Istantanee scolastiche

La scuola del lunedì e del martedì la vedo come un odioso arruffio di cose e bambini e adolescenti e insegnanti.

Arrivo alle 9.45 circa, durante l’intervallo lungo (große Pause), quello che dura venti minuti, e sia grazie a Dio, mi permette di poter prendere l’IC diretto a Karlsruhe delle 08.05 e non un treno ben un’ora prima. Sulla porta della sala professorir (Lehrerzimmer) c’è un cartello scritto a mano, Heute schon gegrüßt? Già salutato oggi? Non so chi l’abbia scritto, sicuramente qualcuno che si augurava ci fosse sempre cortesia tra gli umani che popolano la scuola. Invece non una voltasola, per fare un esempio di umana cortesia, mi sono trovata la porta sbattuta in faccia dal collega, con una dozzina di virgolette, che sgusciava nella stanza due secondi prima di me e che doveva non avermi visto frugare in borsa alla ricerca delle chiavi. Cose che capitano, è vero. Perchè in quei venti minuti c’è un baccano, una fretta, che mal si addice alla cortesia. Dentro c’è una teoria di visi parecchio torvi e qualche faccia tranquilla, la maggior parte dei docenti si assiepa attorno al tavolo grande a sinistra dell’entrata, dove quasi sempre qualcuno ha portato una focaccia, un dolce, del pane, qualcosa  da mangiare di cui tutti si servono. Non c’è bisogno di un’occasione, a quanto mi pare di capire, è un uso. I teutonici sono molto attaccati ai loro usi e costumi. Per esempio al rito del festeggiamento del compleanno del collega. Ho dovuto assistere ad agghiaccianti scene di persone attorno al tavolone della sala insegnanti che venivano celebrate da canti per me parecchio esotici, orchestrati da una maestra che a parer mio riproduce esattamente fattezze e sembianze della cattiva matrigna di Cenerentola, tutta intenta ad agitare le braccia per regolare i festanti colleghi. Sopra la fotocopiatrice – l’attezzo più usato in assoluto – c’è un calendario in cui mese per mese sono cerchiati i giorni dei compleanni, con tanto di foto dei Geburtagskinder nella parte superiore. Ovviamente io non c’ero, sarò o non sarò la forza lavoro gratis da usare come si vuole e che non merita considerazione?, ma hanno cercato di coinvolgermi comunque, quando è arrivato il mio mese natale, sicuramente perché faceva loro comodo aver più roba da mangiare. La cosa mi scocciava tanto da farne una malattia. Ma nel senso letterale della parola: infatti mi sono ammalata e ho saltato la giornata, con sollievo.

Non ricorderò questa scuola con gioia. Brutto è stato l’inizio e brutta la continuazione. È una scuoletta di periferia, con un’utenza da periferia e sospetto anche un corpo docente da periferia. Una Grundschule (scuole elementare) e insieme una Hauptschule, e Hauptschule è un tipo di scuola che ti bolla come fallito precoce da queste parti. Se vali qualcosina puoi andare alla Realschule (più o meno un nostro tecnico), se vali qualcosa a un Gymnasium (più o meno il nostro liceo), se ti valutano una nullità resti nella tua scuoletta e fai l’Hauptschule, una scuola di cinque anni per disgraziati, casualmente la scuola dove finisce la maggior parte degli stranieri.  L’elemento inquietante in tutto ciò è che la persona viene condannata a un futuro scadente o promossa a un possibile futuro brillante dopo soli quattro anni di scuola, quando ha la bellezza di dieci anni. Allora, o si ha un genitore combattivo e capace (anche linguisticamente) di far valere le proprie ragioni, che non sono sempre vaneggiamenti boriosi di genitori ciechi, oppure sei fritto, nel bel paese di Teutonia.

La scuola del mercoledì era una forma particolarmente invasiva di questa Hauptschule: piena zeppa di turchi e di testine convinte di essere scarti cerebrali (spesso, temo, a ragione).  I turchi li preferisco nei romanzi, dal vero me ne starei lontana. Infatti il corso che tenevo come Arbeitsgemeinschaft (leggi: corso pomeridiano facoltativo, qundi da non prendere sul serio in nessun caso) in quella Hauptschule è morto dopo aver stentatamente vissuto qualche mese.

Sono passata dunque alla scuola del giovedì, che ora è la scuola del mercoledì e del giovedì: una Realschule a due passi da casa mia, basta passare per l’alter Friedhof, il parco che era il vecchio cimitero della città, diventato in questa stagione un meraviglioso bosco frondoso, mercoledì scorso profumato di erba tagliata. La Realschule ha di buono un preside che assomiglia vagamente al famoso ritratto del più illustre figlio di Ulma, una brava persona che davvero ama i suoi allievi (perché qui i presidi insegnano, a differenza che da noi) e che è ormai all’ultimo anno di carriera.

Son tutte brutte le scuole del mondo? La brutta scuola del mercoledì mi era parsa interessante almeno nell’organizzazione degli spazi e dei materiali: ci sono tante cose che in Italia non ho mai visto, i ragazzi lasciano i quadernoni con i loro nomi e i loro materiali, ma c’è la lavagna dove sta scritto chi è di corvée con la pulizia della lavagna, lo scopettino per spazzare l’aula, la carta da buttare nel riciclo ecc., le foto della gita, le immancabili regole della classe (per quel che valgono agli occhi dei ragazzi…), annunci di tirocini, cartelloni, tazze e fornelletto, poster e locandine di film, tentativi di haiku, cd, giornali e riviste, cartine geografiche, quaderni e fogli puliti, forbici, colla, puntine, pinzatrici ma anche colori e fogli da disegno, un divanetto e il calcio balilla. Ma tanto ai ragazzi la classe non piaceva comunque.

L’aula in cui sono al giovedì è brutta come sono brutti gli ambienti non amati. Alle pareti ci sono solo un paio di pagine di riviste con le facce e le gambe di due calciatori (Torres e un altro, chissà). Ambienti non amati dall’insegnante, anche e forse in primo luogo. C’è una piantina stentata che forse preferirebbe stare nel Sahara che là. Fogli dimenticati o buttati per terra e già adorni di impronte di scarpe ginniche, libri buttati sul davanzale interno delle finestre, qualche volta una calcolatrice abbandonata, bottiglie semivuote, cartacce, tentativi fasulli di pulizie nell’angolo. Gessi non ce n’è mai, o ricordo di portarmene io qualche pezzetto nell’astuccio o è la disperazione. Ma i banchi vanno rimessi come sono stati trovati e la lavagna ripulita, pena l’ira funesta dell’insegnante di classe.

La scuola del venerdì pomeriggio puzza di piscio. Ne senti l’agra zaffata salendo le scale, spesso addobbate di rimasugli di merende – una fettina di cetriolo o di salame, un pezzo di pane  -, per il resto la scuola è deserta, ne sono scappati tutti a mezzogiorno. L’aula diventa più squallida man mano che l’anno avanza. C’è un ragazzo (lo suppongo di sesso maschile, sicuramente a ragione) che da qualche tempo ormai lascia il banco esattamente com’è nel momento in cui suona la campanella: il quaderno malconcio aperto, i libri affastellati malamente sul ripiano, l’astuccio , lo zainetto appeso al gancio laterale semiaperto. Poco dopo deve aver contagiato anche il compagno di banco che ha iniziato a imitarlo, anche se meno compiutamente. I banchi sono lerci, oggi uno aveva il trofeo di una cingomma.* A Ulma si annaspava con trenta inusualissimi gradi e l’aula era una trappola in cui tutti si sventagliavano con i quaderni e protestavano acuti malesseri.

Quando finisco il venerdì i ragazzi spariscono in un baleno, solo a volte riesco a trattenerli per indurli a sistemare i banchi (sempre per il principio che lasciarli non nell’ordine trovato costituisce reato quasi penale), e la donna delle pulizie mi aspetta paziente per finire di rassettare la scuola. Scambio due parole con lei, cercando di cogliere il senso delle sue fortemente modificate dall’accento, metto via le palate di libri che mi porto via non sapendo mai chi verrà e dunque su che livello impostare il corso, e stancamente finisco la settimana. Libera dalla puzza di piscio e dalla settimana lavorativa.

* Una nota sulla cingomma. Che bella parola! Non ricordavo di averla sentita in Italia, sicuramente non è in uso dalle mie parti, dove l’ho sempre chiamata semplicemente gomma, o forse al massimo ciunga (mimesi fonestica di chewingum), o più recentemente cicca. Lo dicono gli allievi, anzi, alcuni di loro, e mi piace parecchio.

L’eterno ritorno scolastico

Il finesettimana è stato un bello schifo e i primi due giorni sono sempre pessimi. Qui, se mi facessi contagiare dall’umor facilmente tetro e dal linguaggio spiccio dei miei cari allievi, direi: Es war richtig scheiße. Ma io sono una posata insegnante di mezz’età e dunque imbriglierò il mio eloquio in una forma socialmente accettabile.

Una posata insegnante di mezz’età?! Ma siamo matti? Ma chi ci crede? Voi, se mi conosceste, sareste i primi ad alzare la mano, io, io ci credo! Ma io no, non riesco a dire di me che sono di mezz’età, ragazzi, scherziamo, ho appena cominciato a lavorare praticamente, sono nel mezzo del precariato più precario, ergo giovanissima. Ergo ancora piuttosto convinta che “il mezzo del cammin di nostra vita” sia più in là, mooolto più in là.

In effetti trovo penosissime le professoresse che civettano con la loro età, “Ah che bravo”, scriveva una di cui ho sbirciato il profilo oggi su Facebook, “ti ricordi di fare gli auguri a una vecchia prof”. Dalla foto direi che avrà un sei-sette anni più di me e statene certi che dentro di sé si sente lungi dall’essere una vecchia prof, ma appena passiamo una certa età ci viene questo vezzo con la gioventù incalzante. Mi sono scoperta – con orrore! – a farlo io stessa, a impartire consigli saggi o almeno saggiamente espressi, a dire mostruose banalità generazionali del tipo: “Credimi, sono vecchia per qualcosa”. Quest’uzzolo ci viene con tutta probabilità perché inconsciamente speriamo di intenerirli, di far vibrare qualche corda legata al materno…E quando vediamo un cuoricino comparire sotto un commento su Facebook, potremmo persino pensare che sia così, abbiamo fatto breccia nella fortezza dei dodici-tredici-quattordici-quindici anni.

Invece ci detestano tutti. Automaticamente. Siamo il potere che li vessa, la costrizione che li asfissia, la noia che li deprime. Siamo grandi, anzi, siamo vecchi, siamo passati, siamo stupidi, siamo ciechi. Non capiamo niente di quel che loro fanno, pensano e dicono, come un vecchio albero esaurito dalla ruggine non capisce niente dei mughetti che si stanno aprendo in questo accenno di primavera sui prati dell’Alter Friedhof di Ulma. Ci dedicano vignette irrispettose su Facebook che poi raccolgono una messe di “Mi piace” in un turbinio di felicità adolescenziale, ci insultano dietro i denti appena gli giriamo le spalle per scrivere alla lavagna, ci guardano con occhi pieni di manifesta derisione quando facciamo la ramanzina buona (“E’ per il tuo bene, devi adattarti all’ambiente che ti ha accolto, devi studiare il tedesco”), si divertono alle nostre spalle o anche davanti ai nostri occhi, se sbagliamo una parola, se aspiriamo male una acca, ci attaccano lancia in resta se affermiamo qualcosa che non rientra nei loro schemi, come il fatto che non esistano sinonimi perfetti e se cade il nome di Eco, così, perché un automatismo mentale ce l’ha suggerito, ci sarà il roscio che dirà: “E chi è questo Roberto Eco? Perché domani riceverà un infarto”. E se pensiamo di risolvere alzando la voce, ci puniscono con il “silent treatment” di cui scriveva Mc Court nel suo eccezionale “Teacher man“:

If you bark or snap, you lose them. That’s what they get from parents and the schools in general, the bark and the snap. If they strike back with the silent treatment, you’re finished in the classroom. Their faces change and they have a way of deadening their eyes. Tell them ope their notebooks. They stare. They take their time. (…) You didn’t have to talk to them like that. They don’t care about your mood, your headache, your troubles. They have their own problems, and you are one of them.

Watch your step, teacher. Don’t make yourself a problem. They’ll cut you down.

(p. 82-83)

È esattamente così. Se c’è un’unica cosa che può essere di sollievo è notare come il laudator temporsi acti è davvero una figura che dobbiamo reprimere in noi: McCourt parla di ragazzini dagli anni ’50 in poi, il mondo è sempre uguale. Il sollievo consiste nel fatto che gli studenti non sono oggi peggiori di quanto lo fossero i loro coetanei, forse nemmeno ai tempi dei peripatetici greci. Solo noi siamo davvero invecchiati, anche se stentiamo a crederci.

Non si permetta… di scardassarmi

L’esperimento “Vita con due teutoniche” ha ormai raggiunto il primo mese di vita (e, loro non lo sanno, ma non ne restano molti altri). Io mi sono ambientata abbastanza bene, direi; ci sono alti e bassi come in ogni coabitazione, come in famiglia, come in coppia, anche se ovviamente la cosa buffa è queste due sono sconosciute con cui sono venuta a stare sotto lo stesso tetto. Spesso mi viene l’acidità di stomaco – ogni mattina in cui mi trovo a far colazione dopo Paranoia, che lascia sempre briciole, macchie di caffè, coltelli sporchi, filtri di brodaglia in giro o bustine del tè usate e che dissemina la cucina con ogni tipo di cibaria e bevanda oppure sposta cose mie perché non rientrano nel suo concetto di disordine personale e universale  – oppure mi sento un pesce fuor d’acqua – come quando Hitlera inizia le sue rapidissime concioni su questo e quello -, spesso resto basita o percepisco un certo qual schifo – come quando Hitlera gira serafica per casa con il suo spazzolino elettrico, come sta facendo ora, lei e le sue naticone da cavallerizza strizzate nei jeans.

Cerco però di mantenere almeno esteriormente un certo equilibrio, anche perché alla fine della fiera sono elementi di minore importanza rispetto al malessere atroce che mi dà questo lavoro, su cui forse vale la pena spendere due parole. E se dico “due parole”, è evidente dala lunghezza del post che è un eufemismo.

Questo magnifico lavoro che mi sono scelleratamente scelta per l’anno scolastico 2011-2012 consiste nel tappare il buco che dovrebbe essere riempito da un docente con posto di lavoro a tempo indeterminato, il quale, dall’alto della sua stabilità lavorativa, supera una ridicola prova di lingua chiamata “accertamento linguistico” (la cui futilità e cialtroneria sono saltate fuori con grande scandalo, subito sommerso nel niente, due mesetti fa sui giornali italiani), e va nel vasto orbe terracqueo, laddove l’elevato ente ministeriale italiano preposto ai rapporti con l’estero ha prima fondato e poi tenuto in vita con il polmone artificiale scuole e corsi di lingua italiana, un tempo per far sì che gli emigrati italiani avessero la possibilità di tornare in Italia con un livello minimo di istruzione.

Peccato che oggigiorno quel tipo di emigrazione non esista più, o quasi. Magari ci sono molti super-raffinati expats,  gente con laurea in ingegneria, che spesso è single e che comunque, se proprio si accoppia e prolifica, non è minimamente interessata a che i rampolli seguano corsi di italiano, si vuole piuttosto aprire la testa a questi nuovi europeini. Insomma, emigrazione di lusso. Ci sono ancora sudisti italiani che arrivano, di solito a grappolo, per raggiungere cugini e parenti vari, e i ragazzi che vanno a scuola finiscono nelle Vorbereitungsklassen, in queste classi dove vengono raggruppati tutti gli stranieri affinché imparino un minimo di lingua teutonica e di aritmetica in teutonico, nulla più, survival German. Ma questi, di solito, sono così (ingiuficatamente) sicuri del loro italiano e hanno comunque così poca voglia di fare che dei corsi offerti gratis dal magnifico ente ministeriale se ne infischiano del tutto. Ci sono, sì, i figli degli immigrati, quasi sempre già di terza generazione, che sono ormai di lingua tedesca e basta, ma, come spesso accade alle minoranze che si fanno vanto del loro essere minoranza, inneggiano all’Italia – che non conoscono – e si pascono della loro idea di una madrepatria bella, prestigiosa, “cool”, e quindi girano in magliette con la scritta ITALIA, con tricolorini cuciti sulle maniche ecc. e credono di capire un po’ e sanno di non riuscire a spiccicare parola. Molti poi sono dei fantastici ibridi, italo-spagnoli, italo-turchi, italo-tunisini e, ovviamente, i molti italo-teutonici. I geni italiani sparsi per il mondo, nube et impera. Più o meno.

Ora, se a coprire i posti non vengono le loro maestà con il posto fisso, ci sono i supplenti. Che, informalmente, si dividono in due categorie: da una parte i locali, a volte nati e cresciuti qui, figli di italiani, e quindi portatori sani di un italiano così miserabile e scorretto che la sola idea di sentirli fare lezione mi getta in una ridarella irrefrenabile, oppure sudisti che, al solito, arrivano a grumi e si insediano stabilmente con la facilità e la tenacia tipiche delle patelle sudiste, e dall’altra, i meno, gli sventurati che vengono ignari e ingenui dall’Italia. Tra questi, la sottoscritta, la sventurata che rispose alla mail di inizio settembre, partì un mercoledì sera, ebbe un colloquio il giovedì e il venerdì stava facendo ritorno a casa, con poche e confuse idee, sapendo che da lunedì avrebbe iniziato un lavoro poco chiaro. Perché quel colloquio con il Re e Madamigella si sarebbe rivelato poi un bel tranello: in primis, perché i due si sono premurati di non spiegare in cosa constasse il lavoro a parte un generico “insegnare italiano ai figli di immigrati” e, nell’ambito della lezione con co-presenza, a un “fare da mediatrice linguistica per bambini che non sanno il tedesco, assolutamente non sostegno, figuriamoci”. Hanno omesso il particolare che avrei dovuto raccattarmi ragazzo dopo ragazzo, con estenuanti telefonate a genitori e ragazzi stessi. Lavoro che dopo sei mesi di permanenza non è ancora finito, fatto che mi ha gettato nel più atro sconforto. Ancora dovrei andare di scuola in scuola cercando di recuperare nominativi e poi farmi frantumare le corna in telefonate che, se fosse un romanzo comico e io fossi il narratore onnisciente manzoniano, sarebbero anche spassose: ragazzini che rocciosamente mi dicono “no”, mogli che mi prendono forse per la nuova amante del marito, donne che temo fossero sposate con un italiano ma che ora al solo sentire dire “italiano” si ricoprono di eruzioni cutanee, madri che adducono ogni sorta di catastrofe naturale e innaturale per la procrastinazione dell’inizio del corso da parte della prole, padri che se ne fottono e promettono che la moglie richiamerà, ma nessuna moglie più richiamò, personaggi che iniziano una tiritera incredibile contro le istituzioni italiane, signore nostalgiche dei loro tempi della scuola italiana e chi più ne ha, più ne metta.

Ma per tornare alla coppia reale. Ovviamente hanno fatto un quadro vago e lacunoso anche sulla natura di tale lezione in compresenza (probabilmente perché non ne sanno molto…). Prima di tutto perché per lo più non c’è alcuna compresenza, io vengo sbattuta fuori con gli essere considerati cognitivamente e socialmente inferiori, ovvero, gli italiani (e io stesso sono aggiunta nel giudizio di disvalore in modo laterale e sottile). Secondo, ma in verità è la prima grave omissione: trattasi proprio di sostegno, e non sostegno linguistico, i bambini sanno il tedesco quanto gli altri, ma non ci arrivano (limiti cognitivi, excuse moi), ma hanno un comportamento inaccettabile per gli standard teutonici (troppo argento vivo mal convive con l’idea di scuola qui) o hanno problemi fisici che si traducono in impedimenti all’apprendimento, insomma, difficoltà che potrebbe avere benissimo anche un autoctono. Ma, e qui si infila un sospetto forse ingiustificato, stranamente sono sempre gli stranieri ad avere questi problemi.

Ora, perché questo doloroso ritorno agli inizi? Perché lunedì ho preso coraggio e ho telefonato al Re per avvertire che veniva a mancarmi un corso (il corso Turchi ha fatto la fine della Costa Concordia) e dunque per chiedere aiuto, ma, subodorando guai di cui Egli vuole essere immune, ha iniziato ad attaccare. Peccato che io non fossi in vena remissiva e ho alzato i toni. Apriti cielo! Quando mai una subalterna di infima qualità, una che viene pagata la metà di quelli con il posto fisso (sic), una sul cui contratto c’è scritto che può essere mandata a casa in qualunque momento, una che non ha diritto a indennità di trasloco, di trasferta durante le vacanze, di questo e quello, una che quando il Re presenta le sue docenti viene dimenticata, perché non è mica di serie A, una cui ha rifilato la cattedra più sbilenca, puntando sulla fame e sull’ignoranza e vincendo alla grande, quando mai una del genere si permette di ricordare al Re le modalità con cui ha “dimenticato” di spiegare di che tipo di lavoro si trattasse.

E qui è scattata la mia collera totale, perché le bugie mi fanno imbufalire, e far passare me per bugiarda, quando altri hanno sorvolato sulle modalità di lavoro, non è tollerabile e soprattutto non è tollerabile sentirsi urlare la frase che per me determina la morte morale di chi la pronuncia: Non si permetta.

Non si permetta cosa? Non si permetta di esistere? Non si permetta di respirare? Non si permetta di dirmi la verità che mi fa male, lo sa? A questa gente interessa solo una cosa: tenere su con un sistema di omertà e omissioni un impianto fasullo, pieno di corsi fantasma, corsi con nomi e non persone, condotti da insegnanti dozzinali interessati solo a farsi un sacco di soldi, e questo impianto rubasoldi, cari italiani che leggete, lo pagate voi, lo paghiamo noi con le nostre tasse. Un ennesimo spreco istituzionalizzato. E se arriva il bambino che dice al re, Guarda che sei nudo, il Re sbraita e nega, perché ne va del suo posto, dei suoi privilegi, dei lauti compensi.

E quindi io ho deciso che ogni momento sarà buono per andarmene da questa melma. Ho sì il vincolo dei tre mesi di preavviso della WG, ma prima del giorno x mi toglierò lo sfizio di dire al Re: Non si permetta mai più di scardassarmi. Ah, en passant, sei nudo. Laddove l’effetto non è quello di guardare Beckhamm nelle pubblicità di H&M.

La parola del giorno dello Zingarelli:

scardassare / skardasˈsare/
[da scardasso ☼ 1481]
v. tr.
1 Cardare la lana con lo scardasso: una donna … scardassava un mucchio di lana nera con due pettini di ferro (G. Deledda).
2 (fig., disus.) Maltrattare.

scardasso / skarˈdasso/ o (centr., merid.) †scardàzzo
[da cardo (1) ‘pettine’ e -asso, forma sett. di -azzo, con s- ☼ 1353]
s. m.
● Attrezzo a denti uncinati per pettinare la lana. SIN. cardo (1).

Correggendo compiti

una potrebbe domandarsi come affrontare la risposta alla domanda

Was magst du nicht in der Schule?

che – se ne avvede tardi – è forse troppo ampia nella formulazione e dà il destro e l’estro a molte risposte, tra cui “Toilet” “die Scule” “Sonntag” (!), ma insomma, tornando a bomba, come affrontare la risposta

Ich mag in der Schule nicht Deutsch

Potrebbe gingillarsi con la costruzione della frase e le piacevolezze della negazione oppure… meglio la prima.

Oggi…

… tra fine lezione (accompagnarli fino al cancello, ordinano. Sì…sì. Piuttoso spostarsi con agilità per evitare di venire travolti) e l’inutilissima riunione per materie, ho fatto un giretto a piedi per il non-luogo dove lavoro quest’anno. Altro che aeroporti: questo è un paese tipo far west, un grumo di case attorno alla strada che, lungo il celebre patriottico fiume, collega il centro turistico di villici rifatti alla cittadina famosa per i bellici eventi della prima guerra mondiale (viva l’Italia). Gli ambulanti stavano smontando il mercatino settimanale, verzura appassita e cassettine abbandonate, squittendo nel loro dialetto. Nessun altro in giro. I pochi locali o erano chiusi o sembravano tali. Ma ecco un raggio di sole nel deserto: la biblioteca comunale! Chiusa, va bene, ma c’è.

Ma vallo a sapere che tipo di biblioteca. Pochi più chilometri oltre, in un paesotto dove potrei finire l’anno venturo o quello successivo o forse – per la legge del precariato fisso oggi dibattuto – anche mai, il sindaco ha provveduto a eliminare il manifesto (va bene, il manifesto è proprio un manifesto) e, senti senti, la repubblica. Troppo orientata. Immaginarsi come crescono questi virgulti che si dichiarano soddisfatti di starsene nel far west (east, bisognerebbe dire qui), e del mondo se ne fregano, perché nemmeno sanno cosa sia. D’altronde, se tutto va bene crescono a gazzettino e la padania.

Ah, personalmente ringrazio quella cara leghista incinta che, sfidando ogni arduo ostacolo, è tornata in aula per far naufragare la barchetta dei precari della scuola.

La parola del giorno è il/la Piave:

La parola “Piave” è, nell’uso colloquiale e dialettale, di genere femminile. Oggi, però, l’uso prevalente (e in lingua italiana standard esclusivo) è maschile. La forma femminile viene tuttora richiamata, in alcuni casi come arcaismo, o per sottolineare un legame con la cultura locale. (da)

Trapa, graspa, sgnapa

Che si dica trapa, graspa o sgnapa, bisogna dirlo: fa miracoli con il raffreddore. Altro che aspirine, due giorni a ingoiarne e l’unico effetto è stato grovierare lo stomaco, altro che spray nasali produttori di soffocamenti.

Che poi l’altro effetto benefico è stata una certa pace d’animo nell’affrontare la correzione dei compiti delle seconde.

(Sono agli inizi della “carriera” scolastica. Immagino che nel volgere di qualche anno finalmente farò parte di un’associazione, quella degli amanti dell’alzata di gomito)

Dicono qui (ma saranno affidabili? Scrivono po’ con l’accento) che sgnapa deriva effettivamente dal tedesco, Schnaps, che a sua volta significava originariamente un boccone o un sorso rapido, come si suol fare con la grappa. E’ infatti il sostantivo da schnappen,  addentare o afferrare, agguantare.

Facciamo il punto della situazione. Romane.

Ho il raffreddore, spero non suino, Herta Müller ha ricevuto il Nobel per la letteratura (Herta chi? Maddai, sempre questi Nobel a emeriti ignoti), un giorno dopo hanno dato un Nobel pure a Obama (Obama?! Maddai, sempre questi Nobel a emeriti noti!), la nuova casa è ancora sguarnita di tutto eccetto la solinga vecchia scrivania tornata dalla Marialuigianesca cittade, ma fra due giorni arriverà anche la vecchia libreria – insomma, il più importante c’è, no? -, invece la cucina, l’armadio e il letto slittano sempre più in là, fra moine e toni indifferenti, qualche ora fa il Deutscher Buchpreis è andato alla scrittrice Kathrin Schmidt per il suo romanzo „Du stirbst nicht“, romanzo si dice Roman e due giorni fa in terza B (Bologna, puntualizzerebbe la Collega Semantica) ho scritto alla lavagna Romane lesen tra i passatempi, ben dopo Sport treiben, fernsehen e mit dem Computer spielenRomane?, fanno loro indignati, romanzi, romanzi!, le mie sopracciglia fortunatamente hanno trovato l’attaccatura dei capelli, fanciulli miei, questo è tedesco! Ah, fanno loro, e per tre quarti rientrano nel torpore dell’ultima ora di sabato.