Pensando – in pace – alla Strada della Pace

C’è un bel sole, fuori, su Jesolandia Downtown. Mi accorgo che mi mancava il cielo e mi mancava anche il mare, non sono ancora andata a guardarlo, ma c’è. Mi mancava di meno il freddo intenso della mia camera da letto volta a nord (lato bora, per intendersi), ma tutto il resto è così rassicurante e pacifico che le mani intirizzite non sono poi così importanti.

Mi mancavano il cielo e mi mancava la pace del nido tutto mio, da cui nessuno può cacciarmi, in cui nessuno può mettere becco (tanto per continuare con la metafora ornitologica).

Mio fratello continua a dirmi, con pesante sarcasmo,  “Vedi un po’ se hai fatto un affare”. Mia madre accusa psoriasi di ritorno per la preoccupazione. Mio moroso mugugna sommessamente che vorrebbe io tornassi. Io medesima sono parecchio infelice, in Teutonia, e sempre in ansia, incalzata da mail quotidiane dalle stanze del potere stoccardiane e da colleghi impegnati in qualche commissione del piffero, da telefonate da fare, da allievi da trovare, da scartoffie da sbrigare…

Eppure ci torno, il contratto è stato inviato, domani faccio il bonifico, in qualche maniera prenderò possesso della camera nella Strada della Pace (speravo fosse più beneaugurante…), dovendola pure ammobiliare, anche se sarei tentata di lasciare il materasso per terra e limitarmi a un tavolo, sedia e libreria (in camera ci sono – pare – un armadio e un piccolo sofà). Sette spartani mesi da far passare quanto meglio possibile.

Ma non ci voglio pensare o non ne voglio scrivere fino al nuovo anno. Torno al mio mattone simmeliano.

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Comunicazione interculturale

Capirai, tedeschi, italiani, siamo tutti europei, non è mica come se a parlare fossero uno zimbabwese e un lappone. Che difficoltà vuoi che ci siano. E poi tu sai la lingua, no?, alcuni poi ti fanno certi complimentoni, Sie sprechen fast perfekt, ecc ecc.

Col cacchio.

Sto capendo a mie spese che le diversità ci sono, eccome, e che forse non è male che ognuno stia nella propria riserva. Forse avrei dovuto cercare un appartamento e basta, arrendermi al fatto che da quest’anno non guadagnerò un soldo (perderò solo un tot di anni di vita in salute) e mettermi via i miei pii desideri di condivisione. Non riesco a comprendere e dunque ad adeguarmi alle modalità comunicative di questi teutonici. So che bisogna tener conto di molti aspetti – il mio carattere, il carattere dei singoli individui che incontro, le condizioni ambientali (stress da troppo lavoro? ansia? bisogno di rivalsa? traumi infantili? chennesò, mica faccio la strizzacervelli) – ma quando siamo confrontati con qualcosa di molto sgradevole, zac, partono le generalizzazioni, che in fondo in fondo hanno qualcosa di vero.

Stasera ho avuto un paio di chicche teutoniche. Mentre caricavo nell’auto della cara collega che abita a Stoccarda pacchi e cartoni di cose che lascio da lei in attesa che vada a riprenderli dopo le vacanze, esce la ragazzotta della reception del Gästehaus che mi chiede se faccio ora il check out. No, rispondo io, domattina, comincio però ora con i bagagli altrimenti domani non faccio in tempo, devo uscire per le 10, giusto? Ah, sì, ma non si preoccupi, un paio di minuti in più può stare.

Come scusa, diceva l’italiana collerica dentro di me, un paio di minuti?! Giuro, ha detto proprio ein Paar Minuten länger.

L’italiana finta normale sorride e ringrazia pure.

E poi c’è stata la storia delle due personcine con cui co-abiterò da gennaio. Sudore e tremori al pensiero. Parrebbe che la comunicazione non funzioni tanto, diceva la mail all’una di notte di ieri. (Già avrei dovuto intuire, l’una di notte…) Ci sentiamo oggi a telefono, mi ingiunge. Sì, ma quelle non telefonano per tutto il giorno. Evidentemente quella che deve telefonare sono io. Ok, lo faccio ormai verso sera, affinché non si faccia troppo tardi. La logopedista ha il cellulare spento. E poi dice che non comunichiamo, sai com’è, la telepatia interculturale ancora non mi riesce. Allora telefono al medico. Non risponde. Ma bene. Ci riprovo. E quando finalmente si degnano, bontà loro teutonica, di rispondere, la medico si premura di dirmi che che è alla logopedista che devo telefonare. Per carità, accendesse il cellulare, si potrebbe anche fare. E poi, be’, subire una logopedista tedesca stressata in preda ai fumi dell’ira, convinta che qualcuno le abbia tolto energie psichiche con richieste insistenti e non giustificate agli occhiuzzi suoi, non è un’esperienza da poco. Sette-otto minuti di parole che nessun italiano normale si permetterebbe di dire a una persona che quasi nemmeno conosce. Sto rivalutando l’ipocrisia italiana.

Est modus in rebus. E ci sarà un motivo se ai tempi in cui i romani si esprimevano così, i progenitori di questi esseri ancora belluini si aggiravano per tetre foreste e comunicavano con qualche grumo di consonanti velari raschianti, indicandosi le bacche e le pigne.

Ma io, forte del mio retaggio culturale profondo (o forse più probabilmente nella morsa della necessità) ho regalmente reagito, lasciando la logopedista sfogarsi ampiamente, e rattoppando poi le cose. Il resto lo scopriremo vivendo(ci insieme).

Simmel e il callo sull’anima

Sarebbe contenta Seia, se lo sapesse (ma glielo sto dicendo ora, anche se non so quando, se le capiterà sotto l’occhio), che vo leggendo un bel librone di Johannes Mario Simmel, Liebe ist nur ein Wort, ovvero L’amore è solo una parola, del 1963, comprato per euro 2 in una libreriuccia vicino alla Schwabstrasse a Stoccarda.

L’ho preso perché speravo di trovare una storia coinvolgente che mi distraesse mentalmente dalle beghe onnipresenti del mio quotidiano sgradevole. Speravo anche di leggerlo nei miei eterni viaggi con la Deutsche Bahn, ma è troppo grosso e io già vo carca di pesi che nemmeno un asino mobbizzato dal padrone, ormai le braccia sono quelle di un gibbone. Finisco per leggerlo la sera, ma giusto un paio di paginette, molte di più quando mi strozza l’insonnia. Eppure si tratta di libri che non andrebbero forse centellinati, sarebbero forse libri da leggere quando c’è il tempo lungo delle ferie. (Ma tanto io non ne faccio praticamente mai, quindi mettiamoci sopra una pietra tombale e via.)

In effetti la sua pagina in tedesco su Wikipedia classifica Simmel come “Trivialautor, „Bestseller-Mechaniker“ oder Fließbandschreiber“, autore di letteratura triviale, meccanico del bestseller o scrittore da catena di montaggio. Ma vendeva! Ma piaceva! Anche se negli ultimi tempi, per mancanza acutissima di tempo ricreativo, non ho più seguito le vicissitudini della letteratura teutonica, direi che il problema generale delle belletristica attuale prodotta in lingua tedesca resta l’incapacità di narrare storie e la tendenza assassina, anzi, suicida, ad arzigogolarsi nello stile. Poi finisce che nessuna casa editrice italiana è disposta a comprare i diritti di traduzione (e le aspiranti traduttrici restano senza lavoro; oddio, per una che si lagna qui ce ne sono altre che non sanno come venir a capo degli incarichi, soprattutto le Grandi Sgomitatrici e le Venditrici della Propria Nonna).

Storia interessante è anche la vita di Simmel,  nato nella capitale della Kakania nel 1924, figlio di chimico ed egli stesso chimico. La sua biografia mi pare ingarbugliata, perché si dice che il padre riparò a Londra per scampare ai nazisti, ma poi si aggiunge che durante la seconda guerra mondiale Simmel lavorò per la Kapsch, che ha sede in Austria. Forse è paradigmatico della situazione dei tedeschi e degli austriaci in quel periodo, in cui tutti erano invischiati nel regime e non tutti gli ebrei finirono in KZ (ci hai mai pensato? Forse in ossequio all’idea che i tedeschi sono gründlich, vanno sempre a fondo, uno pensa che non gli fosse sfuggita nemmeno una briciola).

Questa storia, questo L’amore è solo una parola, che ovviamente ho scelto tra altri di Simmel attratta dal titolo, ha un inizio fantastico. Crea suspence, crea orrore incalzante, è cinematografico, è avvinghiante. Flashback, piedi che penzolano, e poi prendi a leggere la storia di quei piedi, è la storia di quello coi piedi penzolanti? Non si sa. A raccontare in prima persona è un giovanotto, figlio di oscuro e delinquenziale padre, giovanotto che a ventun anni ancora gira per collegi destinati a tristi figli di ricchi, che si innamora di bellissima e giovane moglie triste con bambina nata fuori dal presente matrimonio.

Sono solo a pagina 180 di 560, Simmel mi farà compagnia ancora per un bel po’. L’altra sera, leggendo, mi sono appuntata mentalmente una pagina: 116. Oggi mi è tornata in mente e sono andata a guardare.

“Sie müssen Hornhaut auf der Seele bekommen, Herr Herterich. Sonst machen die Jungen Sie fertig!”
“Hornhaut auf der Seele”, murmelt er traurig. “So etwas ist leicht gesagt”. Dann nickt er mir noch einmal zu und schlurft den Gang hinab zu seinem Zimmer. Ich glaube nicht, dass diesem Mann zu helfen ist.

“Deve farsi venire il callo sull’anima, signor Herterich [che è un educatore del collegio]. Altrimenti i ragazzini la faranno a pezzi!”
“Il callo sull’anima”, sussurra con tristezza. “Più facile a dirsi…” Poi fa un cenno con il capo e si allontana lungo il corridoio, strascicando i piedi verso la sua camera. Mi sa che per quest’uomo non c’è niente da fare.

Hornhaut! All’inizio ho pensato al mio gelido oculista che mi diceva che mi ero die Hornhaut verletzt, mi ero ferita la cornea. Oddio, non credevo di sapere la parola per “cornea”, ma ho fatto 2+2, e a volte confesso di essere piacevolmente sopresa da me stessa, dove le ho imparate queste parole?! (Ok, secoli di studio non sono passati del tutto invano). Ho tradotto: Si deve far venire la cornea sull’anima. La cornea? Per vederci meglio? Non capivo.

Ho controllato:

Horn·haut f (-,-häute)
1 (Schwiele) callo m, durone m
2 ANAT. (im Auge) cornea f
(c) 2002 Langenscheidt KG e Paravia Bruno Mondadori Editori SpA

E poi, da brava, nel monolingue:

Horn|haut,  die [2: wohl deshalb, weil die Hornhaut kurz nach dem Tode einem dünnen, hornartigen Plättchen gleicht]:
1. durch Druck od. Reibung verhärtete äußerste Schicht der Haut, die aus abgestorbenen Zellen besteht: sich die H. an den Füßen, an den Schwielen abschneiden; Ü die H., mit der sich die Brust in all den Jahren gepanzert hatte (Apitz, Wölfe 235).
2. uhrglasartig gewölbte, durchsichtige Vorderfläche des Augapfels.
© 2000 Dudenverlag

Bastava pensarci, cornea e Hornhaut, pelle di corno. Hornhaut indica la cornea dell’occhio secondo l’etimologia del Duden perché dopo la morte la cornea assomiglia a una placchetta sottile, come fatta di corno. L’etimo italiano dice: Ma per tornare al romanzo, è il giovinotto, io narrante, che consiglia all’educatore di farsi le spalle grosse, per evitare che gli allievi lo riducano male. Per non “farse magnar i risi in testa”, ricordi il piccoletto tre anni fa, nelle lande venete?

Qui ora invece mi devo far venire il callo per tutti, altrimenti i risi in testa me li magnano da tutte le parti, ragazzi, bambini, colleghi, dirigenti, segretarie, amministrativi, e ancora, dirigenti teutonici, segretarie teutoniche, colleghe teutoniche, un vero magna magna.

Achtung, u-viiiiieeerzehn nach Heslach fääääährt ein

Ovvero, allungando di parecchio il brodo, attenzione, un treno della linea di metro 14 diretto a Heslach sta per entrare. È l’annuncio che si sente quando appunto sta sopraggiungendo la metropolitana.

Da pendolare quotidiana mi stanno entrando nelle orecchie gli annunci di metro, bus e treni come nemmeno un tormentone estivo. Achtung, u-viiiiierzehn fach Heslach ääääährt ein viene annunciata agli altoparlanti da una voce femminile, immagino sia sintentica, che mi sta diventando più familiare della voce di mia madre. Dentro la metro un’altra voce, sempre di donna ma di timbro diverso, annuncia le fermate. Mi piacciono le città che hanno la metro, mi piace la metro, è il mio mezzo di trasporto preferito quando vado in un posto ignoto, perché anche se il reticolato delle metro è incredibilmente vario (ci sono quindici linee a Stoccarda!), è sempre molto più comprensibile dei tracciati dei bus. Una città è una CITTÀ se ha la metro. Le città con le metro sono svelte e mobili, pulsano di vita, sfrecciano da una parte all’altra di se stesse. Le città senza metro sono piccole, anonime, immote, scialbe. Tipo ROITlingen, che per me è diventata la quintessenza della più squallida provincia.

Purtroppo nemmeno Ulm ha la metro, è troppo piccola. Ha il tram, il che la salva un po’, perché amo molto anche i tram, ma solo una linea, per il resto è un bailamme di bus in cui non riesco a raccapezzarmi ancora. Ma d’altronde ho scelto una camera centrale, si potrebbe arrivare alla stazione in una ventina di minuti a piedi, più o meno quanto ho fatto oggi per andare dal treno alla scuola dove lavoro di mercoledì, anche se pioveva e tirava un ventaccio, e la linea 1, che è appunto il tram, è a due passi. Circa la camera, immagino che presto troverò il lato negativo della centralità, visto che le finestre danno sulla strada, chissà se è ancora più trafficata e rumorosa di quella che ho ora a Stoccarda. Ma ormai i dadi sono tratti e oggi ho ricevuto anche il contratto dal proprietario che vive a Monaco. Ulm, arrivo. Ulm, arrivo? Troppo spesso, ancora, mi sento più portata verso la strada di casa che quella per Ulm, come lunedì mattina, in cui anzi sarei stata bene in un qualche reparto  di riabilitazione psichiatrica. Portatela via, con o senza U-Bahn.

Volevo raccontare del lunedì a Tubinga, del martedì (Nikolaus) più tranquillo, del mercoledì con un nuovo tipo di corso italiano per turchi adolescenti e come prepararsi allegramente a una Zertifizierung, ma domattina il treno che dovrei prendere è alle 5.53, quindi chiudo qui.

Amicizie

Vogliamo parlare di sentimenti? (tanto per non pensare almeno per dieci minuti a tutte le scartoffie che mi stanno guastando irreparabilmente l’intera domenica)

Sentimenti e politica, un connubio interessante e che non può non esserci in qualunque luogo, perché la politica la fanno le persone e le persone non sono teorie semoventi. Ma il connubio è particolarmente succulento per i giornali che si pascono di coppie famose, coppie al potere, legali o meno, possibilmente meno, perchè un che di extramatrimoniale o postmatrimoniale aumenta i click.

Per esempio, oggi si parla del politico tedesco Oskar Lafontaine che, secondo i giornali italiani, ha ammesso la sua relazione extraconiugale con la bella compagna di partito Sahra Wagenknecht (casualmente di ventisei anni più giovane).

Ma parliamo di traduzione dei sentimenti. Leggo sui giornali italiani queste frasi:

“Da qualche tempo vivo separato (dalla moglie, ndr) e da un certo tempo sono molto legato a Sahra” (La Repubblica)

«Sono separato da un po’ di tempo, e Sahra è la mia partner», ha detto lui al termine di una conferenza della Linke a Saarbrucken. (Il Corriere)

E che ha detto Lafontaine in tedesco?

“Ich lebe seit einiger Zeit getrennt und bin mit Sahra eng befreundet. Das war’s dann auch. Mehr hab’ ich dazu nicht zu sagen“ (Berliner Morgenpost)

Da qualche tempo vivo separato e sono legato a Sahra da una intima amicizia. Questo è quanto. Non ho altro da dire in tema. (mia traduzione)

E’ vero che in tedesco “mein Freund”, “meine Freundin” significano “il mio amico, la mia amica”, ma a seconda del contesto anche “il mio ragazzo/a”, ma forse un 68enne direbbe “meine Freundin” in questo senso? O è questo pudore linguistico che però in italiano non ha trovato un corrispondente adeguato, almeno sul Corriere, dove si sono forse spinti un po’ troppo in là usando la parola “partner”. Perché i tedeschi ne hanno una perfetta: Lebenspartner. E se la persona con cui condiviamo il cammino ci accompagna solo per un lasso di tempo c’è il termine Lebensabschnittspartner, partner per un tratto di vita.

Auguri all’ennesimo rudere che si compiace della donna più giovane, tanto per dire che non solo in Italia…

Heine e l’amore (io e il lavoro)

Ieri sera, tornando verso casa, abbiamo fatto i sottopassaggi della stazione di Stoccarda. Ci sono alcune vetrine con i programmi dei vari teatri stoccardesi e una delle vetrine era decorata con grossi sassi su cui avevano tracciato frasi e motti. C’era una citazione di Heine:

Du fragst mich Kind, was Liebe ist?
Ein Stern in einem Haufen Mist.

Mi chiedi, piccolo, cosa sia l’amore.
Una stella in un mucchio di letame.

E in questo pomeriggio domenicale, in cui sono costretta a lavorare anche se fuori c’è il sole e ho dovuto tirare un bidone a una collega cui volevo fare visita e magari passare una bella serata, mi viene da dire:

Du fragst mich Kind, was Arbeit ist?
Nur ein Haufen Mist.

Mi chiedi, piccolo, cosa sia il lavoro.
Solo un mucchio di letame.

Sabato

Uno dice: Eh, be’, sabato, ti riposerai.

Pensavolo anche io. Invece oggi mi sono messa a cercar di tamponare il problema di giovedì e mi sono attaccata al telefono. Ore di chiamate che, more solito, hanno portato pochissimo frutto. Una madre in ansia che si è sfogata con me per 27 minuti sulle bruttezze del mondo quando non si hanno soldi, una moglie sospettosa cui ho dovuto spiegare per filo e per segno che sono un’insegnante e non la nuova amante del marito, allievi cui spiegare ciò che si sono persi non venendo a lezione, due messaggi in segreteria e almeno una dozzina di telefonate a vuoto (ma dove va di bello ‘sta gente il sabato?).

Sono riuscita a scollarmi di ostello verso le quattro, quando ormai il sole già stava calando. Sono andata in giro per la Königsstrasse – che è la via dello shopping di Stoccarda – con una collega. Ma la maggior parte del tempo l’ho passata dentro Hugendubel, negozio di libri, dove, volendo, ci si può persino sdraiare su chaise longue di fatta speciale, sedersi su comodi divanetti e, come faceva uno con mirabile aplomb, studiare su libri che nemmeno erano stati acquistati. La magnanimità teutonica.

E poi cena al Paulaner, dove mi sono fatta fregare per l’ennesima volta dalla curiosità gastronomica: ho preso spezzatino di cinghiale, Wildschweinragout. Il cinghiale doveva essere ancora vivo, perché me lo sentivo ancora scorazzare nelle viscere dopo averlo ingerito. Nemmeno il grappino di Mirabelle che ho ingollato alla fine è riuscito a farmelo mitigare. E’ andata meglio con lo Zimt-Zauber-Trunk che ho preso ai prodromi del mercatino natalizio davanti al Neues Schloss: un caldo e benvenuto intruglio di zucchero e cannella, immagino. Questo sì che mi ha dato una bella sgroppata.

Quando sono tornata, ho trovato una bella notizia sul Web: finalmente B. se n’è andato. Sia lode.