Casa, Heim, home

E rieccomi in Kakania, sistemata per il prossimo mese e qualcosa. “Casa”, un’altra “casa” temporanea; perlomeno è la stesso locale che occupo dall’estate 2004, il che mi pare già un record di continuità. E’ buffo quando si era in viaggio, per esempio durante l’ultimo in Canada, e facendo programmi si diceva “…questo e quello e poi torniamo a casa“, intendendo il B&B, hotel, motel … di turno. Casa? Tenendo conto, poi, che abbiamo dormito nello stesso letto per due notti di fila soltanto due volte in 15 giorni.

I miei, che vengono da un’altra epoca, mi premono addosso da anni cercando di farmi comprare casa. Ma casa dove? Per non  dire “come” (cumquibus)? La casa è ormai un lusso da svariati punti di vista.  Per il posto di lavoro statalaccio, si prospetta una ventina (decina?) d’anni d’attesa, e per comprare casa ci vuole anche un lavoro fisso. Qualche giorno fa, girando nella mia unica attuale proprietà, la fiammante Micrina, ascoltavo un urbanista o analogo che prospettava nuove modalità di casa per il futuro. La seconda contemplata dall’esperto mi interessava particolarmente: una casa semovente, una specie di guscio della chiocciola. Un futuro di camperisti evoluti?

Casa dolce casa. Intanto buttiamoci sul lavoro. Temporaneo, va da sé, nel centro linguistico migliore della Kakania. Che aspettate a venire a fare un corso di tedesco?!

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Il tempo dell’aeroporto

Il tempo del Canada è scaduto. Arrivata a Montreal il 1, ripartitavi ieri, ho dovuto guardare stranita le cartoline per ricordarmi cosa avevo visto nei primi giorni del viaggio: in mezzo ci sono state così tante avventure diverse e tanti e tali luoghi che mi pareva di esserci stata moooolto tempo fa.

Ora il mio swatch dice che sono le 4 (del pomeriggio? di notte? Pomeriggio, ora di Toronto), il computer dice che sono le 10 di sera, il mio orologio interno è schizzato via. Non so più se sono partita ieri, oggi o domani. Era ieri mattina, abbiamo lasciato il B&B di corsa (un B&Baccio in Cabbagetown, Toronto, inglese per molti aspetti, e non esattamente i più radiosi), siamo andati all’aeroporto insulare in una sfolgorante giornata di sole e poi un volo sul verde e lacustre Ontario alla volta di Montreal. Qui ore e ore a ciondolare in spento ambiente francofono, e poi il volo intercontinentale, pieno di bambini posseduti dal demonio del pianto incontrollabile e quindi nessun riposino a dispetto di mascherine, tappi e melatonina. A Parigi siamo arrivati che era mezzanotte… ah, no, le sei del mattino: l’alba frenetica dei gate con moquette e profumo di brioche.

E ancora ore ad aspettare il terzo volo, quello per la Malpensa, e poi lo shuttle, e poi il treno, e poi il bus marialuigianesco. Devo ricordarmi di essere ancora più ascetica nel vestiario, la prossima volta.

Un’ora fa una patriottica pasta al pomodoro. Non sono ancora certa, però, di che pasto si sia trattato.

P.S. Purtroppo leggo soltanto ora questo articolo che ammaestra su come dormire in aeroporto. In effetti, lo CDG non è malaccio, ma discordo sonoramente su Seul che mi ha “ospitata” due anni e mezzo fa, 9 ore all’andata, almeno 4 il ritorno: ho un ricordo tremendo della lounge nella transit area, un vero dormitorio dei poveri. Però elogio il servizio docce di cui ho fatto un fischiettante uso durante il ritorno, non c’è niente come una bella doccia per spezzare due voli da 10 ore l’uno 🙂