, gli eschimesi il tabacco trinciato con “ciò su cui si soffia sopra”. Sono ambiti di studio molto interessanti quelli cui sto accennando in modo cursorio. Per esempio, è particolarmente istruttivo esaminare le classificazioni generali, le “tassonomie”, elaborate da ogni cultura nei diversi settori dell’esperienza. Provate a pensare alla cosiddetta “deissi spaziale”, vale a dire alla strutturazione dello spazio e la sua denominazione nelle lingue più diverse: alto/basso, destra/sinistra, a monte/ a valle, e così via.