Tu fa’ manichi e tu fa’ quartara

Naturalmente Il bell’Antonio ha anche una faccia linguistica parecchio siciliana (oltre che lo splendido viso di Mastroianni in copertina Mondadori: io amo Mastroianni!).

p. 118 Perché, invece di mandare làstime, non ringraziavo il Signore a lingua strasciconi per avermi dato un figlio così bello che le ragazze me lo mangiavano con gli occhi?

Siciliano làstima = lamento, fastidio, dallo spagnolo: làstima = pena, da Lessico del siciliano sul sito Linguasiciliana.org.

[NB ho trovato il termine anche in un Dizionario sardo-nuorese…]

p. 123 Sei bella come una rosa, di salute ne hai da buttarne, gli occhi verdi, i capelli neri di giaietto, la carne bianca come la tuma… eh, sembri fatta apposta per piacere ad Antonio!

tuma: il sito Formaggio.it dice che la tuma sicula è “un formaggio a pasta dura semicotta, a forma cilindrica con facce piane o leggermente concave, di sapore piccante. Prodotto con latte di pecora intero crudo con microflora d’origine naturale, pasta d’agnello usata come caglio. La prima salatura a secco è praticata a mano il giorno successivo alla produzione. Non richiede stagionatura.”

p. 126 Le assicuro che negl’imbrogli dei giovani, io non mi ci voglio immischiare! Loro si son fatto il manico e loro si facciano la quartara! Io non c’entro, non c’entro, non c’entro!

La quartara è un recipiente in terracotta, dalle antiche origini contadine, di medie dimensioni e fornito di due grossi manici nella parte superiore; molto simile ad una giara è stato per millenni utilizzato in Sicilia per trasportare e conservare acqua o vino. (Wikipedia)

Tu fa’ manichi e tu fa’ quartara, fai sia i manici che le anfore. (Di chi vuol fare tutto da sé), da Detti, proverbi, filastrocche e indovinelli su La vocecentrosicula.it.

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Imperat in toto regina pecunia mundo, e molte altre cose

Il sito di questo docente universitario dell’università di Marburg è pieno di cose interessanti, per esempio una raccolta di denominazioni, proverbi e modi di dire sul denaro (Geld regiert die Welt, Sebastian FRANCK, Sprichwörter, 1541; => Imperat in toto regina pecunia mundo, Wahlspruch des Herzogs Friedr. v. Sachsen, gest. 1691) oppure una raccolta di idiomi DE-IT oppure una lista di americanismi e anglismi nel tedesco (Sex, Crime und Action: Amerikanismen und Anglizismen im Deutschen)

Le chiacchiere non hanno farina

Da Parole in corso di G.L. Beccaria del 3.9.2005, sul «ttL» de «La Stampa».

Il letterato è fannullone e un po’ attaccabrighe

Così lo si immagina nel dialetto calabrese con il termine «litraru»: è un esempio di come il punto di vista condizioni il significato

IL “punto di vista” condiziona una lingua, le parole, le locuzioni, gli stessi proverbi, che rappresentavano nel mondo popolare un “sapere” largamente condiviso. Se l’incolto ha sempre guardato con un certo sospetto chi ha studiato e sa maneggiare bene la lingua, ciò ha generato quella gran quantità di proverbi sul non parlare troppo e sulla sua inutilità (“Le chiacchiere non fanno farina”, “A star zitti non si sbaglia mai”, “Chi assai ciarla spesso falla”, “Meno si parla, meno si sbaglia”, “Chi parla rado, è tenuto a grado”, “Una parola è poca e due sono troppe”, “Acqua e chiacchiere non impastan frittelle”, “La miglior parola è quella che non si dice”, e via seguitando). E vedi i significati di grammatico nei vari dialetti, oppure di letterato (come indica G. Rohlfs nel Dizionario delle tre Calabrie, il calabr. litraru significa “poltrone, fannullone, goloso, sporco, attaccabrighe”). In questo caso si tratta del punto di vista degli scolari.

C’è una “visione del mondo” che caratterizza una lingua o una famiglia di lingue. Il mondo circostante è “interpretato” attraverso il linguaggio. In genere, quando adottiamo una parola nuova per designare un nuovo oggetto, noi o la prendiamo tal quale dalla lingua che ce la “presta”, oppure l’adottiamo con modificazioni fonetiche più o meno accentuate. Quando scoprimmo il Muovo Mondo incorporammo nel nostro lessico mais, tabacco, canoa, ecc. Gli indigeni americani invece per designare un nuovo oggetto di solito inventavano parole descrittive. Franz Boas ci ricorda che gli Tsimshian della Columbia Britannica indicavano il riso con un termine che significa “simile alle larve”, i Kwakiutl il battello a vapore con “fuoco dietro che si muove sull’acqua”, gli eschimesi il tabacco trinciato con “ciò su cui si soffia sopra”. Sono ambiti di studio molto interessanti quelli cui sto accennando in modo cursorio. Per esempio, è particolarmente istruttivo esaminare le classificazioni generali, le “tassonomie”, elaborate da ogni cultura nei diversi settori dell’esperienza. Provate a pensare alla cosiddetta “deissi spaziale”, vale a dire alla strutturazione dello spazio e la sua denominazione nelle lingue più diverse: alto/basso, destra/sinistra, a monte/ a valle, e così via.